Musée du Quai Branly, Parigi, Maschera Epa – Yoruba (Nigeria), legno, XX secolo: leopardo che preda una gazzella (i leopardi oggi sono quasi estinti nella regione).
Sotto il titolo (Musée du Quai Branly): i Totem del Cameroon raccontano di relazioni ecologiche (con gli alberi e con le specie animali) diverse da quelle che noi europei abbiamo saputo intessere e coltivare

Detto che l’uomo è diventato, letteralmente, una forza della natura − pur se è problematico indicare la “data” in cui ha avuto inizio l’Antropocene; sottolineato che la defaunazione può essere definito il “backstage” dell’estinzione degli animali – ovvero la lenta inerzia verso ecosistemi svuotati che procede in silenzio fino al punto di non ritorno −, c’è un modo con cui, in un colpo d’occhio, possiamo mettere a fuoco la rottura dell’equilibrio tra uomo e natura? La terza parte della conversazione tra Fabio Balocco e Elisabetta Corrà gira oggi attorno alle forme in cui la distruzione ecologica si è riflessa nell’arte, nella letteratura, nella filosofia, nelle «esperienze dell’umano che hanno assorbito la Terra, per sbocciare, e hanno raccontato la Terra, nutrendosene». «Nei musei guardiamo in faccia il collasso ecologico – sostiene Corrà – e possiamo riconoscere gli albori, i sussurri, le premesse negli stili, nell’intelligenza, negli abiti, nei colori, nelle angosce di chi ha vissuto nei secoli centrali della modernità».


◆ L’intervista di FABIO BALOCCO con ELISABETTA CORRÀ, giornalista e scrittrice ambientale

Nella tua cultura ambientalista hanno importanza anche i musei, ci puoi dire perché?

«Sono molto contenta di questa domanda, perché è un tema che mi sta particolarmente a cuore. La risposta promana direttamente da quello che mi hai chiesto sulla defaunazione. Dove cogliere, capire, incontrare la dimensione storica del nostro impatto sul Pianeta? Perché non si tratta solo di entrare nel vivo dei processi bio-ecologici, a cui sono dedicati i musei di storia naturale. Dobbiamo collegare gli effetti ecologici delle nostre azioni ai risultati delle nostre azioni. E qui arriviamo al punto centrale. La distruzione ecologica ha avuto un corrispettivo gigantesco, non solo guerre e imperi, ma anche imponenti opere dell’ingegno. Arte, letteratura, filosofia sono esperienze dell’umano che hanno assorbito la Terra, per sbocciare. Raccontando la Terra, ma anche nutrendosene».

— Facci qualche esempio

Rembrandt, Ronda di notte (1640-1642; olio su tela, Amsterdam, Rijksmuseum)

«La grande pittura olandese del ‘600, ad esempio, è venuta fuori dalla spinta espansiva della Repubblica. Alcuni storici dell’arte ritengono che la grande pittura spagnola del Cinquecento e del Seicento fosse così truculenta, carnalmente mistica, perché gli artisti riflettevano la violenza in corso nel Nuevo Mundo contro i Nativi. Quindi i musei in cui addentrarsi in questa essenziale ambiguità della nostra storia eco-moderna sono le collezioni europee. Io la chiamo la spiritualità paradossale dell’Occidente. Dobbiamo vedere queste collezioni (il patrimonio artistico) con gli occhi dei cittadini dell’Antropocene. Perché è questo che siamo oggi. Noi guardiamo in faccia il collasso ecologico ed è per questo che possiamo riconoscerne gli albori, i sussurri, le premesse negli stili, nell’intelligenza, negli abiti, nei colori, nelle angosce di chi ha vissuto durante i secoli centrali dell’impresa moderna. C’è un significato didattico enorme nelle collezioni europee». 

— I musei come strumento per comprendere il nostro mondo di oggi, dunque

«Siamo di fronte ad una rivoluzione del valore del museo nella cultura occidentale. Nel nostro secolo i Musei hanno un innegabile valore ecologico. Sono la testimonianza di che cosa avevamo in mente, mentre ci appropriavamo della biosfera. Questa nuova interpretazione del patrimonio artistico potrebbe anche aiutarci, e molto, a sviluppare uno spirito di inclusione umana e civile, quello che banalmente viene definito “integrazione”. Perché mentre noi Europei diventavamo gli ammiragli della nuova economia oceanica e capitalista, elaboravamo il concetto di razza per avviare lo sfruttamento biopolitico non solo degli ecosistemi, ma anche dei nostri simili non bianchi. Ci sono musei che questa storia di uomini e di animali, entrambi vittime del colonialismo, la raccontano al cento per cento. Per vocazione».

Feticcio contenente metà uomo e metà scimmia – Departimento di Bamboutos, Regione dell’Ovest, Cameroon, Chef de Bamendjo, Museé du Quai Branly

— A quale museo pensi, al riguardo?

«Penso al Musée du Quai Branly a Parigi, che conoscono in pochissimi, pur essendo importante tanto quanto il Louvre. Inaugurato giusto 20 anni fa da Jacques Chirac. Eppure, è lì che chiunque può incontrare la infinita complessità delle civiltà non europee e delle loro cosmologie, travolte e spesso estinte dall’impresa europea. Quelle tradizioni artistiche e cultuali nascevano direttamente dai paesaggi naturali in cui furono pensati simboli, miti, religioni, parentele uomo-animale. È in posti come il Quai Branly (a cui ho dedicato uno speciale sul mio sito [clicca qui]) che chiunque può cogliere un aspetto fondamentale della nostra crisi attuale: soltanto la cultura europea-occidentale ha costruito una concezione del mondo in cui c’è separazione tra uomo e natura, sin dalla genesi».

— Stai forse dicendo che prima del colonialismo occidentale il rapporto uomo-natura fosse tutto rose e fiori?

«No. La responsabilità peculiare della civiltà europea-occidentale non significa che queste altre civiltà precedenti fossero ambientaliste senza macchia. Anzi, ci porta in una direzione molto più complessa e scabrosa se vuoi. Se furono gli Europei ad avviare l’estrazione di profitto dai viventi a qualunque costo, cosa c’era di caratteristico nella loro lettura del Mondo a portarli verso quegli esiti nichilisti? E se soltanto una parte dell’umanità intese separare natura e cultura, perché non riusciamo a pensare ad una alternativa al nostro status quo? Io penso che oggi lo spazio d’elezione per queste domande siano i musei. Per mettere sul tavolo queste domande in tutta la loro urgenza e complessità, non per fornire risposte semplicistiche e preconfezionate». — (3. continua)

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Nato a Savona, risiede in Val di Susa. Avvocato (attualmente in quiescenza), si è sempre battuto per difesa dell’ambiente e problematiche sociali. Ha scritto “Regole minime per sopravvivere” (ed. Pro Natura, 1991). Con altri autori “Piste o pèste” (ed. Pro Natura, 1992), “Disastro autostrada” (ed. Pro Natura, 1997), “Torino, oltre le apparenze” (Arianna Editrice, 2015), “Verde clandestino” (Edizioni Neos, 2017), “Loro e noi” (Edizioni Neos, 2018). Come unico autore “Poveri. Voci dell’indigenza. L’esempio di Torino” (Edizioni Neos, 2017), “Lontano fa Farinetti” (Edizioni Il Babi, 2019), “Per gioco. Voci e numeri del gioco d’azzardo” (Edizioni Neos, 2019), “Belle persone. Storie di passioni e di ideali” (Edizioni La Cevitou, 2020), "Un'Italia che scompare. Perché Ormea è un caso singolare" (Edizioni Il Babi, 2022). Ha coordinato “Il mare privato” (Edizioni Altreconomia, 2019). Collabora dal 2011 in qualità di blogger in campo ambientale e sociale con Il Fatto Quotidiano, Altreconomia, Natura & Società e Volere la Luna.