L’equiparazione tra vincitori e vinti nella guerra di Liberazione dalla dittatura mussoliniana è la missione che il presidente del Senato e la premier si sono dati anche quest’anno. Vogliono confondere le acque dei giovani digiuni di storia e dei meno giovani assuefatti alle loro giravolte politiche o sfiancati dalle loro mistificazioni ideologiche. La ragione più evidente — i fascisti s’erano schierati dalla parte sbagliata della storia e hanno affiancato i nazisti nella persecuzione degli ebrei e nella fucilazione dei partigiani — l’aveva riassunta una volta per tutte Vittorio Foa rivolto direttamente al senatore missino Giorgio Pisanò con una verità semplicissima: «Abbiamo vinto noi e tu sei senatore. Se fosse stato il contrario io sarei morto in carcere». A queste ragioni storiche dell’antifascismo si sono aggiunte quelle che riguardano il presente e il nostro futuro. Ci sarà una ragione se Thiel, Musk e guru ex libertari della Silicon Valley sponsorizzano oggi figure come Giorgia Meloni in Italia o Alice Weidel in Germania. Esse servono a dar corpo politico e istituzionale ai loro disegni “tecno-fascisti” nel governo del mondo. Non è ancora chiaro?

◆ L’editoriale di IGOR STAGLIANÒ
► Ci riprova di nuovo. La seconda carica della Repubblica antifascista ci riprova sempre ad equiparare i martiri che hanno restituito all’Italia onore e democrazia ai tirapiedi di un Duce che quei valori se l’era messi sotto gli stivali. Di più: per 600 giorni li aveva sottomessi a Hitler con la feroce e ridicola repubblichetta di Salò per guadagnare un salvacondotto per sé, la sua amante, la sua famiglia e i gerarchi più assetati di sangue. Ignazio Benito Maria La Russa — che di quel duce conserva il busto di bronzo nel salotto di casa sua — ci riprova anche quest’anno. Un revisionismo d’accatto di cui non può fare a meno: è nella sua natura.

Il rifiuto di accettare la sconfitta del fascismo è nella natura di una storia politica — il Movimento sociale italiano, l’Msi, che della repubblichetta fantoccio aveva sostituito solo la prima lettera, la R della Rsi (Repubblica sociale italiana) del 1943 con la M del Msi del 1946. Ed è ancora presente fra noi: il 26 dicembre di quest’anno lo vedremo festeggiare gli 80 anni dalla sua fondazione. Di quella storia politica sopravvive il simbolo esplicito, la fiamma che arde: nel Msi sovrastava il sarcofago di Mussolini, ora è incorporata nel simbolo di Fratelli d’Italia, alla cui nascita La Russa ha dato il suo apporto decisivo, sostituendo il nodo tricolore che campeggiava al debutto del simbolo di FdI. Troppo poco. La fiamma sempre ardente doveva essere l’obolo per il nuovo partito. Già, «le radici profonde non gelano mai», vero presidente Meloni?
Da quando La Russa siede sullo scranno più alto di Palazzo Madama e Giorgia Meloni su quello principale di Palazzo Chigi, quattro anni di appelli e “raccomandazioni” a questo punto dovrebbero bastare. Loro, a dirsi antifascisti non ce la possono fare. Pelosi o sperticati che siano (appelli e raccomandazioni), se ne facciano una ragione opinionisti acquartierati nelle pieghe sempre comode di uno Stato democratico e antifascista a cui i martiri della Resistenza più di 80 anni fa avevano immolato la loro giovane vita. Non per far posto agli eterni gattopardi tricolori. La manfrina si chiuda qui. Sappiamo distinguere lo sforzo generoso di chi si è adoperato per “integrare” i post fascisti nelle procedure e nelle responsabilità della nostra democrazia liberale. E, in qualche momento solenne, l’abbiamo potuto apprezzare. Ma per noi, sulla scia di Sandro Pertini, il fascismo non è un’opinione. È un crimine. Perciò basta. Prendiamone atto e lasciamoli nel loro orto in cui continuano a produrre frutti tossici. L’orto lo hanno potuto coltivare comodamente grazie al dono di quei tanti giovani come Vittorio Foa che — in un’intervista televisiva — al fascista Giorgio Pisanò dovette ricordare una semplicissima verità: «Abbiamo vinto noi e tu sei senatore. Se fosse stato il contrario io sarei morto in carcere». Basta o no?

Dovrebbe bastare e c’è da aggiungere altro. Ci sarà bene una ragione se i Thiel, i Musk e i guru ex (o falsi) libertari della Silicon Valley sponsorizzano figure come Giorgia Meloni in Italia o Alice Weidel di Afd in Germania. Essi devono dar corpo politico e istituzionale ai loro disegni “tecno-fascisti” nel governo del mondo. Per tutti costoro, la libertà di far quello che gli pare deve essere assoluta. A tutti gli altri indicano il feticcio da adorare facendo credere che la loro libertà assoluta valga per tutti. Ma non è così, come avremmo dovuto capire, grazie a Trump (questo merito gli va riconosciuto, se c’era ancora qualche dubbio residuo). La responsabilità sociale per le loro imprese non conta, grazie alla licenza totale (fiscale, economica e persino legale) garantita da Bill Clinton nella seconda metà degli anni Novanta del Novecento, all’alba della rivoluzione tecnologica nella quale oggi siamo tutti immersi. Il “laissez faire” dei miliardari in due decenni ha costruito padroni imperiali incontrastati e forse incontrastabili nel mondo intero, emisfero occidentale in primis.

Sul “Corriere della Sera”, i predicozzi liberali di Galli Della Loggia, Panebianco e Cassese — per i quali “fraternité” ed “egalité” sono sacrificabili sempre a qualcos’altro o alla “libertà” dei pochi — non sono serviti ad aprire la mente né di La Russa né di Meloni. Ovviamente. Se ne prenda atto. A loro due non servono neanche i suggerimenti ponderati su “Repubblica” di Ezio Mauro, che personalmente apprezzo e stimo. Lo ha fatto qualche giorno prima dell’intervento della premier alla Camera dopo la batosta subìta nella consultazione referendaria con cui abbiamo difeso, lo hanno fatto i giovani sopratutto, la nostra Costituzione. No, Ezio. A leggerti non c’era dall’altra parte una Merkel — figurarsi: al ruolo l’aveva candidata Bocchino — e nemmeno una Thatcher. C’è sempre stata una scaltra influencer che galleggia nei marosi del caos d’oggi. Una finta “popolana” che mangia pane e politica da una vita e underdog non lo è mai stata, checché ne dicano i suoi spin doctor (qualcuno già ripagato con un ministero). E difatti la nostra ducetta in blazer multicolori, quasi sempre fuori misura nonostante il defatigante lavoro dei suoi addetti all’immagine, sfida apertamente — ancora una volta — il presidente Mattarella. Stavolta lo fa attraverso l’ennesimo affronto al Quirinale sulla separazione dei ruoli e dei poteri nell’esercizio della giustizia italiana. Lo fa, per di più, dopo la sberla sonora che è arrivata sul volto del suo governo nel referendum di un mese fa. Perché lo fa? È nella sua natura. E basta così. Ora e sempre Resistenza. Viva la Liberazione dal nazi-fascismo e buon 25 Aprile a tutti. © RIPRODUZIONE RISERVATA
