Oltre 15.000 lavoratori stranieri – di tutte le età e professioni – sarebbero morti tra il 2010 e il 2019 in Qatar. Facevano parte dei due milioni di persone provenienti da India, Pakistan, Nepal, Bangladesh, Sri Lanka e Filippine reclutate per costruire sette stadi, una città, aeroporti e infrastrutture. Due milioni di “schiavi” a fronte di 2,8 milioni di abitanti del Qatar. «Un patto segreto da 25 milioni di dollari con l’Organizzazione mondiale del lavoro (Ilo) per coprire gli abusi nei cantieri e salvare l’immagine dei mondiali di calcio Fifa World Cup 2022», denuncia su “The Guardian” un ex dirigente dell’Onu

Per gli osservatori internazionali, le pesantissime condizioni di lavoro nei cantieri dei mondiali di calcio in Qatar sono assimilabili alla schiavitù; sotto il titolo, il rendering del Lusail Stadium di Foster Partners, in cui sarà disputata la finale di Fifa World Cup 2022

L’articolo di FABIO BALOCCO

“PREDICA BERTO CHE predichi al deserto”. Questa la traduzione di un proverbio ligure che fa probabilmente riferimento all’inutile tentativo di diffondere il verbo del Vangelo da parte dell’apostolo Bartolomeo in Arabia ed Armenia. Un proverbio che si adatta a tutte quelle situazioni in cui ci si danna l’anima per diffondere un certo credo ma senza alcun risultato. Il proverbio ben si attaglia a tanti moniti caduti nel vuoto da parte dell’ambientalismo, ma in particolare direi a quel motto “piccolo è bello” di Ernst Friedrich Schumacher di quasi cinquant’anni fa con cui si indicava la via per un vero progresso – e non già sviluppo – umano, e cioè la piccola comunità, possibilmente autarchica.

Olimpiadi invernali Pechino 2022, gara di skiathlon; le piste sono state create aprendo squarci nei boschi e fabbricando la neve dal nulla. Costo dell’operazione nella sua totalità (compresi i vari stadi e le nuove infrastrutture): circa 38,5 miliardi di dollari: cattedrali nel deserto, subito abbandonate (credit Pentaphoto)

Sappiamo come è andata a finire: con la globalizzazione, il consumo del capitale naturale anziché degli interessi, il cambiamento climatico e via discorrendo. Ma forse l’esatto contrario del piccolo e bello, anche per la sua stupidità (e lo sottolineo), sono le grandi manifestazioni, di qualsiasi tipo, in particolare sportive. Non perché in teoria non possano svolgersi grandi manifestazioni compatibili con ambiente e territorio: basterebbe ad esempio che si svolgessero sempre in località che le hanno già ospitate in passato e che possiedono perciò le strutture ed infrastrutture necessarie. Quanto perché l’economia capitalista vuole che lo sport sia il grimaldello per conquistare sempre nuovi mercati. 

Due esempi recenti per comprendere la logica folle che presiede a tali operazioni. Un esempio è appena passato, un altro sta per compiersi. Quello trascorso sono le olimpiadi invernali, tenutesi in Cina, a Pechino, ma in realtà sul monte Yanqing, dove non c’era traccia di sci, visto che il monte è un’altura boscosa, molto esposta ai venti e con scarse nevicate. Nessun problema, le piste si creano aprendo squarci nei boschi e la neve altresì si fabbrica dal nulla. Costo dell’operazione nella sua totalità (compresi i vari stadi, le nuove infrastrutture, etc.): circa 38,5 miliardi di dollari [leggi qui nota 1]. Per avere poi una cattedrale nel deserto, visto che gli impianti di sci sono stati abbandonati (e già si sapeva): al confronto, le piste di bob ed i trampolini abbandonati di Torino 2006 sono una sciocchezza. Ed il tutto con la benedizione del Comitato Olimpico Internazionale, che in teoria vorrebbe manifestazioni sostenibili (già si capisce infatti come sarà sostenibile Cortina…).

Per i campionati in Qatar sono stati costruiti ex novo sette campi di calcio con aria condizionata, per un costo complessivo stimato intono ai 200 miliardi di dollari; per la prima volta nella storia, si dovranno interrompere i campionati dei singoli paesi per consentire lo svolgimento dei mondiali

E veniamo al disastro che invece si sta concretizzando: i mondiali di calcio in Qatar, che si svolgeranno dal 21 novembre al 18 dicembre, con la conseguenza che a causa della manifestazione si dovranno interrompere per la prima volta nella storia i campionati dei singoli paesi. Il Qatar, dunque, dove la diffusione del football è pari a quello delle discipline invernali in Cina. Infatti anche qui si è costruito ex novo: sette nuovi campi (con aria condizionata, naturalmente…), per un costo complessivo stimato pari a 200 miliardi di dollari. Ma chissenefrega se non si scia o non si gioca al calcio, l’importante è vendere più Coca Cola, più Red Bull, più Samsung, più Jeep… Ma fosse solo questa la morale, e cioè lo spreco di soldi pubblici, il consumo di territorio e di risorse. No, c’è ben di più. 

C’è la corruzione che ha portato all’assegnazione, direte [leggi qui nota 2]. Certo, ma soprattutto ci sono i morti, e tanti. Un’inchiesta del 2021 del quotidiano britannico The Guardian (forse il più attento quotidiano al mondo riguardo alle problematiche sociali ed ambientali) riportava questo dato: oltre 15.000 lavoratori stranieri – di tutte le età e professioni – sarebbero morti tra il 2010 e il 2019 in Qatar. Facevano parte di quei due milioni di persone provenienti da India, Pakistan, Nepal, Bangladesh, Sri Lanka e Filippine che erano state reclutate per costruire appunto i sette stadi, una città, aeroporti e infrastrutture. Due milioni di “schiavi” a fronte dei 2,8 milioni di abitanti del Qatar.

Lo stesso quotidiano riporta ora la denuncia di un ex dirigente dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (Ilo), facente parte dell’Onu, secondo cui l’Ilo sapeva delle terribili condizioni di lavoro in Qatar, ma raggiunse un accordo con l’Emirato per una pietra tombale: «Un patto segreto da 25 milioni di dollari con l’Organizzazione mondiale del lavoro (Ilo) per coprire gli abusi nei cantieri e salvare l’immagine dei Mondiali di calcio in Qatar» [leggi qui nota 3]. Chissà, potrebbe essere. In fondo il capitalismo è un mix di criminalità contro l’uomo stesso e l’ambiente. Ma anche di stupidità© RIPRODUZIONE RISERVATA


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Nato a Savona, risiede in Val di Susa. Avvocato (attualmente in quiescenza), si è sempre battuto per difesa dell’ambiente e problematiche sociali. Ha scritto “Regole minime per sopravvivere” (ed. Pro Natura, 1991). Con altri autori “Piste o pèste” (ed. Pro Natura, 1992), “Disastro autostrada” (ed. Pro Natura, 1997), “Torino, oltre le apparenze” (Arianna Editrice, 2015), “Verde clandestino” (Edizioni Neos, 2017), “Loro e noi” (Edizioni Neos, 2018). Come unico autore “Poveri. Voci dell’indigenza. L’esempio di Torino” (Edizioni Neos, 2017), “Lontano fa Farinetti” (Edizioni Il Babi, 2019), “Per gioco. Voci e numeri del gioco d’azzardo” (Edizioni Neos, 2019), “Belle persone. Storie di passioni e di ideali” (Edizioni La Cevitou, 2020), "Un'Italia che scompare. Perché Ormea è un caso singolare" (Edizioni Il Babi, 2022). Ha coordinato “Il mare privato” (Edizioni Altreconomia, 2019). Collabora dal 2011 in qualità di blogger in campo ambientale e sociale con Il Fatto Quotidiano, Altreconomia, Natura & Società e Volere la Luna.

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