Secondo la Ellen MacArthur Foundation, oggi l’e-commerce genera circa 165 milioni di tonnellate di rifiuti di imballaggio all’anno, tra cartone, plastica e materiali di riempimento. Dal 2018 ad oggi il commercio online è più che raddoppiato, passando da circa 87 miliardi di pacchi spediti ogni anno a una proiezione di 200 miliardi. Un recente studio dell’Università della California ha stimato che un acquisto online produce in media il 30% di emissioni in più rispetto allo stesso acquisto fatto in negozio, principalmente a causa del maggiore imballaggio e delle consegne frammentate. Con complicazioni ulteriori nella gestione dei rifiuti: ogni consegna genera un rifiuto in più, che dovrà essere smaltito o riciclato. Secondo Eurostat, nel 2023 l’Ue ha prodotto 79,7 milioni di tonnellate di rifiuti di imballaggio, pari a 177,8 kg pro capite. E si stima che il volume di imballaggi generati dagli acquisti online sia cresciuto di oltre il 30% negli ultimi dieci anni  


◆ L’analisi di GIANFRANCO AMENDOLA

Sembra una stupidaggine, ma ci siamo mai chiesti se il vertiginoso aumento delle vendite on line riscontrato degli ultimi anni ha conseguenze per l’ambiente? I dati parlano chiaro: dal 2018 ad oggi il commercio online è più che raddoppiato, passando da circa 87 miliardi di pacchi spediti ogni anno a una proiezione di 200 miliardi. Secondo la Ellen MacArthur Foundation, oggi l’e-commerce genera circa 165 milioni di tonnellate di rifiuti di imballaggio all’anno, tra cartone, plastica e materiali di riempimento. Soprattutto con piccoli pacchi, cioè quelli con un peso fino a 30 chili facilmente ricevibili a casa.

In estrema sintesi, le conseguenze sull’ambiente evidenziate dagli studi più recenti sono molteplici: in primo luogo, per l’inquinamento atmosferico provocato da questo vertiginoso aumento dei trasporti con un uso intensivo di veicoli per la consegna; tanto più che se si vuole la consegna rapida, i veicoli spesso viaggiano parzialmente vuoti. Un recente studio dell’Università della California ha stimato che un acquisto online produce in media il 30% di emissioni in più rispetto allo stesso acquisto fatto in negozio, principalmente a causa del maggiore imballaggio e delle consegne frammentate. Con conseguenze dirette, quindi, anche sulla circolazione. La logistica urbana pesa sulla congestione perché occupa spazio stradale non solo mentre i veicoli si muovono, ma soprattutto durante le soste. L’Institut Paris Region ricorda che veicoli utilitari e camion rappresentano circa il 20 per cento del traffico, ma occupano quasi il 30 per cento della carreggiata proprio a causa delle fermate frequenti. In Italia Milano, Roma, Torino, Bologna, Firenze, Napoli e le altre aree urbane stanno vivendo la stessa trasformazione: aumento delle consegne, pressione sui marciapiedi, furgoni in doppia fila, crescita dei punti di ritiro, concorrenza al commercio tradizionale.

A tutto ciò si aggiunge la complicazione nella gestione dei rifiuti: ogni consegna genera un rifiuto in più, che dovrà essere smaltito o riciclato. Secondo Eurostat, nel 2023 l’Ue ha prodotto 79,7 milioni di tonnellate di rifiuti di imballaggio, pari a 177,8 kg pro capite. Spesso, questi materiali non vengono riciclati correttamente, finendo nelle discariche o, peggio ancora, disperdendosi nell’ambiente. Si stima che il volume di imballaggi generati dagli acquisti online sia cresciuto di oltre il 30% negli ultimi dieci anni. Si consideri, peraltro, che le aziende tendono a sovraimballare i prodotti per proteggerli durante il trasporto, ma questo porta a un eccessivo consumo di materiali che potrebbero essere ridotti attraverso pratiche più sostenibili. A ciò si aggiunge l’ulteriore inquinamento provocato dal sistema dei resi. Molti consumatori, infatti, ordinano più prodotti con l’intenzione di restituirne alcuni, ad esempio per provare taglie diverse nel caso dell’abbigliamento. Questo comportamento comporta un aumento del traffico logistico e, di conseguenza, delle emissioni di Co2. Inoltre, una parte dei resi non viene rimessa in vendita, ma smaltita, aumentando gli sprechi. Alcune aziende, per questioni di costo e logistica, preferiscono distruggere i prodotti restituiti piuttosto che rimetterli in circolazione, aggravando il problema della sovrapproduzione e della gestione dei rifiuti. Ma ogni reso genera ulteriori trasporti, nuove lavorazioni, possibili reimballaggi e, nei casi peggiori, distruzione di prodotti il cui valore non giustifica la reimmissione nella catena commerciale.

C’è infine il rischio che il commercio online cambi progressivamente la fisionomia stessa di commercio specie nelle grandi città. I punti di ritiro presso negozi di prossimità hanno inizialmente rappresentato una forma di integrazione tra ecommerce e commercio locale, generando passaggi e piccoli ricavi aggiuntivi. Oggi, tuttavia, sembrano avanzare le consegne automatiche, più flessibili per gli operatori e accessibili 24 ore su 24. Ma se i negozi vengono sostituiti da armadi per il ritiro dei pacchi, non cambia solo il modo di comprare. Cambia la funzione sociale dei centri urbani: i negozi, infatti, non sono soltanto punti vendita: sono presidi di prossimità, luoghi di lavoro e centri di socializzazione locale. 

Urge, quindi, un intervento pubblico che agisca almeno in quattro direzioni: dati più trasparenti sui flussi di consegna, regolazione dello spazio stradale, sostegno a modelli logistici a basse emissioni e tutela del commercio locale. Se non lo si fa, il rischio è non solo un ulteriore aumento dell’impatto ambientale, ma che siano le piattaforme globali, specie quelle cinesi, a decidere forma, tempi e funzioni delle nostre città e del nostro modo di vivere e di consumare. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Dal 1967 Pretore a Roma, inizia ad occuparsi di normativa ambientale dal 1970. Dal 1989 al 1994 parlamentare europeo, vice presidente della commissione per la protezione dell’ambiente. Dal 2000 al 2008 Procuratore aggiunto a Roma con delega ai reati ambientali, poi Procuratore della Repubblica a Civitavecchia fino al pensionamento (2015). Ha ricoperto numerosi incarichi pubblici partecipando a tutte le vicende che hanno visto nascere ed affermarsi il diritto dell'ambiente in Italia. Ha insegnato diritto penale dell’ambiente in varie Università scrivendo una ventina di libri fra cui “In nome del popolo inquinato” (7 edizioni). Attualmente fa parte del comitato scientifico dell’Osservatorio sulla criminalità nell’agricoltura e sul sistema agroalimentare ed è docente di diritto penale ambientale presso le Università “La Sapienza” e Torvergata di Roma.