L’osteria dell’uscio accanto quando a San Lorenzo vibravano posate, vino e parole

Si entrava da una porta a vetri che faceva squillare un campanello. «Serviva all’oste che era un poco sordo, sordo di guerra, gli serviva il trillo per sapere dalla cucina che era entrato qualcuno. Suonava anche all’uscita, dietro ai saluti. All’osteria si salutava, ognuno tutti gli altri, entrando, uscendo. Oggi si fa senza gli osti e i saluti». Difficile oggi vedere uno che prima di sedersi fa il giro dei tavoli a scambiare una parola. Erri De Luca: «Quella era la mia seconda patria e dava sui binari del tram. La tovaglia era di carta e permetteva di scriverci su i conti della partita a carte, firmare un saluto da spedire in prigione»


L’articolo di COSIMO TORLO

Manifestazione di Lotta Continua nel 1973

CI SONO LUOGHI dove respiri una storia finita, posti dove si sono incontrate molte vite, belle e dannate, Erri De Luca con la sua prosa asciutta ci ha proposto in un suo scritto i ricordi di un quartiere di Roma, San Lorenzo. Io allora ero giovane e stavo a Torino, ma gli echi di quel che avveniva a Roma ci arrivavano forti e chiari, facevo parte anche io della sinistra rivoluzionaria, di un gruppo più piccolo e moderato, Avanguardia Operaia/Democrazia Proletaria. Nella Capitale dominavano Lotta Continua e Potere Operaio, e De Luca ricorda che quella sinistra «con le sue sigle varie e sincopate si erano piantate dentro San Lorenzo. In caso di soprannumero nelle nostre stanze, si andava all’uscio accanto, all’osteria. Si riunivano tavoli, si stava lì a discutere, a stendere il testo di un volantino, un manifesto, all’oste bastava venderci il vino, non per dovere di consumare, solo per far vedere, in caso di controllo di polizia, che per lui noi eravamo dei clienti». 

Nel secolo scorso ce n’erano molte, aperte per l’intera giornata, non solo all’ora dei pasti. «Ci andavano i pensionati marmisti, il falegname, il meccanico, il tipografo, qualcuno con il cane che s’accucciava ai piedi. Avevano i loro posti fissi, i piatti fissi, il litro di bianco spillato dalla damigiana di vetro veniva inghiottito a sorsi assetati, il pane era la maggioranza del pasto». Quei luoghi per molti era casa, Erri ricorda che «quella era la mia seconda patria e dava sui binari del tram. Al passaggio vibravano le posate, il vino, le parole. La tovaglia era di carta e permetteva di scriverci su i conti della partita a carte, disegnare una faccia, firmare con molti nomi un saluto da spedire a chi stava in prigione». E ancora: «Non era una bottega l’osteria, piuttosto una casa del popolo, dove di sport si parlava quasi niente e la televisione non c’era. Suona antico». 

Erano anni in cui non si stava mai soli, non sapevamo cosa fosse la solitudine, così quando tutto quel mondo si è consumato la solitudine è tornata a colpirci con la sua forza, annichilendo la parola stessa: condivisione, fratellanza, appartenenza, e perché no godimento nel vivere senza limiti con gli altri

All’osteria dell’uscio accanto si entrava da una porta a vetri che faceva squillare un campanello. «Serviva all’oste che era un poco sordo, sordo di guerra, gli serviva il trillo per sapere dalla cucina che era entrato qualcuno. Suonava anche all’uscita, dietro ai saluti. All’osteria si salutava, ognuno tutti gli altri, entrando, uscendo. Oggi si fa senza gli osti e i saluti. Difficile oggi vedere uno che prima di sedersi fa il giro dei tavoli a scambiare una parola. Avevamo la sede alla saracinesca accanto. Cameroni per riunioni larghe, panche più che sedie. Sua moglie e lui erano molto di più che osti, per noialtri, ci davano una e due mani nelle difficoltà. Non solo il cibo a credito, nelle perquisizioni potevamo salvare macchine da scrivere e ciclostile attraverso una finestra che dava nel bagno dell’osteria. Venivano a sequestrare per ammutolirci, levarci la parola scritta. Le perquisizioni non riuscivano ad arrivare di sorpresa. Dovevano venire in molti per provare a entrare e noi avevamo un servizio di allarme». All’osteria anche gli artigiani e i pensionati erano più che avventori: «Coetanei della guerra mondiale, raccontavano e parlavano volentieri con una gioventù spiccia di modi e curiosa di storia. Si beveva insieme, qualche volta di sera uno di loro restava incerto sui piedi e lo accompagnavamo a casa inciampando e ridendo. Posso chiamare patria un’osteria perché c’erano padri e c’erano figli e stavano insieme senza parentela».

All’osteria Tram Tram la cucina proposta vede la convivenza di due tradizioni, la prima romana e la seconda della terra d’origine della famiglia Di Vittorio, la Puglia

Sono tornato a San Lorenzo in una di queste storiche osterie dopo decenni, si chiama “Tram Tram” e il nome prende spunto dal suo essere collocata su una strada dove passa un vecchio tram Atac, e mentre ero lì ho riflettuto che quel che si viveva in quel quartiere io lo vivevo a Torino in quelle che i torinesi chiamano piole. Erano anni in cui non si stava mai soli, non sapevamo cosa fosse la solitudine, così quando tutto quel mondo si è consumato la solitudine è tornata a colpirci con la sua forza, annichilendo la parola stessa: condivisione, fratellanza, appartenenza, e perché no godimento nel vivere senza limiti con gli altri.

Oggi l’osteria dell’uscio accanto nei suoi tratti essenziali è rimasta la stessa, atmosfera un po’ demodé, all’ingresso un vecchio, possente bancone di legno, la sala da pranzo con i tavoli che ricordano i vecchi bistrot parigini, e le tendine ricamate a velare l’esterno. La gestione da oltre 30 anni è tutta al femminile con la famiglia Di Vittorio, mamma Rosanna in cucina e le figlie Fabiola e Antonella a coccolare la clientela, oggi composta da abitanti del quartiere ma anche da avventori di tutto il mondo. Oggi San Lorenzo è uno dei quartieri più interessanti della città capitolina per il suo fermento artistico culturale. 

La cucina proposta vede la convivenza di due tradizioni, la prima romana e la seconda della terra d’origine della famiglia, la Puglia. Ecco allora che si trova il piatto di fave alla vignaiola e le alici fritte dorate con la coratella, i rigatoni con la pajata e la tiella di riso. Con i miei amici abbiamo scelto una serie di piatti in condivisione, un modo questo antico di vivere il desco che oggi si sta di nuovo affermando, ecco allora la purea di fave con la cicoria, le mezze maniche alla “gricia sbagliata” che rispetto alla classica ricetta vede la presenza delle zucchine romanesche, riso cozze e patate, l’agnello a scottadito, la trippa alla romana. Buona la carta dei vini, con dentro molto Lazio, il giudizio non vuole essere quello del recensore di ristoranti, ma posso dire che la cucina è fatta con passione e attenzione ma una cosa balza agli occhi, i prezzi, un po’ eccessivi per una bottiglieria-trattoria romana ben distanti da quelli di un tempo. E non si fa più credito come allora. Ma in fondo, poi, per dirla con Søren Kierkegaard,«La vita può essere capita solo tornando indietro; ma deve essere vissuta andando avanti». © RIPRODUZIONE RISERVATA
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Tram Tram – via dei Reti 46 – te. 06/490416

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La mia scuola è stata la fabbrica, la Flm prima, la Fiom e la Cgil poi, in un percorso che mi ha permesso di sperimentare sul campo la comunicazione e il giornalismo. Mi sono anche cimentato nell’organizzazione di eventi con mostre e concerti, in particolare a Torino. In questa città nel 1996 ho promosso il “Premio Cipputi” insieme ad Altan all’interno del “Torino Film Festival”. Il Premio continua a vivere ora nel capoluogo emiliano-romagnolo organizzato insieme alla Cineteca di Bologna. L’approdo alla comunicazione istituzionale è stato il proseguimento del percorso precedente, tenendo al centro del mio impegno le tematiche legate al lavoro, al sociale e all’economia. Ultimo ma non ultimo coltivo una passione inestinguibile per l’enogastronomia, attività che svolgo a tavola e sulla stampa.