Uno scorcio della Cava Mozano nel territorio di Montereale, nel Parco del Gran Sasso; sotto il titolo, Costa dei Trabocchi nel Teatino

I giudici amministrativi dell’Aquila hanno bocciato le manovre del Parco Gran Sasso, della Regione Abruzzo e del Comune di Montereale: avevano autorizzato la realizzazione di una nuova cava di oltre 600 mila metri cubi, spacciandola per il risanamento di una vecchia cava preesistente. Per avallare l’attività estrattiva all’interno del Parco erano stati indicati per ben due volte confini farlocchi dell’area protetta. Il ricorso al Tar del Forum ambientalista e della Stazione ornitologica abruzzese. Nel piano regolatore di Ortona a far inorridire gli ambientalisti sono stati soprattutto gli insediamenti previsti all’ingresso delle riserve dell’Acquabella e dei Ripari di Giobbe, aree incontaminate e bellissime


L’analisi di LILLI MANDARA, da Pescara

LA REGIONE VERDE d’Europa non è poi così verde se ogni giorno bisogna difendere i confini dei parchi, le insidie del cemento, le disinvolte manovre degli enti pubblici per allargare le maglie delle leggi di salvaguardia e dei vincoli e assecondare così le ambizioni dei costruttori. Ma per fortuna qualche volta i Tar si mettono di traverso. È accaduto giorni fa, quando i giudici amministrativi dell’Aquila hanno bocciato le manovre del Parco Gran Sasso, della Regione Abruzzo e del Comune di Montereale che avevano autorizzato la realizzazione di una nuova cava di oltre 600 mila metri cubi all’interno del Parco, spacciandola per il risanamento di una vecchia cava preesistente. Il Tar per fortuna ha detto no. C’era voluto però l’ennesimo ricorso del Forum Ambientalista e della Stazione ornitologica abruzzese che avevano segnalato l’anomalia: e cioè che era stata rilasciata una concessione mineraria nuova di zecca alla “Inerti Mozano” per mascherare il mancato risanamento dell’area, nonostante il divieto di aprire nuove cave all’interno del Parco nazionale del Gran Sasso e dei Monti della Laga.

Ad Ortona il nuovo piano regolatore prevede insediamenti edili nelle aree vincolate e di alto valore paesaggistico

Negli stessi giorni, a un centinaio di chilometri di distanza, è tornato a galla il nuovo piano regolatore di Ortona, la stazione di partenza della Costa dei Trabocchi in quel di Chieti, che prevede nuove colate di cemento, per fortuna bocciate dalla Sovrintendenza, soprattutto per quanto riguarda le aree di espansione delle frazioni. Nelle osservazioni sono finite sotto la lente di ingrandimento alcuni impianti turistici previsti sulla costa e gli insediamenti edili nelle aree vincolate o di alto valore paesaggistico. Persino la Provincia ha bocciato l’eccesso di cemento e la Asl ha sottolineato alcune importanti lacune: dalle aree di rispetto dell’impianto Eni, ai corridoi degli elettrodotti. Ma a far inorridire gli ambientalisti sono stati soprattutto gli insediamenti previsti all’ingresso delle riserve dell’Acquabella e dei Ripari di Giobbe, aree incontaminate e bellissime.

«Vinta la lotta contro la petrolizzazione — commenta il segretario nazionale di Rifondazione, il pescarese Maurizio Acerbo —, rimane in campo la minaccia del cemento. Lo dimostra il piano di Ortona che prevede una colata enorme di cemento in aree che invece andrebbero risparmiate e valorizzate. Per questo proposi una legge regionale in Abruzzo che avrebbe introdotto il consumo di suolo zero sui terreni agricoli non ancora urbanizzati e soprattutto di vincolare i terreni lungo la pista ciclabile e nel Parco della Costa Teatina che non si concretizza ancora perché centrodestra e centrosinistra sono pro-cemento». Ha poi aggiunto: «La vicenda di Ortona è emblematica perché il sacco urbanistico scriteriato e clientelare vede la gran parte del consiglio comunale impossibilitato a votare perché evidentemente la maggior parte dei consiglieri ha parenti con aree beneficiate dall’edificabilità. Questo scempio va fermato».

Lo squarcio nella montagna della Cava Mozano, con altri 600mila metri cubi di escavazione bocciati dal Tar

Meno male che ci sono i Tar, come nel caso della cava di Montereale. Hanno scritto i giudici: «Lo stato di grave compromissione del sito di estrazione è imputabile alla “Inerti Mozano” che ha esercitato l’attività estrattiva in violazione del progetto… Da nessuno degli atti del procedimento emergono argomenti certi che inducano a qualificare il progetto approvato come avente a oggetto il risanamento del sito di estrazione…». Insomma, secondo il Tar il risanamento dell’area non può avvenire attraverso una nuova concessione mineraria in favore della concessionaria inadempiente e, inoltre, tutti gli atti culminati con l’autorizzazione all’ampliamento della cava sono in contrasto col divieto di aprire nuove cave all’interno del parco.

Esulta Augusto De Sanctis della Stazione ornitologica abruzzese che aveva sollevato il caso quattro anni fa. «La cava era all’interno del Parco nazionale, mentre gli enti addirittura avevano cercato di farla passare come esterna utilizzando un confine farlocco, pure avallato nel 2007 e nel 2012 da due direttori generali per la Protezione della Natura del ministero dell’Ambiente» (rispettivamente, Aldo Cosentino e Renato Grimaldi). «Tra l’altro — aggiunge De Sanctis — il portale cartografico nazionale dello stesso ministero dell’Ambiente ha sempre riportato il confine giusto e non quello farlocco per cui la cosa era evidente a tutti. Solo grazie alla puntigliosa ricostruzione della Stazione ornitologica abruzzese del 2017, (basata su un accesso agli atti sui documenti originali del Decreto presidenziale di istituzione del Parco), la verità è potuta venire a galla». Per fortuna la Regione dei parchi almeno in questo caso è riuscita a difendere la propria identità. RIPRODUZIONE RISERVATA

Ha lavorato nella redazione abruzzese del “Messaggero” dal 1984 al 2014. Ha seguito per il quotidiano di Roma molte vicende dell’attualità italiana. Dal 2015 è direttore responsabile del blog “Maperò”, testata giornalistica che si occupa in Abruzzo di politica, cultura e cronaca. Collabora col “Fatto quotidiano” e con “Donne Chiesa Mondo”, il mensile dell’“Osservatore Romano”.