Bis del Presidente Mattarella in Parlamento, con 55 applausi. La Presidente donna, quando?

Dacia Maraini ha guidato l’appello per una Presidenza al femminile pubblicato alla vigilia delle elezioni per il Quirinale; sotto il titolo, il bis del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella [credit Ipp/zumapress e Fanpage]

L’apprezzamento per Mattarella è unanime ma resta l’amarezza per una ennesima sconfitta per chi crede in una vera democrazia. «Il nostro è un Paese in cui le donne hanno dato molto e ricevuto assai poco. I governi hanno fatto pochissimo: meno della metà delle donne lavora. Una su cinque lascia il lavoro dopo la nascita di un figlio. I Iuoghi decisionali sono a monopolio maschile trasversalmente ai settori pubblici e privati. Le infrastrutture sociali carenti se non inesistenti…  Le donne non possono essere l’imbellettamento dei partiti», afferma Linda Laura Sabbadini, direttora centrale Istat. In tempi di grave crisi climatica, pandemica ed economica il nostro Paese non può fare a meno delle competenze e dell’impegno delle donne, a cominciare dalla politica. Una sfida non più rinviabile mentre si avvicina la scadenza per il rinnovo del Parlamento che si spera rispetti la parità democratica


L’analisi di STEFANELLA CAMPANA

IL 1° FEBBRAIO del 1945 il Consiglio dei ministri guidato da Bonomi riconobbe il voto alle donne per la prima volta nella storia dell’Italia. Dopo settantasette anni il nostro Paese non ha mai avuto una donna alla guida di Palazzo Chigi e una Presidente al Quirinale. Eppure mai come in questa elezione per il Presidente della Repubblica — in un momento politico economico e sociale tra i più difficili — si è sentito forte il richiamo a una candidatura femminile per superare una democrazia malata, anche di monopolio maschile del potere. O per togliere le castagne dal fuoco quando i giochi si fanno complicati, noto come il Glass cliff, il precipizio di vetro, quando in una situazione critica ci si affida a una donna, come è successo per Christine Lagarde e Ursula von der Leyen… Ma anche  per mascherare strategie (accordo Conte-Salvini sulla candidatura Elisabetta Belloni), per incassare il risultato della novità, usarle in uno schema di muro contro muro… o come minaccia di fronte a candidature non desiderabili. 

Nel loro appello “Ci vuole una donna al Quirinale”, le esponenti della cultura democratica e antifascista hanno sottolineato l’importanza dell’esperienza istituzionale e della formazione laica con la coscienza di genere

“Ci vuole una donna al Quirinale” lo hanno detto a gran voce movimenti femministi, ma non una qualunque, hanno precisato, una «con un preciso profilo di donna autorevole, robusta formazione costituzionale, antifascista e garantista, di esperienza istituzionale, profondamente democratica e laica, soprattutto con la consapevolezza di ciò che ha significato e continua a significare appartenere a un genere». Lo hanno scritto in un documento numerose intellettuali tra cui Dacia Maraini, senza però indicare un nome e un volto, ciò che ha suscitato critiche, anche se nel frattempo cominciavano a circolare alcune candidature: Letizia Moratti ex ministra dell’Istruzione di Forza Italia, Marta Cartabia attuale ministra della Giustizia vicina a Comunione e Liberazione, Paola Severino, ministra della Giustizia nel governo Monti, “bruciate” molto in fretta. Nessun nome invece nell’area progressista, ma le donne erano già pronte a scendere in piazza il 24 gennaio a Roma contro la candidatura di Silvio Berlusconi proposta dal centrodestra, considerata  come «inaccettabile», «pericolosa per la democrazia», ricordando il conflitto di interessi, i rapporti con la Mafia e la P2, i 36 processi, la condanna per frode fiscale, le leggi ad personam, simbolo «del più becero maschilismo, del sistema di scambio tra sesso, denaro e potere».   

Giorgia Serughetti: «Elisabetta Alberti Casellati uno dei profili peggiori di donna politica», simbolo delle donne cooptate perché fedeli al capo. Nell’assunzione di ruoli e responsabilità pubbliche una donna non vale l’altra

Impallinata anche la seconda carica dello Stato, la Presidente del Senato Elisabetta Alberti Casellati (dai suoi stessi compagni di partito) e certo non gradita da chi vede in lei, come la sociologa Giorgia Serughetti, «uno dei profili peggiori di donna politica», il segno di un arretramento in quanto simbolo delle donne cooptate perché fedeli al capo (impossibile dimenticare il suo aiuto a Berlusconi sul caso Ruby, i 124 voli di Stato in 11 mesi). Una donna non vale l’altra. E infatti la candidatura di Elisabetta Belloni, stimata ambasciatrice di lungo corso e attualmente direttrice generale del Dis, il Dipartimento per le informazioni e la sicurezza, sembrava più condivisa tanto che venerdì 28 gennaio Conti dichiarava  la «felice convergenza tra i partiti su un profilo femminile di alto livello». Poi i veti incrociati, anche da Letta e Renzi, l’hanno fatta saltare, pur con grandi dichiarazioni di stima nei confronti della “tecnica” Belloni, prima donna segretaria generale della Farnesina. «Vengono usate candidature femminili in modo strumentale, spregiudicato», commenta Laura Boldrini, ex presidente della Camera. Cecilia D’Elia, responsabile Politiche per la Parità del Pd, grande elettrice al suo esordio come parlamentare, eletta alla Camera al posto di Gualtieri, spiega «noi sapevamo di non avere i numeri abbiamo pensato a nomi femminili ma in un percorso condiviso senza  vincitori né vinti». Già, ma quali nomi?

Francesca Izzo: «Le donne di destra non legano la loro azione politica a vincoli veri o presunti con le altre donne. Si muovono in diretta competizione con gli uomini che le riconoscono come loro simili» [credit Cecilia Fabiano/LaPresse]

Resta il fatto che nella corsa quirinalizia è emersa la difficoltà delle donne di sinistra ad emergere come leader, ad essere sostenute, una realtà che stride con il confronto delle battaglie fondamentali sui diritti degli anni Sessanta e Settanta portate avanti con successo grazie all’alleanza delle politiche con il movimento femminista. Per loro è una sfida più difficile. Se il principio della non discriminazione sancita nella nostra Costituzione è condivisa, il femminismo mette in discussione il sistema, le sue regole e confini. E le forze progressiste hanno storicamente un problema col femminismo. Non a caso vengono preferite donne fedeli, affiliate come i colleghi alle correnti e ai loro capi, cooptate. «Le donne di destra non legano la loro azione politica a vincoli veri o presunti con le altre donne. Si muovono in diretta competizione con gli uomini che le riconoscono come loro simili», commenta la filosofa Francesca Izzo, tra le fondatrici di “Senonoraquando?” 

Le donne conservatrici si calano nei panni vincenti, quelli di un uomo, si comportano come loro, prendono le distanze dal loro essere donne, dalle battaglie femministe che hanno permesso loro di ricoprire i loro ruoli. Lega e Fratelli d’Italia, grazie alle donne dei loro partiti hanno riportato in auge una visione retrograda della maternità e della famiglia. Non si può negare il protagonismo femminile in Forza Italia. E quando nel ‘94 Bossi scelse Irene Pivetti, giovane e cattolica, presidente della Camera, fu uno smacco per le donne di sinistra che nonostante il loro impegno per la parità si vedevano superare a destra. La storia si ripete? Si preannuncia un’altra sconfitta per le donne progressiste: se alle prossime elezioni restano le stesse attuali intenzioni di voto, Giorgia Meloni è la possibile prima premier donna.

Linda Laura Sabbadini: «Il nostro è un Paese in cui le donne hanno dato molto e ricevuto assai poco. I governi hanno fatto pochissimo: meno della metà delle donne lavora. Le donne non possono essere l’imbellettamento dei partiti»

Per le donne resta ancora difficile emergere nel mondo della politica con i suoi ritmi e riti, ma anche con un blocco resistente nell’accesso alla rappresentanza, tenacemente e largamente in mani maschili. Ora le senatrici sono 112, 229 le deputate, ma il rischio che siano ancora più penalizzate nel prossimo Parlamento che avrà 345 componenti in meno è reale perché decideranno le segreterie dei partiti saldamente maschili. Nei movimenti femminili non mancano le autocritiche: le donne della politica troppo autoinibite? O forse una campagna per una donna al Colle ingenua: si doveva chiedere parità di precise candidature femminili da sostenere con un profilo adatto per il momento, ricordando la metà femminile dell’elettorato. 

L’apprezzamento per Mattarella è unanime ma resta l’amarezza per una ennesima sconfitta per chi crede in una vera democrazia. «Il nostro è un Paese in cui le donne hanno dato molto e ricevuto assai poco. I governi hanno fatto pochissimo: meno della metà delle donne lavora. Una su cinque lascia il lavoro dopo la nascita di un figlio. I Iuoghi decisionali sono a monopolio maschile trasversalmente ai settori pubblici e privati. Le infrastrutture sociali carenti se non inesistenti…  Le donne non possono essere l’imbellettamento dei partiti», critica Linda Laura Sabbadini, direttora centrale Istat. In tempi di grave crisi climatica, pandemica ed economica il nostro Paese non può fare a meno delle competenze e dell’impegno delle donne, a cominciare dalla politica. Donne che sappiano rigenerarla, portarla nel paese reale per risolvere concretamente i bisogni di tutte e tutti, per eliminare o almeno ridurre le troppe disuguaglianze. Una sfida non più rinviabile mentre si avvicina la scadenza per il rinnovo del Parlamento che si spera rispetti la parità democratica. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Giornalista a “La Stampa” per 26 anni, è stata direttora della versione italiana del magazine delle culture del Mediterraneo www.babelmed.net. Ha diverse esperienze in campo editoriale e tv, tra cui l’evoluzione del mondo del lavoro (Rai 3); coautrice di: "Donne in liquidazione" sulle operaie Motta e Alemagna, "Il problema dei figli nella separazione" (Bollati-Boringhieri), "Quando l'orrore è donna: torturatrici e kamikaze" (Editori Riuniti). Coautrice di documentari, tra cui “Una violenza di genere” (Rai 3 e Rai Storia). Impegnata da sempre perché l’Italia sia anche un Paese per donne, è stata presidente della Commissione pari opportunità della Regione Piemonte e rappresentante della Cpo dell'Associazione Stampa Subalpina, nel Direttivo di GiUliA Giornaliste, tra le fondatrici dell’associazione “Se non ora quando?”. Tra le curatrici della mostra internazionale “In prima linea. Donne fotoreporter in luoghi di guerra” (Torino, Palazzo Madama). Nell’Esecutivo Ungp -Fnsi.