La morsa mortale del nuovo zar — alla cui corte sono stati accolti tutti i sovranisti nostrani — si stringe sugli ucraini con due milioni e mezzo di profughi dalle città bombardate, evapora l’Europa politica fra gli specchi di Versailles e gli assoli dei premier polacco, ceco e sloveno su e giù in treno per Kiev. L’Italia balbetta o ci dice che dobbiamo prepararci alle armi. Lo Stato maggiore comunica ai nostri militari l’apertura di una fase operativa “in assetto di guerra”. All’opera, in effetti, c’è già la borsa nera legale sui carburanti. Il nazionalismo ha inoculato il suo virus mortale nelle vene dell’Europa. Assistiamo da anni alla sua diffusione. Un’onda lunga si propaga da Est a Ovest, di là e di qua dai confini dell’Unione. Quasi senza accorgercene, l’odio reciproco cresce a vista d’occhio con i bambini armati sui nostri giornali


Questo editoriale apre il numero 22 del nostro magazine distribuito nelle edicole digitali dal 16 marzo 2022

L’editoriale di IGOR STAGLIANÒ

Bambina ucraina con lecca lecca e fucile; la foto è stata pubblicata dal padre sul suo profilo Facebook e ripresa dai giornali occidentali

A QUESTO PUNTO, dobbiamo dircelo chiaro. Il nazionalismo ha inoculato il suo virus mortale nelle vene dell’Europa. Assistiamo da anni alla sua diffusione. Un’onda lunga si propaga da Est a Ovest, di là e di qua dai confini dell’Unione. Quasi senza accorgercene, l’odio reciproco cresce a vista d’occhio. Mettiamo i bambini armati sui nostri giornali: stavolta con armi vere, dopo aver preparato il terreno per settimane e mesi facendoceli vedere con quelle di cartone per le esercitazioni belliche, riprese e trasmesse da centinaia di fotografi e filmaker. La vicepremier ucraina Iryna Andrïïvna Vereščuk si sente «la mamma di tutti i bimbi ucraini», da ministra dei Territori occupati invoca l’Occidente con solo tre parole: No Fly Zone, come dire Terza Guerra Mondiale. Il serbatoio dei risentimenti violenti è stato già colmato per molti decenni a venire.

La guerra in corso alle porte di casa germinava dal 2004, dopo il fallimento della Rivoluzione Arancione. Nell’aspirazione di tanti giovani ucraini di voler partecipare al sogno europeo di pace e benessere si sono infilate le frange nazionaliste ucraine contrapposte alle frange nazionaliste russe. Dieci anni dopo, nella rivolta di Euro Maidan a Kiev, si sono fatte le prove generali con milizie armate nazionalsocialiste. Le nostre armi finiscono anche a loro: al Battaglione Azov (inquadrato ora nella Guardia nazionale) o al Battaglione fantasma Oun (Organizzazione nazionalista Ucraina) guidato da Mykola Kokhanivsky (nome di battaglia Uragano), fra i primi a operare in Piazza Maidan a gennaio del 2014 col suo gruppo “Il primo Centinaio di Kiev” in onore di Eugene Konovalets, storico leader nazionalista ucraino. Risultato: 100 persone morte negli scontri di piazza; 14mila morti negli scontri militari con i russi sul Donbass nel Sud Est ucraino in otto anni.

In alto le devastazioni di piazza Maidan dopo la rivolta del 2014; in basso, una unità armata del Battaglione Azov in posa

I due contrapposti nazionalismi hanno mobilitato l’una contro l’altra armata persino le rispettive chiese ortodosse, nate dallo stesso ceppo fondato da Vladimir I. Il sovrano della Rus’ di Kiev sceglie il cristianesimo ortodosso come la nuova religione di Stato nell’anno 988 d.C., dando vita sia all’Ucraina che alla Russia. Durante la presidenza del predecessore di Volodymyr Zelens’kyj — lanciato da attore comico verso la Presidenza della Repubblica dal canale televisivo dell’oligarca Ihor Valerijovyč Kolomojs’kyj —, il presidente in carica Petro Poroshenko è a Istanbul il 5 gennaio del 2019. Assiste alla firma del Tomos con cui il patriarca di Costantinopoli, Bartolomeo I, concede l’autocefalia alla Chiesa ortodossa ucraina nelle mani del metropolita di Kiev Epifanio, negata dal patriarca di Mosca Kirill I. Al fianco del capo di Stato Poroshenko c’è il presidente della Verkhovna-Rada (il parlamento ucraino) Andriy Parubiy, fondatore del Partito Social-Nazionale d’Ucraina, di stampo neonazista.

Tutto questo non lo abbiamo visto, o capito. Anziché aprire all’Ucraina le porte della Comunità europea abbiamo spinto le esercitazioni della Nato nel suo territorio, davanti alla porta di Putin: ben tre con 32 Paesi dell’Alleanza Atlantica coinvolti tra giugno e settembre 2021 (Australia compresa), come ha ricordato il professor Alessandro Orsini dell’università Luiss, citando date e circostanze. Per averlo fatto è stato tacitato dalla Libera Università di Confindustria. Da almeno un anno (stando a quanto afferma oggi Joe Biden), Stati Uniti e Gran Bretagna armano e addestrano i soldati ucraini, predispongono centri di comando e controllo nei punti strategici del Paese. 

Una polveriera imbottita, pronta a saltare in aria. Una trappola costruita con metodo e a lungo. Ma i nostri media volgono lo sguardo altrove, prima durante e dopo. Seguono il solito copione sperimentato da due anni: col vaccino, il green pass, ora con la guerra in casa. Il pluralismo informativo va a farsi friggere, la logica binaria impone un’unica direzione di marcia, scompare l’analisi degli eventi, nessuno spazio al dubbio — sennò sei “putiniere”: Antonio Polito, “Corriere della Sera” —, solo reazioni emotive impermeabili al giudizio critico. Una guerra spettacolarizzata nel Big talk che avvolge tutto. E così — sic et simpliciteril virus Putin-22 sostituisce Covid-19 (copyright Nanni Delbecchi), con successo di pubblico e di introiti pubblicitari al seguito.

Intanto, la morsa mortale del nuovo zar — alla cui corte sono stati accolti tutti i sovranisti nostrani — si stringe sugli ucraini con due milioni e mezzo di profughi dalle città bombardate, evapora l’Europa politica fra gli specchi di Versailles e gli assoli dei premier polacco, ceco e sloveno su e giù in treno per Kiev. L’Italia balbetta o ci dice che dobbiamo prepararci alle armi. Lo Stato maggiore dell’esercito comunica ai nostri militari l’apertura di una fase operativa “in assetto di guerra”. All’opera, in effetti, c’è già la borsa nera legale sui carburanti. Il ministro Cingolani parla come un passante e la definisce «una truffa». Di Maio scodinzola appresso al capo dell’Eni Descalzi per sostituire l’autocrate di Mosca con autocrati mediorientali, allungando la nostra dipendenza dai combustibili fossili sine die: il predecessore di Descalzi, Paolo Scaroni — giusto per la storia —, ha legato mani e piedi dell’Italia al gas di Putin per volere del suo amico Berlusconi (con buone interessenze personali, stando a quanto segnalavano nei loro cablogrammi i diplomatici statunitensi a Whashington pubblicati da WikiLeaks). Sullo stop alla decarbonizzazione è stato il governatore della Banca d’Italia Vincenzo Visco a dirla fuori dai denti: «Rimandare la sfida climatica non è una soluzione, vorrebbe dire prendere fra qualche anno misure più forti e repentine per evitare scenari ambientali catastrofici». Più chiaro di così?

La guerra vive di vita propria, dovremmo averlo appreso bene nei due conflitti mondiali che hanno insanguinato il nostro Continente. Una volta innescata prende il sopravvento per sua logica interna. È il male assoluto che travolge tutto. Va fermata subito con una trattativa e un compromesso. A vincerla sono sempre e soltanto i mercanti d’armi. E, difatti, le vendite in Europa sono cresciute del 19% in cinque anni, documenta l’International Peace Research Institute di Stoccolma. A perderla sono sempre e solo i poveri cristi, come vediamo anche in queste settimane nei bunker e alle frontiere d’Europa. «La guerra non si può umanizzare, si può solo abolire»: parole semplici e chiare di Albert Einstein, una volta ancora. © RIPRODUZIONE RISERVATA

Leggi qui il sommario del quindicinale n. 22 (16-31 marzo 2022)

Direttore - Da inviato speciale della Rai, ha lavorato per la redazione Speciali del Tg1 (Tv7 e Speciale Tg1) dal 2014 al 2020, per la trasmissione “Ambiente Italia” e il telegiornale scientifico "Leonardo" dal 1993 al 2016. Ha realizzato più di mille inchieste e reportage per tutte le testate giornalistiche del servizio pubblico radiotelevisivo, e ha firmato nove documentari trasmessi su Rai 1, l'ultimo "La spirale del clima" sulla crisi climatica e la pandemia.

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