La cavalleria del cielo all’attacco con gli elicotteri americani in Vietnam

Dalla seconda guerra mondiale non ci sono state “guerre”, non in Europa, come si dice comunemente, ma nel mondo. Tutte sono state chiamate operazioni militari speciali. Quella del Vietnam, nonostante i 55.000 soldati americani morti (e i milioni di vietnamiti), non fu una guerra ma una “operazione di assistenza militare” guidata dal Military Assistance Command Vietnam. Anche la Russia nei suoi interventi militari all’estero (seppure meno numerosi di quelli degli Stati Uniti e di altre potenze occidentali) non ha mai parlato di guerra ma di “operazioni militari” per giustificare l’invio delle proprie truppe. Ogni volta attraverso l’utilizzo fantasioso di nomi evocativi delle buone intenzioni dell’aggressore: “Tempesta nel deserto”, “Serpente gotico”, “Sostenere la democrazia”, “Forza deliberata”, “Libertà durevole”, “Libertà irachena”, “Alba dell’Odissea”. Guerre non per la vittoria, ma per la trattativa, sotto la minaccia che queste “piccole guerre” si trasformino in grandi guerre con l’utilizzo di armi di distruzione di massa (atomiche, chimiche, batteriologiche) da parte di chi le detiene


L’analisi di STEFANO RIZZO

QUESTO NON È un articolo sulla guerra in Ucraina. Non è un articolo sulle ragioni (pretesti) dell’invasione russa, né sul diritto (sacrosanto) dell’Ucraina a difendersi, né sulle intenzioni (ambigue) degli Stati Uniti, della Nato e dell’Europa nell’armare l’Ucraina. Non è un articolo sulle atrocità (evidenti) commesse dai russi e neppure sulla propaganda (abilissima) con cui viene glorificata una parte e demonizzata l’altra. Infine non è un articolo su Zelensky (coraggioso), su Biden (decisionista), su Putin (criminale), su Stoltenberg (ossequioso), su Scholz (timido), su Macron (occupato), su Draghi (assente). È un articolo sulla guerra, anzi sulle “operazioni militari speciali”, non su questa in particolare, ma su tutte quelle che l’hanno preceduta. Perché va notato che, anche se il termine usato dai russi per la loro aggressione è un eufemismo che vorrebbe nascondere la brutalità dell’aggressione, non si tratta di una novità, né nella parola né nella cosa. 

Bambini sudvietnamiti guardano un soldato americano con in mano un lancia-granate a Bao Trai, 1 gennaio 1966, in una guerra durata vent’anni (AP/Horst Faas)

Dalla seconda guerra mondiale non ci sono state “guerre”, non in Europa, come si dice comunemente, ma nel mondo. Non solo perché non ci sono mai state guerre dichiarate, ma perché sono state tutte chiamate (ancorché con vari nomi) operazioni militari speciali. Quella del Vietnam, nonostante i 55.000 soldati americani morti (e i milioni di vietnamiti), non fu una guerra ma una “operazione di assistenza militare” guidata dal Military Assistance Command Vietnam (Macv). Come quella, tutte le guerre successive vennero chiamate con nomi di fantasia evocativi delle buone intenzioni dell’aggressore: Tempesta nel deserto (Irak, 1991), Serpente gotico (?) (Somalia, 1993), Sostenere la democrazia (Haiti,1994), Forza deliberata (Bosnia 1995), Libertà durevole (Afghanistan, 2001-2021), Libertà irachena (Irak, 2003), Alba dell’Odissea (Odyssey Dawn, Libia 2011).

27 dicembre 1979, i carri armati sovietici invadono l’Afghanistan agghindati a festa per iniziare una guerra durata dieci anni

Naturalmente non solo gli Stati Uniti: anche la Russia nei suoi interventi militari all’estero (seppure meno numerosi di quelli degli Stati Uniti e di altre potenze occidentali) non ha mai parlato di guerra ma di “operazioni militari” per giustificare l’invio delle proprie truppe. Così in Ungheria nel 1956, in Cecoslovacchia nel 1968, in Angola tra il 1975 e il 1991, in Afghanistan dal 1979 al 1989, in Georgia e Abkhazia nel 1991-1993, in Transnistria l’anno dopo, in Cecenia nelle due guerre dal 1994 al 2009, in Dagestan nel 1999, in Georgia nel 2008, in Ucraina dal 2014 ad oggi, in Siria dal 2015, nella Repubblica Centrafricana dal 2018.

Dalla fine della seconda guerra mondiale i vincitori di quel conflitto (americani, russi, francesi, britannici — dei cinesi parleremo un’altra volta) hanno impiegato milioni di soldati e ne hanno persi centinaia di migliaia, che tuttavia non sono morti in guerra, ma in “operazioni militari speciali” in tutto e per tutto uguali a guerre che però di guerra non avevano il nome. Non è stata solo una questione di eufemismi per nascondere una “brutta parola” che non piace più alla sensibilità contemporanea. Il fatto è che si è trattato di guerre molto diverse per obbiettivi e metodi da quelle del passato a partire dall’epoca moderna.

Dopo la Seconda guerra mondiale quasi mai si è trattato di guerre di conquista, per annettersi territori da sottoporre al proprio dominio, ma di guerre condotte per vari altri motivi, reali o meno

La prima differenza è che non si è quasi mai trattato di guerre di conquista, per annettersi territori da sottoporre al proprio dominio, ma di guerre condotte per vari altri motivi, reali o pretestuosi: la sicurezza di fronte a una minaccia (guerre di difesa preventiva), il controllo e l’influenza economico-militare su un dato territorio (guerre per l’egemonia), la liberazione dal dominio di dittatori (guerre per la democrazia), per assistere popolazioni coinvolte in conflitti intestini (guerre umanitarie). Queste e altre  le motivazioni dichiarate, che tuttavia non sempre (o quasi mai) corrispondevano a quelle reali.

La seconda differenza tra queste “nuove guerre” e quelle “classiche” è che non vengono combattute per raggiungere la vittoria totale sul campo, ma per arrivare ad un qualche accordo che soddisfi il paese aggressore lasciando formalmente in vita il paese aggredito. Sono guerre non per la vittoria, ma per la trattativa: in esse l’aggressore cerca di risparmiare le proprie risorse e i propri uomini in vista del raggiungimento degli obbiettivi che si era prefissato (egemonia, sicurezza o quant’altro). Sono quindi guerre in cui non prevale la guida militare, ma la leadership politica, che avrà interesse a continuare la guerra solo fino a quando riterrà di avere raggiunto i propri obbiettivi e potrà godere nel farlo del consenso popolare.

La terza differenza è che si tratta di guerre meno distruttive delle guerre totali classiche (escludendo quindi le guerre civili). Di fronte alle immagini di distruzione e di morte di queste settimane è una affermazione difficile da accettare. La distruzione delle città ucraine, con le loro decine di migliaia di vittime civili, trova un parallelo in altre città rase al suolo nelle guerre di questi ultimi decenni: Grozny, Mosul, Falluja, Aleppo… E tuttavia le guerre di cui parliamo non hanno paragoni con quelle di epoche passate in termini di distruttività e di vittime militari e civili: i (forse) 10 milioni di morti della guerra dei Trenta anni (1600-1630), gli almeno 5 milioni delle guerre napoleoniche, il milione della guerra di secessione americana (non una guerra civile, ma tra eserciti), i 16 milioni della prima guerra mondiale, i venti milioni della guerra sino-giapponese (1937-1945), i 60 milioni della seconda guerra mondiale, i quattro milioni della guerra di Corea. 

Immagine simbolo della strage a Bucha nell’invasione dell’Ucraina tuttora in corso 

Il minor numero di vittime delle guerre odierne non è dovuto al maggiore buon cuore dei generali e tanto meno della leadership politica, quanto al fatto che gli obbiettivi di queste guerre sono limitati — non la distruzione dell’avversario, ma condizioni più favorevoli per la pace. Episodi di atrocità gratuita si verificano (si chiamino My Lai, Vietnam 1968, o Bucha, Ucraina 2022), sono sempre troppi, ma sono altro da una guerra di sterminio sistematico, come le abbiamo conosciute in Europa nel secolo scorso.

Magra consolazione, anzi nessuna, per chi oggi cade sotto il fuoco russo. Ma non lo è neppure per noi che assistiamo preoccupati e sgomenti a quanto succede oggi in Ucraina ed è successo nel mondo in questo primo ventennio di secolo. Al contrario, ci sono due ulteriori considerazioni che aumentano la preoccupazione. La prima è che ciò cui assistiamo non è che il dispiegarsi, oggi come sempre, della fondamentale caratteristica della “società degli stati”: l’anarchia, per cui ogni stato fa ciò che ritiene nel proprio interesse senza che vi sia alcuna autorità internazionale in grado di fermarlo — soprattutto se è uno stato potente. E questa situazione di “anarchia internazionale”, con tutti i pericoli che comporta, non cambierà nel prevedibile futuro.

La seconda deprimente considerazione è la costante minaccia che queste “piccole guerre” si trasformino in grandi guerre con l’utilizzo di armi di distruzione di massa (atomiche, chimiche, batteriologiche) da parte di chi le detiene. Ma non solo questo. Il fatto è che le armi “convenzionali” di oggi sono solo lontane parenti di quelle ancora usate nella prima guerra mondiale: il moschetto, la baionetta, il cannone. Oggi, anche escludendo le bombe atomiche, la tecnologia assistita dall’informatica ha aumentato di migliaia di volte il potere distruttivo delle armi convenzionali rendendo più confuso il confine che le separa dalle atomiche.

Codice del computer su uno schermo con un teschio che rappresenta l’attacco di un programma informatico ostile per neutralizzarne le funzionalità

Per questo è indispensabile che fin da subito, ancor prima che finisca la guerra, si ponga nell’agenda delle relazioni internazionali l’obbiettivo del disarmo, della limitazione delle armi sia atomiche sia convenzionali, partendo da qui, dall’Europa. La sicurezza del continente non può essere affidata alla corsa al riarmo, come si chiede da più parti, ma alla riduzione delle armi, insieme a nuove misure negoziate per creare fiducia reciproca tra avversari partendo dal riconoscimento dei legittimi interessi di sicurezza di tutti. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Giornalista, docente universitario, romanziere, ha insegnato relazioni internazionali all’Università la Sapienza di Roma. Ha collaborato con svariate testate a stampa e online scrivendo prevalentemente di politica e istituzioni degli Stati Uniti. E’ autore di svariati volumi di politica internazionale: Ascesa e caduta del bushismo (Ediesse, 2006), La svolta americana (Ediesse, 2008), Teorie e pratiche delle relazioni internazionali (Nuova Cultura,2009), Le rivoluzioni della dignità (Ediesse, 2012), The Changing Faces of Populism (Feps, 2013). Ha pubblicato quattro volumi di narrativa; l’ultimo è Melencolia (Mincione, 2017)

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