I gruppetti “colorati” che per strada enumerano i giocatori del cuore scandendo per ognuno, forte e con gioioso orgoglio, un: “Africa” sono una delle rappresentazioni di questa nuova situazione. Moltitudini giustamente festanti, in patria e all’estero, per un successo che riguarda anche il mondo islamico e che viene vissuto non solo per l’importanza sportiva, ma — è trasparente — anche come metafora di un riscatto contro i vecchi padroni coloniali. L’Africa ha, e continuerà ad avere, la più giovane popolazione dei cinque continenti. E un potenziale in buona misura sconosciuto agli antichi Paesi “padroni”, e c’è da sperare che questi successi epocali nel calcio siano solo i primi segnali positivi di un grande cambiamento


Il commento di HERR K.

Qui in alto, Jawad el Yamiq esulta per l’ingresso del Marocco in semifinale; sotto il titolo, tifosi del Marocco sabato 10 festeggiano a Torino la vittoria contro il Portogallo ai Mondiali del Qatar (credit Tino Romano/Ansa)

“BISOGNAVA FERMARLI QUANDO era tempo!” La politica alla Salvini contro gli sbarchi trova una giustificazione a posteriori in quello che è il portato epocale di questi campionati mondiali di calcio. Per anni sono continuati ad arrivare, soprattutto dall’Africa qualcuno anche dall’Asia, e nessuno ha mai voluto fermarli! Ed ecco che, alla seconda generazione, sono già dei campioni in prestigiose squadre di club. E se tornano nelle squadre dei loro Paesi in Africa succede quello che sta succedendo, ossia i clamorosi risultati che vediamo: il Camerun che batte il Brasile e pareggia con la Serbia, il Ghana che perde di misura (2-3) col Portogallo e il Marocco che batte di fila Belgio, Spagna e Portogallo — tutte tra le top ten del calcio mondiale — per sbarcare nelle semifinali, la prima volta per una squadra africana. 

I gruppetti “colorati” che per strada enumerano i giocatori del cuore scandendo per ognuno, forte e con gioioso orgoglio, un: “Africa” sono una delle rappresentazioni di questa nuova situazione. Moltitudini giustamente festanti, in patria e all’estero, per un successo che riguarda anche il mondo islamico e che viene vissuto non solo per l’importanza sportiva, ma — è trasparente — anche come metafora di un riscatto contro i vecchi padroni coloniali.

Kylian Mbappé e Achraf Hakimi, insieme nel Paris Saint Germain, avversari nella semifinale Francia-Marocco mercoledì 14 dicembre: a scacciare la noia del predominio nel possesso palla hanno provveduto i campioni africani

E poi, che sarebbe la Francia — una vera legione straniera di oriundi e cinque giocatori su undici di origine africana — senza Dembelé e Mbappé? O l’Inghilterra senza gli oriundi Bukayo Saka e Bellingham, quando il pur indomito Kane sbaglia il rigore decisivo? E se sentite “Rüdiger” non pensate a un biondo Sigfrido nelle file della nazionale tedesca perché si tratta, invece, di un moro alto e possente.

Questa invasione, lunga nel tempo e proveniente come i barconi dall’altra parte del Mediterraneo, ha avuto effetti anche sul gioco. Tutti ormai hanno imparato, tranne gli italiani, quella fitta rete di passaggi precisi e di controllo del pallone dei quali sono stati maestri gli spagnoli. Ma il predominio nel possesso palla, sterile di aperture illuminanti e di realizzazioni fulminanti, diventa veramente noioso quando il fraseggio insistito del possesso palla non riesce più a filtrare coriacee difese dove giocano assi polivalenti. E a scacciare la noia hanno provveduto proprio i campioni africani con giocate fantasiose e gol spettacolari.

L’Africa si avvia per la fine di questo decennio ad avere più abitanti di Cina e India. Preda di non sopiti interessi neocoloniali è terreno di caccia non solo per gas e petrolio ma per tutti quei minerali che alimentano le nostre moderne tecnologie. Il suo territorio, martoriato in amplissime aree da sete e fame, fornisce il maggior contributo a quella “guerra a pezzetti” che conferma, ancora ottant’anni dopo, che la Seconda guerra mondiale non si è per davvero conclusa. Ma l’Africa ha, e continuerà ad avere, la più giovane popolazione dei cinque continenti. E un potenziale in buona misura sconosciuto agli antichi Paesi “padroni”, e c’è da sperare che questi successi epocali nel calcio siano solo i primi segnali positivi di un grande cambiamento. © RIPRODUZIONE RISERVATA

Non ha mai amato la poesia, in particolare quella contemporanea. Archiloco, Saffo, Lucrezio, Dante, Ariosto, Shakespeare e Leopardi, stop. Per questo, forse, si diletta a cimentarsi con racconti brevi, il romanzo non è nelle sue corde e nemmeno alla sua portata. Fascinato dalla Mitteleuropa di Hofmannsthal, Schnitzler, e sì, pure Roth. Ha un sano disprezzo per quell’orda di umanisti — tutti hanno sicuramente scritto poesie anche dopo i vent'anni — che infesta l'amministrazione pubblica ed è colpevole di linguaggio e procedure, che in nome di Sicurezza e Privacy bastonano impietosamente le parti basse degli utenti; e che vanificano gli sforzi per far risalire l’Italia dall’attuale ultimo posto nella Ue per digitalizzazione. Promette di lardellare con excursus scientifici, episodicamente, qualche racconto. Per contribuire a superare il gap che ha la letteratura italiana, fatti salvi Gadda, Calvino e, in parte, Eco ?. Ma sta anche valutando se non tralignare con un po’ di esoterismo