Qui in alto una comunità energetica; sotto il titolo, proteste in piazza contro il caro bollette a Torino (credit Fabrizio Maffioletti)

Leggiamo il passato: il primo sindaco socialista di Bologna Francesco Zanardi, più di cento anni fa, capì tutto aprendo un forno comunale del pane. E calmierando il prezzo di questo alimento popolare. Ora servirebbe un prezzo politico per l’energia. Servono riforme, non basta un liberismo compassionevole. Occorre riportare le aziende dell’energia al compito pubblico per il quale sono nate: offrire un servizio di qualità a prezzi equi. Le misure a sostegno di famiglie ed imprese sono una buona cosa, ma non sono sufficienti. Una riflessione accorata sul sano riformismo che serve e che non c’è, a cominciare da quell’Emilia-Romagna alla ribalta, in questi giorni, del dibattito pubblico sul futuro della sinistra nel nostro Paese: «Occorre partire dalle radici, dalla forza del passato per trovare oggi nuove forme adeguate e concrete che riducano le diseguaglianze e facciano fronte al riscaldamento globale con le energie rinnovabili e l’economia verde»


L’intervento di PAOLO GALLETTI

SERVONO VERE RIFORME: non basta un liberismo compassionevole. In un articolo su Italia libera [leggi qui], scritto prima dell’invasione russa in Ucraina paragonavo il caro energia di oggi al rincaro del pane nell’800 e nei primi decenni del ‘900. A Bologna il primo Sindaco socialista Francesco Zanardi (1914) aprì un forno comunale del pane (oggi è una galleria di arte moderna) ed una serie di negozi per vendere il pane a prezzi calmierati. Non solo: fece acquistare al Comune due navi per comprare carbone in Inghilterra e grano in Argentina. Ma anche case popolari e scuole all’aria aperta nei parchi. Ecco il tanto disprezzato riformismo dell’Emilia-Romagna. Che viene da lontano dalle società di mutuo soccorso repubblicane, socialiste, cattoliche, alle cooperative di lavoro e poi anche di consumo, agli asili nido comunali.

«Oggi il caro energia è dovuto alla speculazione di Stati, multinazionali e meccanismi della finanza»

Oggi il caro energia dovuto alla speculazione di Stati e multinazionali ed ai meccanismi della finanza, oltre che al colpevole e voluto ritardo (dal 2010 ad oggi) nel dotare il nostro Paese di energie rinnovabili, mette in ginocchio famiglie, associazioni, enti locali, Ausl e imprese. Ma non tutte le imprese. Quelle che vendono energia realizzano extra profitti stellari. Di fronte al sostanziale immobilismo di una Europa disgregata in rinascenti nazionalismi e a un governo italiano subalterno alle politiche fossili di Eni e Usa, si invocano misure a sostegno di famiglie ed imprese. Utili certamente ma insufficienti. E soprattutto incapaci di affrontare davvero il problema, succubi di un mercato non regolato da pubblico interesse ma solo da speculazione. Perfino nella Chiesa cattolica si stigmatizza una finanza senza alcuna minima base etica.

Ma cosa potrebbero e dovrebbero fare sindaci e amministratori regionali davvero riformisti di fronte al caro energia? Visto che l’attuale Governo nulla vorrà fare e che l’Europa ormai politicamente non esiste? Mentre invece nella società italiana molto si muove per una transizione ecologica ma non trova adeguata rappresentanza né politica né economica? Cosa sarebbe oggi un forno pubblico del pane? In Emilia Romagna abbiamo aziende energetiche a controllo pubblico come Hera e Iren. Aziende che peraltro dovrebbero diventare propulsori di energie rinnovabili e non solo venditori. Ecco i potenziali forni del pane di oggi. Invece di spartirsi i dividendi occorre riportare queste aziende al compito pubblico per il quale sono nate: offrire un servizio di qualità a prezzi equi. Intervenire a monte, prima del disastro sociale ed economico, e non limitarsi a cercare di tamponare a valle i problemi sociali ed economici conseguenti.

«Occorre un prezzo politico per l’energia non il prezzo speculativo della borsa di Amsterdam»

Quindi prezzo politico per l’energia, non prezzo speculativo della borsa di Amsterdam. Questo è riformismo. Ma, sento già l’obiezione: oggi sono quotate in borsa e forse non si può fare. Nella patria del diritto si troverà il modo di smontare la gabbia giuridica nella quale si è rinchiuso il pubblico interesse. O ci rassegniamo ad un liberismo senza freni. Anche le regole europee si possono cambiare per favorire la giustizia climatica e quella sociale. Persino i tre sindacati confederali alla recente manifestazione in piazza Roosevelt a Bologna hanno sollevato il problema di Hera ed Iren. (E lo stesso vale per Eni ed Enel a controllo pubblico). Ma qui si dimostra che non esiste una destra sociale se non nei comizi. La Spagna ha stabilito da tempo un prezzo dell’energia. Nulla impedirebbe di farlo anche all’Italia).

Ma anche TPER, a controllo pubblico, si occupa di mobilità e trasporti. Anche qui una politica riformista vorrebbe un incremento massiccio del trasporto passeggeri e merci per ridurre inquinamento e riscaldamento globale. Investimenti in materiale rotabile e in strutture e prezzo politico per chi passa al trasporto pubblico, come in altri Paesi europei. Aziende a controllo pubblico esistono in molte realtà italiane, non solo in Emilia Romagna. Ricondurle ai loro scopi originali ed utilizzarle per la transizione ecologica è un compito indifferibile. Ecco il riformismo. Ecco cosa manca: il coraggio di fare vere riforme. Nazionalizzazione ferrovie ed energia elettrica, sanità pubblica, Statuto dei lavoratori, per non parlare delle industrie di Stato. Ecco alcuni esempi di riformismo italiano di matrice socialista e cattolica.

«Occorre partire dalle radici, dalla forza del passato per trovare oggi nuove forme adeguate e concrete che riducano le diseguaglianze e facciano fronte al riscaldamento globale»

Oggi dove sta il riformismo? Nella breve storia dei Verdi Italiani, creazione di Parchi, sviluppo energie rinnovabili, agricoltura biologica, mobilità ciclistica e sostenibile: un impulso concreto a modifiche graduali ma strutturali della società e dell’economia. Di fronte a sfide epocali ambientali e sociali che richiedono cambiamenti veri si assiste ad una triste rassegnazione e subalternità ad un mercato non regolato, preda della speculazione internazionale. Questo non è sinistra, non è progressismo. Si abbandona l’economia sociale di mercato, fondamento di un’idea di Europa ormai svanita. Non meravigliamoci che vinca l’astensione, che vinca la destra, che si riaffacci un massimalismo sterile.

Occorre partire dalle radici, dalla forza del passato per trovare oggi nuove forme adeguate e concrete che riducano le diseguaglianze e facciano fronte al riscaldamento globale con le energie rinnovabili e l’economia verde. Sono questi i temi su cui aprire un duro confronto tra i sedicenti progressisti. Altro che personalismi, trasformismi, fenomeni mediatici sempre più effimeri. © RIPRODUZIONE RISERVATA

Fondatore delle Università Verdi e dei Verdi Italiani. Attivista ecologista fin dai primi anni 80, contro la centrale a carbone che si voleva costruire a Ravenna, per le energie rinnovabili, per l’agricoltura biologica promotore del referendum contro i pesticidi, per la difesa del mare adriatico contro gli allevamenti industriali. Consigliere regionale dei Verdi in Emilia Romagna, dal 1990 al 1994. Deputato dei Verdi, dal 1994 al 2001, promotore della prima legge per la mobilità ciclistica, e di norme per le mense biologiche nelle scuole, contro l’inquinamento acustico, per sviluppare la mobilità urbana su ferro. Scrive su riviste e blog su temi ecologisti. Fa parte del direttivo regionale di Aiab (Associazione Italiana Agricoltura Biologica). Co-portavoce della Federazione dei Verdi-Europa Verde Emilia Romagna. Componente del Consiglio Federale della Federazione dei Verdi Italiani