Economia della pace di Raul Caruso. Società editrice Il Mulino; sotto il titolo, primo piano dell’autore

Le sanzioni vengono decise per non entrare in guerra ed avere al contempo una visione d’insieme dello scacchiere internazionale e dei relativi schieramenti politici, ma i dubbi sulla loro efficacia sono da dimostrare. Queste misure economiche non hanno toccato una buona parte del Pil russo derivato dalle banche dove vengono trasferiti i soldi del commercio del gas. Inoltre vanno considerati tutti quei legami politici ed economici generati dal mercato delle armi che spiegano l’allineamento, più o meno palese, dei vari Paesi con le politiche aggressive di Putin. Tutte le democrazie occidentali dovrebbero ripartire da nuovi meccanismi di mantenimento della sicurezza con politiche sulla limitazione degli armamenti avendo come obiettivo primario la pace. L’intervista al professor Caruso esce oggi nel nuovo numero del nostro magazine quindicinale distribuito nelle edicole digitali


L’intervista di ANNA MARIA SERSALE

POTENTI BOMBARDAMENTI IN queste ultime notti hanno martellato i sobborghi di Kiev, ormai sotto assedio. I carri armati russi sono alle porte della città. Che cosa accadrà? Speravamo nelle sanzioni, ma Putin è ancora lì. Per capire gli effetti delle misure finora adottate contro la Russia abbiamo intervistato Raul Caruso, professore di politica economica, economia della pace ed economia internazionale presso l’Università Cattolica di Milano. Caruso dirige negli Usa la rivista specializzata “Peace Economics, peace science and public policy” ed è stato direttore del Network of European peace scientist. Nel 2017 ha pubblicato con il Mulino il libro “Economia della pace”.

I dubbi sull’efficacia delle sanzioni economiche tengono conto delle complessità delle relazioni internazionali. Sopratutto dei Paesi che hanno legami stretti derivati dal mercato delle armi

— Professor Caruso, l’invasione dell’Ucraina da parte di Putin ha provocato una reazione compatta dell’Occidente. Stati Uniti e Europa hanno imposto un pacchetto di sanzioni, il cui bersaglio principale è l’economia. Ma la strategia occidentale di isolare la Russia sul fronte finanziario funziona?

«Sulle sanzioni c’è sempre un dubbio di fondo, vengono decise per non entrare in guerra e all’inizio servono per capire come si schierano i Paesi, per capire “chi sta con chi”. Però, sugli effetti che possono produrre restano dubbi elevati e l’idea che si possa ottenere un passo indietro dell’invasore è tutta da dimostrare, anche perché nel caso della Russia le banche dove vengono trasferiti i soldi del gas non sono state toccate. Un paradosso se si pensa che il gas rappresenta buona parte del Pil dei russi».

— Dunque, non toccando il gas con le sanzioni “selettive” non fermeremo Putin.

«Il regime viene colpito relativamente, sembra funzionare di più il blocco degli asset appartenenti agli oligarchi, che potrebbero rivoltarsi contro Putin (anche se devono a lui il loro successo) sentendosi minacciati nei loro interessi. Sono più efficaci le azioni mirate, anche se i patrimoni possono essere nascosti nei mille rivoli dei paradisi fiscali. I provvedimenti purtroppo colpiscono più duramente la  popolazione, in altre guerre si è visto che la gente, affamata e impoverita, si stringe intorno alla propria bandiera. Difficilmente la reazione è contro il nemico, piuttosto si ingenera un sentimento di fedeltà nei confronti del proprio Paese e del proprio capo, anche se questi è un dittatore. Ma c’è anche un altro aspetto di cui tenere conto, spesso le sanzioni economiche sono inefficaci e falliscono perché ci sono Paesi che in realtà non le applicano. Per esempio, i dittatori amici di Putin non si schiereranno contro la Russia».

L’assemblea generale delle Nazioni Unite

— In particolare a chi si riferisce?

«Basta vedere quello che è accaduto all’assemblea generale dell’Onu, quando è stata votata una formale condanna dell’invasione russa e si è chiesto il ritiro delle truppe. Dei 193 Stati chiamati ad esprimersi cinque – Bielorussia, Corea del nord, Siria, Eritrea e naturalmente la Russia – hanno votato contro la risoluzione che riconosceva la sovranità dell’Ucraina. A quei cinque “no” si sono aggiunti i 35 Paesi astenuti, il che fa capire che Putin ha più amici di quanto pensiamo, amicizie fatte con il commercio delle armi (non dimentichiamo che la Russia è il secondo esportatore al mondo dopo gli Stati Uniti). Tra i 35 astenuti c’è la Cina, che in apparenza vorrebbe restare equidistante ma che – si potrebbe pensare – in realtà vuole giocare su entrambi i tavoli. Lo stesso si potrebbe pensare dell’India, che pure si è astenuta».

— Lei ha sottolineato che i Paesi che non hanno condannato l’invasione avevano acquistato armi da Putin. Può spiegare quali condizionamenti ci sono stati?

«I legami del mercato delle armi sono cruciali per comprendere le relazioni tra governi. L’allineamento politico a favore di Mosca in gran parte si spiega proprio per i legami di tipo militare, ma tutto ciò comporta non pochi rischi. I dittatori si armano facilmente, sotto la cenere covano situazioni latenti che possono esplodere. Inoltre c’è il problema del “contagio” delle guerre, con Paesi armati a basso costo che decidono politiche aggressive contro altri Stati. Attualmente quello delle armi è un mercato senza regole, cosa che non era accaduta neppure durante la guerra fredda. Ora la comunità internazionale deve ripartire da qui e pensare non solo a una più stretta regolamentazione degli armamenti, ma anche a trattati di non proliferazione nucleare e al possibile disarmo con nuovi efficaci accordi vincolanti. In pratica, un passo da parte di tutti gli Stati per normalizzare le relazioni internazionali e riportare l’equilibrio». 

Putin ormai noto come l’ultimo Zar di Russia immerso nell’opulenza della storia dell’impero russo

— Con il blocco dello Swift e le sanzioni qualcuno parla di rischio bancarotta per la Russia, in quel caso che cosa accade?

«Se Putin dichiara default si annullano gli scambi tutti in una volta e tutti i Paesi staccano la spina, ma questo in larga parte lo stanno già facendo. Però non è facilmente prevedibile il default, anche se oggi, 16 marzo, per la Russia scade il termine per il pagamento di 107 milioni di dollari di interessi agli investitori stranieri, in realtà c’è ancora tempo perché nella prassi viene concesso un mese in più per versare la somma, dunque entro metà aprile. E poi, anche se sono bloccati i rapporti bancari, la Russia potrebbe avere delle riserve e un tesoretto di cui non sappiamo».

L’economia della pace dovrebbe essere la base di partenza delle relazioni internazionali partendo da un piano di riduzione degli armamenti

— Con la tragedia in atto, dobbiamo pensare ad un nuovo sistema di sicurezza?

«Tutte le democrazie occidentali devono farsi promotrici senza ambiguità di una nuova politica per la limitazione degli armamenti e da questa ripartire per instaurare nuovi meccanismi di mantenimento della sicurezza. Riscrivendo le regole del gioco e avendo la pace come obiettivo primario, sapendo che la pace non si genera da sola, ma richiede impegno e un sistema fondato su una cosa che si chiama “economia della pace”, perché non basta la crescita del Pil ma occorre ridurre le cause dei conflitti disinnescando contemporaneamente i piani di spesa militare. Quanto all’attuale emergenza, dovremmo provvedere allo stoccaggio del gas, chiedendo che sia l’Europa ad acquistarlo e non i singoli Paesi. Dovremmo imparare a dare risposte univoche ai problemi urgenti che riguardano tutti gli Stati membri. E  dovremmo pensare all’accoglienza dei profughi, due milioni di persone hanno già superato il confine ucraino e molti stanno arrivando.

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Giornalista professionista, ha lavorato al “Messaggero” dal 1986 al 2010. Prima la “gavetta” in Cronaca di Roma, fondamentale palestra per fare esperienza e imparare il mestiere, scelto per passione. Si è occupata a lungo di degrado della città, con inchieste sugli abusi che hanno deturpato il centro storico. Dal 1997 ha lavorato alle Cronache italiane, con qualifica di vice caposervizio, continuando a scrivere. Un filo rosso attraversa la sua carriera professionale: scuola, università e ricerca per lei hanno sempre meritato attenzione, con servizi e numerose inchieste.

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