Invece di incalzare il governo e aprire un cantiere riformatore serio, raccogliendo la spinta del No allo stravolgimento della Costituzione, le figure centrali del campo progressista hanno scelto di ripiegare sulle dinamiche interne: primarie annunciate, sintesi al ribasso, agende ridotte al minimo comune denominatore. Il problema non è personale, né riguarda singole scelte tattiche. È un problema di impostazione. Una politica che risponde a una domanda di trasformazione con un esercizio di equilibrio interno non è in grado di intercettare quella domanda: la delude. La crisi è sistemica e il cambiamento climatico è il moltiplicatore delle disuguaglianze. Le ondate di calore colpiscono prima i quartieri periferici e le abitazioni degradate. La siccità aggrava la povertà agricola. La speculazione energetica scarica i costi sui ceti più vulnerabili. In un tempo segnato da crisi intrecciate, la disillusione è il rischio più grave. Il futuro della democrazia si gioca adesso: sulla capacità della sinistra ecologista di trasformare quel consenso in processo, quel voto in proposta, quella domanda in politica


◆ L’analisi di AURELIO ANGELINI

«Prendiamoci in mano i destini della Terra e obblighiamo i governi a seguirci»: Massimo Scalia (cofondatore di Legambiente, Verdi e Movimento Ecologista), “Appello per il clima”, 2019

Manifestazione per la vittoria del No al referendum (credit foto di Maurizio Riccardi che qui si ringrazia)

Nel passaggio politico che stiamo attraversando — segnato da una diffusa stanchezza democratica e da una crescente distanza tra cittadini e istituzioni — il risultato del referendum ha significato molto più di una semplice espressione di dissenso. È stato un segnale forte e consapevole: una domanda di cambiamento, di riequilibrio, di ritorno a un’idea sostanziale di giustizia così come la Costituzione la concepisce — non come privilegio di pochi, ma come fondamento della convivenza civile e democratica. A rendere questo segnale ancora più significativo è un dato che sarebbe imperdonabile sottovalutare: la partecipazione giovanile e quella delle donne, superiore a quella degli uomini. Le giovani generazioni — quelle che vivono sulla propria pelle la precarietà lavorativa, l’inaccessibilità all’abitazione dignitosa, l’angoscia climatica, e che guardano con indignazione alle guerre in corso, dall’Ucraina a Gaza — sono tornate a votare. Non per nostalgia delle istituzioni, ma per rivendicare un futuro che la politica tradizionale fatica sempre più a rappresentare. Questo ritorno alle urne non è un gesto spontaneo e passeggero: è il sintomo di una domanda politica matura e strutturale, che attende risposte all’altezza.

Angelo Bonelli Giuseppe Conte Nicola Fratoianni Elly Schlein in Piazza Barberini a Roma la sera del 23 marzo 2026

Eppure, proprio a fronte di questa mobilitazione, la postura delle figure centrali del campo progressista ha mostrato i propri limiti con disarmante chiarezza. Invece di raccogliere quella spinta per incalzare il governo e aprire un cantiere riformatore serio, si è scelto di ripiegare sulle dinamiche interne: primarie annunciate, sintesi al ribasso, agende ridotte al minimo comune denominatore. Il problema non è personale, né riguarda singole scelte tattiche. È un problema di impostazione. Una politica che risponde a una domanda di trasformazione con un esercizio di equilibrio interno non è in grado di intercettare quella domanda — la delude. E la delusione, in una democrazia già fragile, non è politicamente neutrale: si trasforma in astensionismo, in cinismo, quando non in deriva verso soluzioni autoritarie.

Manifestazione dei giovani di Friday For Future

È precisamente in questo vuoto di progettualità che emerge la responsabilità delle forze politiche che si rifanno alla giustizia sociale e ambientale. Non una responsabilità tattica, di posizionamento nella coalizione. Una responsabilità culturale e politica nel senso più profondo: quella di chi possiede gli strumenti per leggere la crisi nella sua interezza e ha il dovere di tradurla in proposta — superando il deficit di visione e di radicamento sociale che ancora le appesantisce. La crisi che attraversiamo non è monodimensionale. È sistemica, e intreccia indissolubilmente la dimensione ecologica, quella sociale e quella democratica. Il cambiamento climatico non è un tema ambientale separato dalle questioni di giustizia: è il moltiplicatore delle disuguaglianze esistenti. Le ondate di calore colpiscono prima i quartieri periferici e le abitazioni degradate. La siccità aggrava la povertà agricola. La speculazione energetica scarica i propri costi sui ceti più vulnerabili. Non esiste transizione ecologica giusta senza una visione sociale, e non esiste giustizia sociale credibile che ignori la crisi climatica. Questo nesso non è un’aggiunta retorica al programma: è il cuore del programma.

Chi si colloca nell’area della giustizia sociale e ambientale — a partire da Avs — ha oggi la possibilità concreta, e insieme il dovere, di farsi motore di questa visione integrata. Una visione che ponga la riconversione ecologica al centro non come bandiera identitaria, ma come bussola per le grandi questioni materiali che strutturano la vita delle persone: il lavoro che muta nella transizione e che richiede formazione, tutele e nuovi diritti; l’autonomia energetica come strumento di sovranità e riduzione delle disuguaglianze; il diritto alla casa, sempre più eroso dalla finanziarizzazione del mercato immobiliare; la tenuta del servizio sanitario pubblico; la sicurezza alimentare, in un contesto geopolitico instabile che rende urgente ripensare i sistemi produttivi locali. Questi non sono temi settoriali da affidare a tavoli tecnici separati. Sono l’ossatura materiale dei diritti costituzionali. Sono le domande concrete che le giovani generazioni portano nelle piazze e, ora, anche nelle urne.

Dare risposte all’altezza di questa complessità significa, anzitutto, aprire spazi reali di partecipazione: assemblee territoriali, stati generali, percorsi costituenti dal basso capaci di trasformare l’energia sociale diffusa in agenda politica condivisa. La domanda di cambiamento espressa dal voto non può essere gestita dall’alto e restituita ai cittadini come programma già confezionato. Deve essere costruita insieme a chi quella domanda la incarna ogni giorno: i movimenti ambientalisti, i giovani dei Fridays for Future, l’associazionismo radicato nei territori, i lavoratori della transizione, le comunità energetiche. Anche la riforma della giustizia — tema esplicito del referendum — va letta in questa cornice più ampia. Non può essere confinata a una questione tecnica da consegnare agli esperti: deve diventare parte di un processo partecipato che restituisca ai cittadini la percezione dello Stato come garante effettivo dei diritti — non un apparato distante e autoreferenziale, ma un presidio concreto di equità. Giustizia, lavoro, casa, salute, clima e pace non sono voci separate di un catalogo di rivendicazioni. Sono un unico orizzonte di senso. È il progetto politico che manca — e che oggi è possibile e necessario costruire.

Manifestazione giovanile contro la crisi climatica (credit foto Stefano Guidi)

Una sinistra ecologista che ascolta, elabora e propone è una risorsa preziosa per l’intero campo progressista. Ma lo è soltanto se ha il coraggio di non dissolversi in esso: di non ridursi a forza di completamento della coalizione, e di reclamare invece il ruolo di motore culturale che le compete. Non per spirito di distinzione, ma per fedeltà alla propria funzione storica. Tradire quella spinta — confinandola dentro i perimetri stretti della competizione interna — non significherebbe soltanto perdere un’occasione. Significherebbe alimentare la disillusione di chi ha scelto di credere ancora nella democrazia rappresentativa. E in un tempo segnato da crisi intrecciate, quella disillusione è il rischio più grave che abbiamo di fronte. Quel voto non era un punto di arrivo. Era un punto di partenza. Il futuro della democrazia italiana si gioca adesso: sulla capacità della sinistra ecologista di trasformare quel consenso in processo, quel voto in proposta, quella domanda in politica. Il cambiamento climatico avanza, la guerra dilaga, l’autoritarismo incombe e ci sono alternative: dobbiamo essere pronti nella società a questa sfida epocale. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Sociologo dell’Ambiente e del Territorio. È presidente del Comitato Nazionale per l’Educazione alla Sostenibilità Agenda 2030. Coordinatore Nazionale di Movimento Ecologista. È stato professore ordinario di Sociologia dell'Ambiente e del Territorio presso l'Università Kore di Enna, preside di facoltà e coordinatore del Dottorato di ricerca in "Contesti, ambienti e stili di vita per la salute e il benessere". Ha insegnato all'Università di Palermo: Sociologia Urbana; Ecologia; Diritto dell’Ambiente; Politiche di Tutela dell’Ambiente; Sociologia delle Migrazioni. Nell'università Iulm di Milano: Politica del territorio e dell’ambiente; Ambiente e sviluppo sostenibile. In Sicilia, fa parte del Comitato scientifico dell’Autorità di Bacino ed è stato presidente della Commissione Tecnica Specializzata per le valutazioni ambientali. Dirige la Collana della FrancoAngeli: Benessere Ambiente e Salute e la rivista scientifica Culture della Sostenibilità.