Le Olimpiadi, le gare e le medaglie: e quello scudetto azzurro tatuato sul cuore, per sempre

Campionato del mondo 1992, Silvia Pietrangeli è la seconda a sinistra; le altre ginnaste: Claudia Godio, Paola Porcini, Sara Granzotto, Federica Gariboldi, Silvia Libanetti, Valentina Marino, Francesca Martinelli; allenatrice Amalia Tinto, assistente Jana Blinova. Sotto il titolo, un esercizio col nastro di Alexandra Agiurgiuculese in gara a Tokio 2020

Da ex-atleta e da spettatrice, pur a trent’anni di distanza il momento più emozionante resta quella manciata di secondi prima di entrare in pedana, in acqua, sul campo o sulla pista. Il cuore inizia a battere all’impazzata e il suo rumore forte, determinato, ricorda quello del martello che batte sull’incudine. E forgia la medaglia più importante di tutta la vita: la magia del ferro che si trasforma in poesia e racconta, per una ginnasta ritmica, la storia di movimenti ed emozioni disegnate sulla musica


L’articolo di SILVIA PIETRANGELI

SONO TRASCORSI QUASI  trent’anni dai campionati del mondo di ginnastica ritmica del 1992, eppure mi capita ancora di sognare di essere lì, in pedana, a provare e riprovare gli esercizi del programma, quello con i sei nastri e quello con tre funi e tre palle. Improvvisamente mi ritrovo davanti tutte le ore di studio di danza alla sbarra, la sofferenza dello stretching, i suoi minuti interminabili in divaricata sospesa tra la sedia e la pedana, le diagonali di rovesciate e di salti, di pivot e di equilibri. Nel sogno, i muscoli si contraggono nuovamente durante un salto, danno l’impulso preciso al nastro perché la parabola sia uguale a quella delle compagne, si prova e si riprova ogni movimento, alla ricerca della perfezione da riprodurre il giorno della gara.

La squadra azzurra di ginnastica ritmica sfila al campionato del mondo del 1992 a Bruxelles 

Nel sogno sono ancora quella tredicenne un po’ intimorita che ha avuto l’onore di vestire la maglia azzurra, una maglia che in realtà non si smette mai di sentire propria. Perché una volta che si indossa, per pochi mesi o lunghi anni, da titolari o riserve (come è capitato a me) è come se diventasse una seconda pelle, un’emozione che resta per tutta la vita. Uno scudetto tatuato sul cuore che si risveglia ogni volta che un atleta sbandiera il tricolore.

Anche il 1992 era un anno di Olimpiadi. Quelle di Barcellona. Ma la squadra non era ancora disciplina olimpica e all’epoca potevano partecipare solo le individualiste. Ricordo l’infortunio di Yuri Chechi pochi giorni prima della partenza per i giochi. Anche la nazionale maschile di artistica si allenava a Porto San Giorgio in un palazzetto non lontano dal nostro. Su Facebook c’è una foto dove siamo tutti insieme schierati sulle scale davanti all’albergo: atleti e tecnici uniti da un sorriso compiaciuto e da uno sguardo stanco e allo stesso tempo orgoglioso. 

È curioso invece che l’inconscio non mi riporti mai sul podio, con le medaglie d’argento e di bronzo al collo che conquistammo con la squadra ai mondiali pochi mesi dopo. Forse perché la vera gara di ciascun atleta non è quella che si affronta davanti ai giudici, agli avversari, al pubblico, ma quella che si svolge nei mesi, negli anni che la precedono, con i riflettori spenti e gli spalti vuoti.

Milena Baldassari in gara con la palla

Per questo, per me, il momento più emozionante, da ex-atleta e da spettatrice, resta quello che precede la competizione, quella manciata di secondi prima di entrare in pedana, in acqua, sul campo o sulla pista, quando il cuore inizia a battere all’impazzata e il suo rumore forte, determinato, ricorda quello del martello che batte sull’incudine, sul ferro. Perché di ferro si tratta. Perché quando si insegue un sogno è come se tutto quel sudore versato, giorno dopo giorno, allenamento dopo allenamento, prima scaldi e poi fonda una parte del carattere, dell’anima, e che poi lentamente si raccolga e solidifichi, trasformandosi in ferro. Tutto ciò che ha preceduto quel momento diventa una medaglia di ferro immaginaria già appesa al collo di ciascun atleta indipendentemente dal risultato, forgiata dalla fatica, dai sacrifici, dalle delusioni, dalle frustrazioni. La medaglia più importante di tutta la vita. 

Ormai siamo entrati negli ultimi giorni di competizioni olimpiche, ma per me sono le giornate più attese con le gare di ginnastica ritmica. Sulla pedana di Tokyo scenderanno in pedana due straordinarie individualiste italiane Alexandra Agiurgiuculese e Milena Baldassarri, e la magnifica squadra allenata dalla direttrice tecnica Emanuela Maccarani. Non vedo l’ora di ammirare le incredibili evoluzioni che queste fantastiche atlete azzurre eseguiranno, i loro esercizi, così eleganti e raffinati, dove il virtuosismo va di pari passo con l’arte, le soluzioni non sono mai scontate o fini a sé stesse, ma pare raccontino una storia di movimenti ed emozioni disegnate sulla musica. Purtroppo, la diretta sarà trasmessa nel mezzo della notte, ma io ho già puntato la sveglia, perché anche quest’anno non voglio perdermi quegli istanti incantati, la magia del ferro che si trasforma in poesia. © RIPRODUZIONE RISERVATA

About Author

È nata a Cagliari, cresce tra i libri, la danza e la ginnastica, nel cui mondo si affaccia sin da giovanissima. Nel 1992 entra a far parte della squadra nazionale di ginnastica ritmica e partecipa ai mondiali di Bruxelles, dove vince con la squadra una medaglia d’argento e una di bronzo. Per questi risultati riceve la medaglia d’argento al valore atletico del Coni. Successivamente fonda la Compagnia di Danza Contemporanea Varitmès, con la quale porta in scena numerosi spettacoli in Italia e in Europa, ospite di prestigiosi festival di danza e rassegne teatrali. Laureata in Giurisprudenza all’Università degli studi di Cagliari, consegue l’abilitazione all’esercizio della professione forense. Ha vissuto a Berlino, Leeds (Regno Unito) e attualmente risiede a Barcellona, dove si dedica alla scrittura.