In un verso del 1973, Fabrizio De André (“Storia di un impiegato”) aveva visto lungo, con lucidità profetica: «prima cambiarono il giudice e subito dopo la legge»… E tornano alla mente gli episodi di compiacenza della magistratura e delle forze dell’ordine ai voleri del potere politico: dalla strage di Piazza Fontana alla strage di Via D’Amelio, passando dalla strategia della tensione allo stragismo mafioso. Non solo incidenti di percorso ma prova provata che la commistione tra potere esecutivo, apparati di sicurezza e settori compiacenti della magistratura produce mostri. E che quei mostri, in Italia, hanno goduto a lungo di impunità. Da qui la domanda effettiva a cui siamo chiamati a rispondere oggi e domani con un Sì o un No: “Volete una magistratura che risponde ai cittadini attraverso la propria autonomia costituzionale, o una magistratura che risponde, anche solo indirettamente, all’indirizzo politico del governo in carica?”. Quel verso di De André ci parla ancora
◆ Il commento di AURELIO ANGELINI

► Nella storia repubblicana italiana, l’omologazione/compiacenza della magistratura e delle forze dell’ordine ai voleri del potere è una ferita che si riapre ciclicamente. Non si tratta di un fenomeno nuovo né occasionale, ma di una tendenza strutturale che attraversa decenni e governi diversi, lasciando tracce indelebili nella coscienza civile del Paese. I casi più clamorosi parlano da soli. La strage di Piazza Fontana (Milano, 12 dicembre 1969) fu il battesimo di sangue della cosiddetta strategia della tensione: diciassette morti, decine di feriti, e una pista investigativa costruita a tavolino per incastrare gli anarchici — in particolare Giuseppe Pinelli, morto precipitando da una finestra della questura di Milano, e Pietro Valpreda, detenuto per anni da innocente. Dietro quella pista c’era la regia di apparati deviati dello Stato, di logge massoniche, di servizi segreti e di una parte della magistratura disposta a fare da schermo. La verità, parziale e tardiva, arriverà solo decenni dopo.
La strage di Via D’Amelio (Palermo, 19 luglio 1992) è un caso ancora più perturbante, perché il depistaggio non fu opera della sola criminalità organizzata, ma di uomini delle istituzioni. L’agenda rossa di Paolo Borsellino scomparve nell’immediatezza dell’attentato — sottratta, secondo ogni evidenza, da chi avrebbe dovuto custodirla. Il processo che ne seguì portò alla condanna di innocenti, costruita su false testimonianze pilotate: Vincenzo Scarantino, un piccolo criminale, fu indotto a confessare crimini mai commessi. Ci vollero vent’anni per smontare quella menzogna giudiziaria. I veri mandanti e i veri esecutori restano, in parte, ancora nell’ombra. Questi non sono incidenti di percorso: sono la prova che la commistione tra potere esecutivo, apparati di sicurezza e settori compiacenti della magistratura produce mostri. E che quei mostri, in Italia, hanno goduto a lungo di impunità.

Il presente: dal depistaggio alla legalizzazione
Ciò che distingue il momento attuale dalle stagioni precedenti non è tanto la presenza di questa tendenza, quanto la sua istituzionalizzazione. Si sta passando dalla zona grigia dell’illecito alla sua codificazione nella norma. Il Ddl Sicurezza, approvato dal governo Meloni, contiene disposizioni che hanno allarmato costituzionalisti, giuristi e osservatori internazionali. Tra le più controverse, quelle che estendono le facoltà degli agenti sotto copertura fino ad autorizzare, in determinate circostanze, la partecipazione a condotte che in qualsiasi altro contesto configurerebbero reati gravissimi — inclusa la gestione di organizzazioni e la detenzione di materiali esplosivi. L’ex presidente della Camera Laura Boldrini ha definito queste norme «la legalizzazione del terrorismo di Stato»: un’accusa grave, che non proviene da un’estremista, ma da una figura istituzionale di lungo corso. La logica sottostante è quella di uno Stato che si attribuisce facoltà eccezionali e permanenti, sottraendole al controllo giurisdizionale ordinario. È una logica che non tollera giudici scomodi.
La riforma della magistratura: il nodo del referendum
Ed è qui che si inserisce il progetto più ambizioso — e più pericoloso — dell’attuale maggioranza: la riforma costituzionale della magistratura, che approderà a referendum confermativo. La separazione delle carriere tra magistratura requirente (i pubblici ministeri) e magistratura giudicante (i giudici) è, in superficie, una proposta che può apparire tecnica e persino ragionevole. Ma il diavolo, come sempre, sta nei dettagli — e nelle intenzioni. Il vero cuore della riforma non è la separazione in sé, ma il ridisegno del Consiglio Superiore della Magistratura e, soprattutto, l’introduzione di un organo parallelo di controllo disciplinare — l’Alta Corte disciplinare — con una composizione che riduce l’autogoverno della magistratura e aumenta l’influenza indiretta del potere politico. In un sistema in cui i pubblici ministeri sono già strutturalmente più esposti alle pressioni esterne rispetto ai giudici, indebolire i meccanismi di autonomia significa esporre l’azione penale a condizionamenti che oggi almeno trovano un argine nelle regole. La domanda che il referendum pone ai cittadini italiani — anche se raramente viene formulata in questi termini espliciti — è: volete una magistratura che risponde ai cittadini attraverso la propria autonomia costituzionale, o una magistratura che risponde, anche solo indirettamente, all’indirizzo politico del governo in carica? La storia che abbiamo ricordato — Piazza Fontana, Via D’Amelio, i depistaggi, le verità negate — ci dice cosa succede quando quella domanda trova la seconda risposta.

De André sapeva
C’è una lucidità profetica nei versi di Fabrizio De André inseriti nell’album Storia di un impiegato (1973) “Sogno Numero Due” che il tempo non ha consumato, anzi ha reso più nitida:
«Ascolta: una volta un giudice come me / giudicò chi gli aveva dettato la legge: / prima cambiarono il giudice e subito dopo la legge. / Oggi, un giudice come me, / lo chiede al potere se può giudicare. / Tu sei il potere. Vuoi essere giudicato? / Vuoi essere assolto o condannato?»
De André descriveva il cortocircuito perfetto del potere che auto legifera e si autoassolve. La sequenza è sempre la stessa: prima si neutralizza il giudice scomodo, poi si riscrive la legge che lo rendeva possibile. Ciò che oggi si propone con la riforma costituzionale è semplicemente una versione più raffinata, più presentabile, più “democratica” dello stesso meccanismo. Non si cambia il giudice con un decreto: lo si rende dipendente, culturalmente e strutturalmente, da chi detiene il potere. Il risultato finale è identico: un giudice che «chiede al potere se può giudicare».
Gli scenari futuri
Se il referendum dovesse approvare la riforma nella sua forma attuale, si aprirebbe una stagione nuova — e per molti versi inedita nella storia repubblicana — in cui:
- I processi politicamente sensibili (corruzione, criminalità organizzata con ramificazioni istituzionali, reati dei pubblici ufficiali) potrebbero incontrare resistenze sistemiche anziché occasionali.
- La figura del pubblico ministero potrebbe trasformarsi progressivamente da organo di accusa indipendente a soggetto esposto a pressioni di carriera orientate politicamente.
- Il controllo della legalità — che in Italia ha storicamente supplito alle lacune di una politica spesso incapace di autoregolarsi — verrebbe sensibilmente ridotto proprio negli ambiti in cui è più necessario.
Non si tratta di un salto diretto verso la dittatura: nessuno sta prefigurando scenari così drammaticamente lineari. Si tratta di qualcosa di più sottile e perciò più difficile da contrastare — un assottigliamento progressivo degli argini, una erosione silenziosa delle garanzie, che lascia in piedi le forme della democrazia svuotandone la sostanza. L’Italia ha una Costituzione nata dall’antifascismo che ha posto l’indipendenza della magistratura come pilastro irrinunciabile dello Stato di diritto. Quella scelta non fu casuale: chi aveva vissuto il ventennio sapeva esattamente cosa significasse una giustizia al servizio del potere politico. Settant’anni dopo, quella lezione rischia di essere dimenticata — non con la violenza, ma con la pazienza certosina di chi riscrive le regole del gioco mentre l’attenzione pubblica è altrove. De André, da quel palco immaginario del 1973, ci aveva già avvertiti. La domanda è se siamo ancora in grado di ascoltarlo. «Prima cambiarono il giudice e subito dopo la legge». Poi non ci fu più bisogno di cambiare nessuno dei due. © RIPRODUZIONE RISERVATA
