Le potenze globali svuotano il diritto internazionale strutturato a partire dal processo di Norimberga. Stati Uniti, Russia e Cina fanno i conti, ciascuno a loro modo, con la crisi ambientale generata da un sistema economico globale predatorio e sempre più insostenibile. Una chiave interpretativa solida per comprendere i nuovi scenari disegnati dalla competizione geopolitica con atti sempre più aggressivi è la stessa con cui Papa Francesco lanciò, dieci anni fa, il grido di allarme sulla “casa comune in fiamme”. La crisi del diritto internazionale e la crisi ecologica sono manifestazioni di una contraddizione strutturale più profonda: l’incompatibilità tra un sistema economico fondato sull’accumulo illimitato e i limiti biofisici del pianeta. Anziché lambiccarsi il cervello con interpretazioni labirintiche su quel che sta avvenendo attorno a noi, sarebbe molto più utile rileggere con attenzione quel che i protagonisti principali della scena politica globale hanno già messo in chiaro: nero su bianco nei documenti e con gli “scarponi sul terreno”. In ultimo, la National Security Strategy presentata dall’amministrazione Trump nel novembre 2025. Ci aiuta a ripercorrere le tappe del cambio di scenario questa analisi strutturata del sociologo ambientale Aurelio Angelini


◆ L’analisi di AURELIO ANGELINI    

È necessario analizzare la destabilizzazione del sistema di diritto internazionale attraverso l’esame delle politiche unilaterali delle maggiori potenze globali, con particolare riferimento alla crisi ambientale come fattore strutturale della competizione geopolitica. L’approccio dell’Ecologia Integrale permette di evidenziare le interconnessioni tra violazioni del diritto internazionale, logiche estrattiviste e insostenibilità sistemica.

La crisi del sistema di Norimberga. Il sistema di diritto internazionale emerso dal processo di Norimberga attraversa una fase di destabilizzazione strutturale, caratterizzata dall’adozione di politiche unilaterali da parte delle principali potenze globali in violazione dei principi fondamentali della Carta delle Nazioni Unite.

La Federazione Russa ha avviato l’invasione dell’Ucraina nel febbraio 2022, configurando una violazione dell’art. 2(4) della Carta Onu. Parallelamente, mantiene presenza militare in diversi teatri africani attraverso forze regolari e società militari private (Wagner Group ed altri).

La Repubblica Popolare Cinese ha consolidato il controllo su Hong Kong mediante la legge sulla sicurezza nazionale del 2020, in contestazione del principio “un paese, due sistemi”. Mantiene inoltre una postura assertiva verso Taiwan e conduce una strategia di investimenti infrastrutturali su larga scala in Africa e Asia (Belt and Road Initiative), che alcuni osservatori qualificano come forme di neocolonialismo estrattivo (praticato anche da diverse multinazionali), con impatti documentati sulle comunità locali in termini di accesso alle risorse, spostamenti forzati e standard ambientali.

Gli Stati Uniti hanno condotto il 3 gennaio 2026 l’operazione “Absolute Resolve” contro il Venezuela, con bombardamenti su Caracas e la cattura del presidente Nicolás Maduro. Tale azione si inserisce nella National Security Strategy presentata dall’amministrazione Trump nel novembre 2025, che opera una revisione radicale della politica estera statunitense.

Elementi chiave della NSS 2025

La strategia si articola su diversi pilastri:

  • Riaffermazione della Dottrina Monroe attraverso un “Corollario Trump” che teorizza un rinnovato interventismo nell’emisfero occidentale;
  • Formulazione di una politica “America First” definita come “pragmatica senza essere pragmatista, realista senza essere realista”;
  • Subordinazione delle relazioni con la Repubblica Popolare Cinese a considerazioni economiche definite come “posta in gioco ultima”;
  • Dichiarazione esplicita della fine del ruolo degli Usa come garante unilaterale dell’ordine mondiale, con invito all’Europa ad assumere maggiore autonomia nella propria difesa.

La strategia stabilisce il controllo emisferico come priorità nazionale, includendo la gestione dei flussi migratori, del narcotraffico e delle risorse strategiche, con particolare enfasi sulla necessità di escludere competitori esterni dall’emisfero.

Il caso Venezuela: questioni di legalità internazionale
Nicolás Maduro e la moglie Cilia Flores catturati a Caracas e portati negli Usa dalle forze speciali statunitensi

L’operazione militare statunitense contro il Venezuela solleva plurime questioni di conformità al diritto internazionale:

  • Violazione dell’art. 2(4) della Carta Onu: il divieto dell’uso della forza contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica di qualsiasi Stato costituisce principio imperativo (jus cogens). L’operazione, che ha coinvolto circa 15.000 militari statunitensi, rappresenta uno dei maggiori dispiegamenti nella regione dal periodo della Guerra Fredda.
  • Violazione dell’art. 53 della Carta Onu: solo il Consiglio di Sicurezza può autorizzare azioni coercitive da parte di organizzazioni regionali. L’assenza di tale autorizzazione configura un’azione unilaterale in violazione del sistema di sicurezza collettiva.
  • Violazione dell’immunità dei Capi di Stato: la cattura e il trasferimento forzato del Presidente Maduro per sottoporlo a processo negli Stati Uniti viola il principio di immunità personale assoluta (ratione personae) dei Capi di Stato in carica dalla giurisdizione penale straniera. La giurisprudenza della Corte Internazionale di Giustizia (caso Arrest Warrant, 2002) ha confermato che solo la Corte Penale Internazionale può emettere mandati di arresto per Capi di Stato in carica.
Un murale nella capitale Panamá per ricordare l’invasione americana del 1989

Alcuni studiosi hanno tracciato paralleli con l’invasione di Panama del 1989 (operazione Just Cause, cattura di Noriega) e l’invasione dell’Iraq del 2003, evidenziando pattern ricorrenti di intervento unilaterale nella prassi statunitense (Greenwood, 2003; Murphy, 2004). Il caso Venezuela, tuttavia, presenta elementi di maggiore gravità per il contesto multipolare e l’esplicita teorizzazione dottrinale dell’azione.

Crisi ecologica e competizione geopolitica: un’analisi strutturale

I limiti biofisici della crescita. Già nel 1972, il rapporto (Meadows et al., 1972), The Limits to Growth commissionato dal Club di Roma evidenziava l’insostenibilità di una crescita economica fondata sul consumo illimitato delle risorse in un pianeta finito. Economisti ecologici come Kenneth Boulding (1966), Nicholas Georgescu-Roegen (1971) e Herman Daly (1977) hanno proposto alternative radicali al paradigma neoclassico: il passaggio dall'”economia del cowboy” a quella della “navicella spaziale”, l’applicazione dei principi termodinamici all’economia, il perseguimento di uno “stato stazionario” invece dell’espansione illimitata.

Nonostante questi contributi teorici, il prelievo di risorse naturali ha continuato ad accelerare. Il rapporto “Opening Pandora’s Box” della Gaia Foundation documenta, per il decennio precedente alla pubblicazione, incrementi della produzione mineraria del 180% per il ferro, 165% per il cobalto, 125% per il litio. Parallelamente, si registrano tassi di deforestazione di decine di migliaia di km² annui, espansione delle aree desertiche e riduzione della biodiversità (Fao, 2020; Ipbes, 2019). Le prospezioni per idrocarburi e minerali critici hanno intensificato i processi di mountaintop removal, degradazione ecosistemica e spostamento di comunità. 

Lo scavo di una miniera di terre rare
Il paradosso termodinamico del sistema economico

Il sistema economico globale si confronta con una contraddizione fisica fondamentale: nessuna entità può crescere indefinitamente in un sistema chiuso. L’economia industriale dipende da flussi costanti di materie prime ed energia che le “sorgenti” terrestri (sources) non possono fornire indefinitamente, generando contestualmente rifiuti e inquinamento che i “pozzi” del pianeta (sinks) non riescono ad assorbire. La crisi ecologica configura quindi anche una crisi economica strutturale: il degrado delle risorse naturali mina le basi biofisiche del sistema produttivo stesso. Contestualmente, forme di ricchezza non monetizzabili – stabilità ecosistemica, coesione sociale, qualità democratica – vengono sacrificate a metriche quantitative di crescita (Costanza et al., 1997).

La competizione per le risorse critiche come fattore di conflitto

La transizione energetica verso fonti rinnovabili, pur necessaria per la crisi climatica, genera nuove dinamiche di competizione per materiali critici (litio, cobalto, terre rare, nichel). Le tre maggiori potenze sono impegnate in strategie di securing di tali risorse:

  • La Cina controlla circa l’80% della raffinazione globale delle terre rare e ha consolidato posizioni dominanti in diversi Stati africani ricchi di minerali;
  • Gli Usa hanno identificato nella National Security Strategy 2025 la sicurezza delle supply chains di materiali critici come priorità strategica;
  • La Russia mantiene posizioni significative nell’estrazione di nichel e palladio.
La mappa dei fornitori di materie prime critiche all’Europa e i livelli di governance dei paesi esportatori

Tale competizione riproduce logiche coloniali e imperiali in forme nuove, con le regioni ricche di risorse – principalmente nel Sud globale – che diventano oggetto di strategie di controllo geopolitico.

Il nesso imperialismo-ecologia: una prospettiva marxiana

La logica dell’accumulo illimitato che sottende la competizione capitalista genera simultaneamente sfruttamento del lavoro e metabolic rift – rottura del metabolismo tra società e natura esposta da John Bellamy Foster nel 1999. Nei Grundrisse nel 1858 Karl Marx aveva già identificato la tendenza del capitale a trascendere ogni limite naturale come fonte di contraddizioni sistemiche.

Un sistema economico fondato sulla crescita illimitata in un pianeta finito presenta un’incompatibilità ontologica con la sostenibilità ecologica. La militarizzazione della competizione per le risorse – di cui il caso Venezuela costituisce un’espressione – aggrava ulteriormente questa contraddizione fondamentale.

Scenari evolutivi e implicazioni normative

L’analisi della situazione attuale permette di delineare tre scenari possibili:

Scenario 1 – Escalation: prosecuzione delle dinamiche competitive con crescente rischio di confronto diretto tra potenze nucleari. La militarizzazione della competizione per le risorse e l’erosione delle norme internazionali aumentano la probabilità di incidenti e miscalculations.

Scenario 2 – Frammentazione: cristallizzazione di sfere d’influenza regionali separate con erosione completa delle istituzioni multilaterali. Questo scenario comporterebbe la fine dell’ordine liberale internazionale e il ritorno a logiche di balance of power.

Scenario 3 – Ricomposizione cooperativa: negoziazione di un nuovo ordine basato sulla condivisione equa delle risorse e sulla sostenibilità integrale. Questo scenario richiederebbe:

  • Riforma delle istituzioni internazionali per riflettere la distribuzione multipolare del potere
  • Meccanismi vincolanti di governance globale delle risorse comuni
  • Transizione verso economie post-crescita nei paesi ad alto reddito
  • Investimenti massicci in energie rinnovabili ed efficienza senza riprodurre logiche estrattiviste
L’Ecologia Integrale come framework analitico

L’approccio dell’Ecologia Integrale, teorizzato nell’enciclica Laudato Sì (2015) e sviluppato in ambito accademico precedentemente e successivamente in ambito accademico, propone di considerare pace e ambiente come dimensioni interconnesse di un’unica crisi sistemica. Questo framework suggerisce che:

  • La giustizia sociale, ambientale e climatica costituiscono aspetti inscindibili della sostenibilità;
  • Le soluzioni tecnocratiche (mera sostituzione tecnologica) sono insufficienti senza trasformazione dei modelli di consumo e produzione;
  • La competizione militarizzata per le risorse contraddice strutturalmente gli obiettivi di sostenibilità
  • La transizione ecologica richiede contemporaneamente disarmo, redistribuzione e democrazia partecipativa.

Nel contesto europeo, questo implicherebbe la priorità degli investimenti nella riconversione ecologica dell’economia e dei sistemi energetici rispetto al riarmo, riorientando le risorse verso la costruzione di resilienza sistemica piuttosto che capacità militari.

Conclusione

L’analisi condotta evidenzia come la crisi del diritto internazionale e la crisi ecologica costituiscano manifestazioni di una contraddizione strutturale più profonda: l’incompatibilità tra un sistema economico fondato sull’accumulo illimitato e i limiti biofisici del pianeta. Le violazioni del diritto internazionale da parte delle maggiori potenze – inclusa l’operazione statunitense contro il Venezuela – si inseriscono in una competizione per risorse sempre più scarse, che rischia di degenerare in confronto militare diretto. L’Ecologia Integrale offre un framework teorico per ripensare simultaneamente le questioni di pace, giustizia e sostenibilità, suggerendo che solo un approccio sistemico possa affrontare adeguatamente la complessità della crisi contemporanea. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Sociologo dell’Ambiente e del Territorio. È presidente del Comitato Nazionale per l’Educazione alla Sostenibilità Agenda 2030. Coordinatore Nazionale di Movimento Ecologista. È stato professore ordinario di Sociologia dell'Ambiente e del Territorio presso l'Università Kore di Enna, preside di facoltà e coordinatore del Dottorato di ricerca in "Contesti, ambienti e stili di vita per la salute e il benessere". Ha insegnato all'Università di Palermo: Sociologia Urbana; Ecologia; Diritto dell’Ambiente; Politiche di Tutela dell’Ambiente; Sociologia delle Migrazioni. Nell'università Iulm di Milano: Politica del territorio e dell’ambiente; Ambiente e sviluppo sostenibile. In Sicilia, fa parte del Comitato scientifico dell’Autorità di Bacino ed è stato presidente della Commissione Tecnica Specializzata per le valutazioni ambientali. Dirige la Collana della FrancoAngeli: Benessere Ambiente e Salute e la rivista scientifica Culture della Sostenibilità.