L’alternativa di “Slow News” all’infodemia e alla crisi del giornalismo contemporaneo

Primo piano di Lea Korsgaard, direttrice di “Zetland”; sotto il titolo una scena del documentario ad Amsterdam

C’è una cura contro l’infodemia che ha messo in crisi la credibilità del giornalismo, uno dei pilastri della democrazia? Si può spiegare la complessità del mondo con una informazione accessibile e corretta? Un manifesto di giornalisti indipendenti che non si conoscono tra loro, ma desiderano tutti la stessa cosa: rallentare. La loro battaglia per la difesa della democrazia e della libertà è raccontata nel film “Slow News”, girato tra l’Europa e gli Stati Uniti, disponibile finalmente anche in Italia in streaming, prodotto da Ik Produzioni e diretto da Alberto Puliafito. Affascinante e convincente, il documentario si snoda attraverso i racconti dei protagonisti a disagio con ritmi e logiche dove contano più i clic che il racconto della realtà dei fatti in una infosfera sovraccarica di contenuti


La recensione di STEFANELLA CAMPANA

CHIUDONO QUOTIDIANI STORICI, si limano redazioni e si licenziano giornalisti. È un bollettino di notizie drammatiche quelle che arrivano dal mondo dell’informazione attraversata da una crisi senza precedenti. L’avvento dei social media ha sconvolto certezze, messo in discussione professionalità, favorito giornalisti precari e ricattabili. Ogni 60 secondi si guardano migliaia di video su YouTube, si condividono milioni di post su Facebook e si scrivono miliardi di tweet. Bombardati da mille notizie con bufale perfette, manipolazioni e fake news, le persone credono a tutto e a niente allo stesso tempo. Chiunque scriva sui social media pensa di fare informazione, noncurante di citare fonti. 

Primo piano di Peter Laufer, università dell’Oregon, giornalista e documentarista, mentore del progetto Slow News

Internet è anche una grande occasione e forse è arrivato il tempo di rimettere tutto in discussione e chiedersi se c’è una cura contro l’infodemia che ha messo in crisi la credibilità del giornalismo, uno dei pilastri della democrazia. Si può spiegare la complessità del mondo con un’informazione accessibile e corretta? Una risposta possibile arriva da Peter Laufer, professore all’Università dell’Oregon e autore del manifesto “Slow News” e da alcuni giornalisti che stanno costruendo modelli alternativi: Rob Orchard con “Delayed Gratification” in Inghilterra, Lea Korsgaard con “Zetland” in Danimarca, Frédéric Martel con “Sodoma” e “Mainstream” in Francia, Giovanni De Mauro con “Internazionale” in Italia, la redazione di “De Correspondent” in Olanda e molti altri. 

Non si conoscono tra di loro, ma desiderano tutti la stessa cosa: rallentare. Una battaglia, la loro, per la difesa della democrazia e della libertà raccontata nel film “Slow News”, girato tra l’Europa e gli Stati Uniti, in un viaggio che parte dalla provincia di Milano per arrivare fino in Oregon, passando per il Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia, Londra, Copenhagen, le Dolomiti, Amsterdam, Parigi e New York, alla scoperta delle vite, delle sfide e delle idee di alcune persone che cercano di cambiare l’informazione. Un film Ik Produzioni diretto da Alberto Puliafito, prodotto da Fulvio Nebbia, scritto da Andrea Coccia, Fulvio Nebbia e Alberto Puliafito, con il sostegno di Film Commission Torino Piemonte, Piemonte Doc Film, in collaborazione con Trentino Film Commission.

Helen Boaden, ex direttrice Bbc News, intervistata da Alberto Puliafito, regista del film documentario

Un film affascinante e convincente attraverso i racconti dei protagonisti, giornalisti a disagio con ritmi e logiche dove sembrano contare più i clic, la polemica dell’ultimo minuto e il rincorrersi infinito e irrazionale delle “ultime notizie shock”, che alimentano fazioni e scontri anche violenti e irrazionali. E giornalisti che stanno sperimentando con successo un giornalismo rallentato, approfondito, di qualità e più credibile. Il film fa riflettere e non a caso ha vinto il Premio del Pubblico al “Glocal Film Festival” di Torino e la Targa del Festival Internazionale del Cinema di Salerno nella sezione “documentari didattici”. 

In autunno il film uscirà anche su un’importante e prestigiosa piattaforma Svod, in abbonamento. Sempre in autunno, il film sarà presentato in Svizzera, fuori concorso, al Festival du Film Vert. All’estero è stato venduto a diverse televisioni e a piattaforme streaming importanti come Filmin, Kanopy e Eyelet. «La difficoltà più grande per noi, che siamo del tutto indipendenti, è fare breccia nel mondo “mainstream”, sia gli organi di stampa, sia i canali di distribuzione, soprattutto la televisione. Infatti, pur avendo venduto il film a molte televisioni estere, in tutto il mondo, in Italia non abbiamo ancora una distribuzione televisiva» spiega Fulvio Nebbia comunque fiducioso. Grazie al libro “Slow Journalism – Chi ha ucciso il giornalismo?” scritto da Alberto Puliafito e Daniele Nalbone, pubblicato da Fandango Libri, al lavoro della rivista digitale Slow News e al documentario «c’è sempre più interesse intorno alle nostre idee e proposte», aggiunge Nebbia.

Sul set fra le Dolomiti del film documentario col sociologo Frédéric Martel e la giornalista Helen Boaden

Con un  giornalismo in crisi da più di vent’anni — economica, d’identità, di fiducia, professionale — sono in molti a ritenere che un cambiamento sia necessario. Ma non facile. In Italia scontiamo anche la storica carenza di editori puri. Da noi l’informazione, soprattutto quella prodotta dai grandi gruppi, è in gran parte riconducibile, direttamente o indirettamente, a grandi interessi economici e politici e questo compromette l’indipendenza reale dei giornalisti, sia dei quotidiani, sia della televisione. «Non credo che il giornalismo cosiddetto “mainstream” voglia e possa davvero cambiare sé stesso da un giorno all’altro, premendo un interruttore — dice Alberto Puliafito — ci sono strutture consolidate, persone che lavorano nella filiera, equilibri di ogni genere da mantenere. Ma penso che ci vogliano movimenti e istanze di cambiamento anche radicali, per scuotere un po’ un sistema che altrimenti continuerebbe a guardare al proprio ombelico dando le colpe delle crisi agli altri. Il cambiamento “slow” non vuol dire solo rallentare. Vuol dire prendere coscienza del fatto che l’infosfera è letteralmente sovraccarica di contenuti. Vuol dire cambiare modello di business e perseguire un giornalismo veramente al servizio delle persone e delle comunità, che si concentri non sulla polemica del giorno ma su elementi fondativi».

La locandina di “Slow News” prodotto da Ik e diretto da Alberto Puliafito

Attraverso la piattaforma “Movieday” chiunque può organizzare una proiezione del film Slow News, sia in una sala cinematografica, sia in qualunque luogo attrezzato all’interno di un evento, come associazioni, circoli, biblioteche, locali, sale comunali, scuole e università. Ad esempio, il 17 settembre ci sarà una proiezione all’Università La Sapienza di Roma, alla quale sarà presente anche Peter Laufer, il mentore di tutto il progetto e uno dei grandi protagonisti del film. Slow News è visibile poi in digitale in streaming in Vod attraverso il canale Vimeo per l’Italia cliccando qui; e attraverso la piattaforma di Java Films per tutto il resto del mondo cliccando qui. Il trailer italiano è visibile a questo link.

Chi ha a cuore un’informazione di qualità non deve perdersi questo film che tocca un tema interessante per tutti, perché «un giornalismo forte significa una democrazia forte», per riprendere le parole di Arianna Ciccone del Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia. Ben vengano, allora, le “slow news” se aiutano a raggiungere questo obiettivo, messo oggi a dura prova. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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La pagina è illustrata da foto di scena del film documentario “Slow News” [credit Ik Produzioni] 

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Giornalista a “La Stampa” per 26 anni, è stata direttora della versione italiana del magazine delle culture del Mediterraneo www.babelmed.net. Ha diverse esperienze in campo editoriale e tv, tra cui l’evoluzione del mondo del lavoro (Rai 3); coautrice di: "Donne in liquidazione" sulle operaie Motta e Alemagna, "Il problema dei figli nella separazione" (Bollati-Boringhieri), "Quando l'orrore è donna: torturatrici e kamikaze" (Editori Riuniti). Coautrice di documentari, tra cui “Una violenza di genere” (Rai 3 e Rai Storia). Impegnata da sempre perché l’Italia sia anche un Paese per donne, è stata presidente della Commissione pari opportunità della Regione Piemonte e rappresentante della Cpo dell'Associazione Stampa Subalpina, nel Direttivo di GiUliA Giornaliste, tra le fondatrici dell’associazione “Se non ora quando?”. Tra le curatrici della mostra internazionale “In prima linea. Donne fotoreporter in luoghi di guerra” (Torino, Palazzo Madama). Nell’Esecutivo Ungp -Fnsi.