La strana corsa di tutti per andare al governo: perché lo fanno se ci perdono in popolarità?

Di solito chi preme sul segretario di turno per andare al governo sono i maggiorenti che ambiscono a fare i ministri. A questo scopo organizzano le correnti che fanno apparire la lottizzazione il risultato esemplare della democratica dialettica interna. Il Pd, ad esempio, che ha ereditato le tradizioni “classiche”, al momento ha tre ministri: uno che rappresenta la sinistra interna (e infatti è al “Lavoro”), uno la destra (quindi alla “Difesa”), poi c’è il centrista che ha la “Cultura”. Giorgia Meloni è rimasta alla opposizione di più governi, forse perché nessuno la voleva. O forse perché non aveva ancora aspiranti ministri. Della dirigenza di Fratelli d’Italia si conoscono solo i nomi di lei e di suo cognato

Roma, 13 febbraio 2021, Politica, Quirinale -Giuramento del governo Draghi: in prima fila da sinistra, Daniele Franco, Marta Cartabia, Luigi Di Maio, Sergio Mattarella, Mario Draghi, Luciana Lamorgese, Lorenzo Guerini, Giancarlo Giorgetti; seconda fila da sinistra: Roberto Speranza, Maria Cristina Messa, Andrea Orlando, Roberto Cingolani, Stefano Patuanelli, Enrico Giovannini, Patrizio Bianchi, Dario Franceschini, Federico D’Incà; terza fila da sinistra: Erika Stefani, Fabiana Dadone, Maria Stella Gelmini, Vittorio Colao, Renato Brunetta, Mara Carfagna, Elena Bonetti, Massimo Garavaglia (foto Roberto Monaldo / LaPresse); nel titolo, pozzanghera molto estesa sul colle più alto della capitale, sotto le bandiere del Quirinale: acqua benedetta come vaticinio nei giorni della grande arsura politica


Il pensierino di GIANLUCA VERONESI

Sull’uscio del Palazzo, il carabiniere in alta uniforme volge lo sguardo (sorpreso? perplesso?) verso Roberto Garofoli, sottosegretario di Draghi per la gestione dei dossier più trasversali: uno dei rari casi in cui non ti poni affatto il problema della popolarità, in attesa di altri giri di valzer tecnici sempre dietro l’angolo

TUTTI I PARTITI vogliono andare al governo pur sapendo quanto impopolare risulti poi il farne parte. Di solito chi preme sul segretario di turno sono i maggiorenti che ambiscono a fare i ministri. A questo scopo organizzano le correnti che fanno apparire la lottizzazione il risultato esemplare della democratica dialettica interna.

Il Pd, ad esempio, che ha ereditato le tradizioni “classiche”, al momento ha tre ministri: uno che rappresenta la sinistra interna (e infatti è al “Lavoro”), uno la destra (quindi alla “Difesa”), poi c’è il centrista che ha la “Cultura”. Questa scelta è più originale. Essendo egli il “doroteo” della situazione, il rappresentante del corpaccione del partito, meriterebbe un ministero più ricco di soldi e di assunzioni. Ma Dario Franceschini deve essere intelligente. Così scatena meno gelosie e passa più inosservato, tanto è vero che nessuno si ricorda da quando è lì.

Ma la versione ufficiale della politica è che si va al governo per il bene del Paese, per dare finalmente risposta ai troppi problemi irrisolti. Naturalmente essere nell’esecutivo è scomodo solo se c’è qualcuno che ti incalza dalla opposizione, dandoti la colpa per tutto quello che non funziona nel mondo.

La tavola rotonda di Palazzo Chigi, momentaneamente senza cavalieri che scalpitano lungo il selciato che collega Palazzo Madama, Montecitorio e la sede del governo del Paese [credit Renato Franceschin]

Giorgia Meloni è rimasta alla opposizione di più governi, forse perché nessuno la voleva. Oppure può essere stato un effetto ritardato del mitico “arco costituzionale”. O forse perché non aveva ancora aspiranti ministri. Della dirigenza di Fratelli d’Italia si conoscono solo i nomi di lei e di suo cognato. Ma la parte dell’oppositrice ha saputo recitarla benissimo. Non criticando tutto e tutti ma concentrandosi sui temi identitari e ovviamente cavalcando ogni richiesta di sussidio, bonus, rimborso. Invocando uno Stato super assistenziale che non si intrometta però nella autonomia e autoresponsabilità di ciascuno.

La parola totem a destra è libertà, che sia un no vax, un gestore di stabilimenti balneari, un commerciante che spara per difendersi da un rapinatore. Fratelli di Italia in questo turno di amministrative ha superato la Lega ovunque. Dato non irrilevante in caso di futura vittoria del centrodestra. Mi interessa capire come Meloni ha raggiunto questo risultato. Ebbene la mia impressione è che l’abbia ottenuto non facendo nulla, lasciando Salvini fare e disfare e cercando di stare più lontana possibile da lui.

Anche solo partendo dalla elezione del capo dello Stato, il segretario della Lega si è infilato in ogni avventura possibile e, soprattutto, impossibile. E per limitarci alle ultime settimane così decisive per i risultati elettorali, basti pensare al caso dei referendum e del mancato viaggio a Mosca. Tutto nasce dalla voglia di strafare di Salvini che cerca sempre l’effetto sorpresa, lo spiazzamento del pubblico, il colpo di scena che lascia tramortiti e senza parole.

Matteo Salvini “assale” Giorgia Meloni con un bacio, ad occhio e croce, poco gradito;  lascia fare e disfare l’irrequieto partner politico e cercando di stare più lontana possibile da lui

Egli è certamente svelto, pronto di riflessi e lavora molto sulla velocità e conseguentemente non ha il tempo di ponderare le possibili reazioni avverse. Ad esempio quelle di uno sconosciuto sindaco polacco dalla memoria di ferro. Come si può pensare di risolvere le complicatissime questioni della giustizia con un si o un no? Per di più, in un’epoca in cui va a votare meno la metà degli aventi diritto, devi ripensare il quorum.

Con buona pace dei 5Stelle che pensano di affrontare i problemi irrisolvibili dell’Italia con la democrazia diretta (Conte è da un anno che attende la sua legittimazione on line). Nella semplificazione (e banalizzazione) che usano le piattaforme digitali per raccontare la politica, i leader sono riassumibili e sintetizzabili in una specifica caratteristica. Letta è responsabile, Salvini movimentista, Meloni coerente. Uno può essere coerente non facendo nulla, oppure rispondendo sempre e solo no. Ma se agisci per risolvere questioni complesse, che mutano di momento in momento, è più difficile apparire lineare.

Di Fratelli di Italia ho apprezzato lo sporcarsi le mani votando l’autorizzazione ad inviare armi all’Ucraina. Poteva votare no a prescindere, non entrando nel merito della questione, per “coerenza” col suo essere opposizione. Invece ha preso posizione e tenuto poi il punto quando è stato scavalcato in filoputinismo da Salvini, da Conte e da un rientrante Berlusconi.

Povero Silvio: pensava con il partito unico con Salvini di essere membro del gruppo politico che avrà la presidenza del Consiglio e di essere, come membro del Partito Popolare Europeo, l’unico garante possibile del filo occidentalismo di un gruppo di ragazzi un po’ indisciplinati e con tentazioni filorusse e filocinesi. Meloni sta provvedendo ad entrambi i problemi. © RIPRODUZIONE RISERVATA

Aiutaci a restare liberi

Dona ora su Pay Pal

About Author

Si laurea a Torino in Scienze Politiche e nel ’74 è assunto alla Programmazione Economica della neonata Regione Piemonte. Eletto consigliere comunale di Alessandria diventa assessore alla Cultura e, per una breve parentesi, anche sindaco. Nel 1988 entra in Rai dove negli anni ricopre vari incarichi: responsabile delle Pubbliche relazioni, direttore delle Relazioni esterne, presidente di Serra Creativa, amministratore delegato di RaiSat (società che forniva a Sky sei canali) infine responsabile della Promozione e sviluppo. È stato a lungo membro dell’Istituto di autodisciplina della pubblicità.