Il caso Mario Roggero non riguarda soltanto la tragica vicenda di un gioielliere condannato definitivamente per avere ucciso due rapinatori mentre erano ormai in fuga. Quel processo rappresenta uno spartiacque culturale e politico. La Corte di Cassazione non ha negato il diritto alla legittima difesa. Ha semplicemente ribadito uno dei principi fondamentali dello Stato di diritto: la forza privata può sostituire quella pubblica soltanto nel tempo strettamente necessario a respingere un’aggressione attuale. Quando il pericolo è cessato, il monopolio della forza torna allo Stato. È questa la linea che separa la giustizia dalla vendetta. Il fascismo non ritorna necessariamente con le camicie nere o con il saluto romano. E il caso Roggero non è soltanto una discussione sui limiti della legittima difesa. È il sintomo di una più ampia torsione culturale nella quale la forza tende a prevalere sul diritto e il consenso viene invocato per delegittimare le garanzie costituzionali


◆ L’analisi di AURELIO ANGELINI

La polizia scientifica documenta la scena del duplice delitto come reazione del gioielliere ad una rapina

La democrazia non muore quasi mai in un solo giorno. Non viene abbattuta improvvisamente da un colpo di Stato, da un manipolo di militari o da un decreto che sospende la Costituzione. Le democrazie contemporanee si consumano lentamente. Perdono consistenza un pezzo alla volta, fino a quando i cittadini si accorgono che i contrappesi istituzionali non esistono più e che il potere non riconosce più alcun limite. È questa la lezione che il Novecento avrebbe dovuto consegnare definitivamente all’Europa. L’Italia fascista e la Germania nazista non nacquero nel momento in cui Mussolini marciò su Roma o Hitler fu nominato Cancelliere del Reich. Nacquero molto prima, quando si diffuse l’idea che il Parlamento fosse un ostacolo, che i giudici fossero nemici del popolo, che la stampa libera fosse un intralcio e che il diritto dovesse piegarsi alla volontà del capo. Come ricordava Piero Calamandrei, «la libertà è come l’aria: ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare». È proprio quando le istituzioni sembrano funzionare normalmente che occorre vigilare sulla loro progressiva erosione.

Per questo il caso Mario Roggero non riguarda soltanto la tragica vicenda di un gioielliere condannato definitivamente per avere ucciso due rapinatori mentre erano ormai in fuga. Quel processo rappresenta uno spartiacque culturale e politico. La Corte di Cassazione non ha negato il diritto alla legittima difesa. Ha semplicemente ribadito uno dei principi fondamentali dello Stato di diritto: la forza privata può sostituire quella pubblica soltanto nel tempo strettamente necessario a respingere un’aggressione attuale. Quando il pericolo è cessato, il monopolio della forza torna allo Stato. È questa la linea che separa la giustizia dalla vendetta. Eppure, una parte della politica ha reagito come se la sentenza costituisse un’offesa alla volontà popolare. Non è stato contestato soltanto il dispositivo della Corte. È stata messa in discussione la legittimità stessa della magistratura di decidere contro ciò che una parte dell’opinione pubblica riteneva giusto.

Il post della presidente del Consiglio Meloni su Facebook

Qui emerge il nodo decisivo. Quando il consenso pretende di sostituire la legge, la democrazia costituzionale entra in una zona di pericolo. Le dichiarazioni della Presidente del Consiglio — “Mi aggredisci, mi difendo e dovrei risarcirti io?” — Hanno alimentato una rappresentazione emotiva del diritto nella quale il giudizio dei tribunali rischia di essere subordinato alla percezione collettiva. Ma il diritto non può essere governato dagli umori del momento. Norberto Bobbio lo spiegava con estrema chiarezza: «La democrazia è il governo delle regole prima ancora che il governo della maggioranza». Senza regole condivise, la maggioranza smette di essere democratica e diventa arbitrio. Da tempo assistiamo a una progressiva delegittimazione degli organi di garanzia. Il Parlamento viene frequentemente marginalizzato attraverso il ricorso sistematico alla decretazione d’urgenza e ai voti di fiducia. La magistratura viene accusata di fare politica quando esercita il controllo di legalità. Gli organismi indipendenti vengono rappresentati come ostacoli anziché come garanzie. È una dinamica che Luigi Ferrajoli ha descritto efficacemente: «La differenza tra democrazia costituzionale e democrazia plebiscitaria consiste nel fatto che il potere è sottoposto al diritto e non il diritto al potere». Quando i limiti costituzionali vengono rappresentati come un intralcio, la democrazia comincia lentamente a trasformarsi in qualcosa di diverso. Non è necessario abolire formalmente la Costituzione. È sufficiente svuotarla dall’interno.

La storia europea insegna che le democrazie raramente vengono distrutte con un solo atto rivoluzionario. Più spesso vengono logorate attraverso un processo graduale di normalizzazione dell’autoritarismo. Negli Stati Uniti Donald Trump ha costruito una parte significativa della propria strategia politica delegittimando magistrati, istituzioni elettorali e stampa indipendente. In Israele il tentativo del governo Netanyahu di ridimensionare il ruolo della Corte Suprema ha provocato una mobilitazione civile senza precedenti. In Europa orientale Viktor Orbán ha teorizzato apertamente la costruzione di una «democrazia illiberale», nella quale il consenso elettorale viene utilizzato per comprimere il pluralismo e ridurre gli spazi di controllo sul potere. Ogni esperienza è diversa e non sono possibili assimilazioni meccaniche. Ma il metodo presenta elementi ricorrenti: concentrazione del potere esecutivo, delegittimazione della magistratura, personalizzazione della leadership, riduzione degli spazi del dissenso, costruzione di un rapporto diretto tra il leader e “il popolo”, presentato come un’entità omogenea che non ammette opposizioni. È qui che il pensiero di Hannah Arendt conserva una straordinaria attualità: «Il suddito ideale del regime totalitario non è il nazista convinto, ma l’individuo per il quale la distinzione fra fatti e finzione, fra vero e falso, non esiste più». Quando il dibattito pubblico sostituisce i fatti con la propaganda e le sentenze con gli slogan, la democrazia perde il proprio terreno comune. Ancora più esplicito fu Umberto Eco nel celebre saggio “Il fascismo eterno”: «L’Ur-Fascismo può ancora tornare sotto le spoglie più innocenti. Il nostro dovere è smascherarlo e puntare l’indice su ognuna delle sue nuove forme». 

Il fascismo, dunque, non ritorna necessariamente con le camicie nere o con il saluto romano. Può riaffacciarsi attraverso una cultura politica che esalta il capo, identifica il dissenso con il tradimento, alimenta la paura come strumento di governo, trasforma la sicurezza nell’argomento capace di giustificare ogni compressione delle libertà e considera i controlli costituzionali un ostacolo alla volontà della maggioranza. Steven Levitsky e Daniel Ziblatt, nel loro studio “Come muoiono le democrazie”, osservano che oggi «le democrazie non vengono quasi mai abbattute con un colpo di Stato; muoiono lentamente, attraverso l’erosione delle istituzioni da parte di leader eletti». È un monito che riguarda tutte le democrazie contemporanee.

Sequenza della rapina nella gioielleria di Roggero e l’uccisione dei due rapinatori inseguiti con la pistola in pugno

Per questo il caso Roggero non è soltanto una discussione sui limiti della legittima difesa. È il sintomo di una più ampia torsione culturale nella quale la forza tende a prevalere sul diritto e il consenso viene invocato per delegittimare le garanzie costituzionali. Calamandrei ricordava agli studenti milanesi che «la Costituzione non è una macchina che una volta messa in moto va avanti da sé. La Costituzione è un pezzo di carta; se cade a terra e nessuno la raccoglie, rimane lì». Quelle parole conservano oggi una forza straordinaria. La Costituzione non diffida del popolo. Diffida del potere. Per questo distribuisce le funzioni tra Parlamento, magistratura, Presidente della Repubblica, Corte costituzionale, autonomie territoriali e informazione libera. Non per rallentare il Governo, ma per impedire che qualsiasi Governo possa identificarsi con lo Stato. Quando un esecutivo considera ogni controllo un’invasione di campo, ogni sentenza sgradita una decisione politica e ogni dissenso una manifestazione di ostilità, non siamo ancora fuori dalla democrazia costituzionale. Ma stiamo percorrendo una strada che la storia europea ci invita a osservare con estrema attenzione. La libertà raramente viene perduta tutta insieme. Viene ceduta un diritto alla volta, un contrappeso alla volta, una garanzia alla volta. Ed è proprio quando tutto sembra normale che difendere la Costituzione diventa il primo dovere civile di ogni cittadino. © RIPRODUZIONE RISERVATA

Leggi senza pubblicità. Aiutaci a restare liberi

Dona ora su Pay Pal

IBAN

Sociologo dell’Ambiente e del Territorio. È presidente del Comitato Nazionale per l’Educazione alla Sostenibilità Agenda 2030. Coordinatore Nazionale di Movimento Ecologista. È stato professore ordinario di Sociologia dell'Ambiente e del Territorio presso l'Università Kore di Enna, preside di facoltà e coordinatore del Dottorato di ricerca in "Contesti, ambienti e stili di vita per la salute e il benessere". Ha insegnato all'Università di Palermo: Sociologia Urbana; Ecologia; Diritto dell’Ambiente; Politiche di Tutela dell’Ambiente; Sociologia delle Migrazioni. Nell'università Iulm di Milano: Politica del territorio e dell’ambiente; Ambiente e sviluppo sostenibile. In Sicilia, fa parte del Comitato scientifico dell’Autorità di Bacino ed è stato presidente della Commissione Tecnica Specializzata per le valutazioni ambientali. Dirige la Collana della FrancoAngeli: Benessere Ambiente e Salute e la rivista scientifica Culture della Sostenibilità.