Le vittime della guerra e del lavoro: il sangue s’allarga e sale intorno a noi

8 April 2022, la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, l’Alto rappresentante della Politica estera europea Josep Borrell, il primo ministro slovacco Eduard Heger e il primo ministro ucraino Denys Shmyhal a Bucha [credit Reuters/Valentyn Ogirenko]; sotto il titolo, una vittima sul lavoro

Alle vittime di un conflitto bellico più ampio e crudele ogni giorno che passa, si aggiunge il bollettino di guerra dei morti sul lavoro ogni giorno che arriva: 1121 nel 2021, una media di tre al giorno, cresciuti del 40% nel primo trimestre di quest’anno nella sola Lombardia, soprattutto nei trasporti e nella logistica. Per omicidio, nel 2021 i morti sono stati 295, meno di un terzo di chi ci ha rimesso la pelle per portare a casa il pane. Sono omicidi anche quelli che si consumano nei cantieri e nei capannoni: l’insicurezza sul lavoro equivale all’illegalità nell’uso di un coltello affilato o di una pistola carica contro persone inermi. Da gennaio 2018 a dicembre 2021, in Italia ci sono state 4.713 vittime sul lavoro: le cifre di una guerra 


Questo editoriale apre il numero 25 del nostro magazine distribuito nelle edicole digitali dall’1 maggio 2022

L’editoriale di IGOR STAGLIANÒ

Un deposito di armi inviate dagli Usa in Ucraina distrutto da un missile russo

BOMBE E MISSILI rotolano velocemente lungo il piano inclinato di una guerra sempre più grande e cattiva, al di là e al di qua del Dnepr. Dall’inizio della criminale invasione ucraina, il bollettino bellico di Kiev riporta 23.200 soldati russi uccisi, distrutti 190 aerei, 155 elicotteri, 1008 tank e 2445 mezzi corazzati, centinaia di sistemi di missili balistici e d’artiglieria dell’armata russa. Ed in più 12 generali russi uccisi sul campo di battaglia, grazie all’assistenza degli Stati Uniti, rivelata dal “New York Times”. Non male — stando alla narrativa imperante — per il “piccolo Davide” contro il secondo esercito più potente del mondo. Un bilancio catastrofico per Putin che si aggiunge alla distruzione di città e villaggi ucraini ridotti in cenere dall’armata russa, vittime civili a grappoli sempre più grandi e il 5% dei 44 milioni di concittadini di Volodymyr Zelens’kyj fuggiti all’estero dall’inizio dei combattimenti, secondo i calcoli dell’Unhcr. 

Numeri diffusi dai vari fronti difficilmente controllabili a cavallo di un Primo Maggio di lacrime e sangue, con pochi dati certi: 33 miliardi di dollari stanziati da Joe Biden e 8000 soldati delle forze speciali britanniche sul campo, come annuncia Boris Johnson; la parola “trattativa” cancellata dal vocabolario politico di tutte le potenze politiche ed economiche già in guerra, come ripete con voce ogni giorno più flebile Papa Francesco. «I grandi non vogliono la pace, possiamo solo contare i morti», annota un diplomatico di lungo corso come l’ambasciatore Sergio Romano. La posta non è più solo la sovranità del governo ucraino sul proprio territorio ma il ridisegno geopolitico del mondo: con un’Europa senza più voce politica e una Cina più prossima a far sentire la propria. Se il dragone butterà acqua o benzina sul fuoco di un nuovo Vietnam nel cuore del continente lo capiremo presto, tanto più dopo le parole incendiarie di Sergej Lavrov, imbarazzante ministro degli Esteri di Putin (che ha dovuto chiedere persino scusa al governo israeliano per le sciocchezze dette dal capo della sua diplomazia sul “sangue ebreo” di Hitler). 

Per tutto il 2021, la media dei morti sul lavoro è stata di tre vittime al giorno, una strage silenziosa

Detto altrimenti, è stata una Festa del Lavoro con ben poco da festeggiare. Alle vittime di un conflitto bellico più ampio e crudele ogni giorno che passa, si aggiunge il bollettino di guerra dei morti sul lavoro ogni giorno che arriva: 1121 nello scorso anno, una media di tre al giorno, cresciuti del 40% nel primo trimestre del 2022 nella sola Lombardia, soprattutto nei trasporti e nella logistica. Per omicidio, lo scorso anno i morti sono stati 295, meno di un terzo di chi ci ha rimesso la pelle per portare a casa il pane. Sono omicidi anche quelli che si consumano nei cantieri e nei capannoni, a saperli contare bene: l’insicurezza sul lavoro equivale all’illegalità nell’uso di un coltello affilato o di una pistola carica contro persone inermi. Secondo la mappatura della mortalità sul lavoro effettuata dagli esperti di Vega Engineering, nell’ultimo quadriennio in Italia ci sono state 4.713 vittime sul lavoro da gennaio 2018 a dicembre 2021. I dati sono stati diffusi in occasione della Giornata mondiale per la Salute e la Sicurezza sul lavoro che ricorre il 28 aprile. E raccontano una storia di morte aggravata dalla vicenda pandemica che aggiunge 811 decessi sul lavoro per Covid registrati tra il 2020 fino a dicembre 2021. Numeri di una guerra non dichiarata che dovrebbero bastare di per sé, senza dover aggiungere che gli incidenti danneggiano anche l’economia. Lo ha dovuto sottolineare, invece, dieci giorni addietro la Commissione parlamentare sullo sfruttamento e la sicurezza del lavoro in Italia.

Presieduta da Gianclaudio Bressa, la Commissione è stata istituita dal Senato a ottobre del 2019 ma ha iniziato i lavori dopo un anno e mezzo a causa del Covid, sulla spinta delle tragedie consumate sui luoghi di lavoro, delle quali per “Italia Libera” ha scritto con autorevolezza più volte l’ex Procuratore di Torino Raffaele Guariniello, da Luana D’Orazio a Lorenzo Parrelli. Tragedie atroci  per le famiglie, danni enormi per l’economia. Un impatto negativo — scrive la Commissione — che fa perdere dal 6 all’8% di Pil ogni anno. La prova controfattuale la forniscono i paesi più virtuosi del nostro: da loro il ritorno positivo di ogni euro messo per migliorare le condizioni di chi lavora è più del doppio di quanto viene speso.

Numeri che parlano da soli, se si vuole fermare la guerra. Su entrambi i fronti: interno e internazionale. Senza dover aggiungere mezza parola in più. © RIPRODUZIONE RISERVATA

Leggi qui il sommario del quindicinale n. 25 (1-15 maggio 2022)

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Direttore - Da inviato speciale della Rai, ha lavorato per la redazione Speciali del Tg1 (Tv7 e Speciale Tg1) dal 2014 al 2020, per la trasmissione “Ambiente Italia” e il telegiornale scientifico "Leonardo" dal 1993 al 2016. Ha realizzato più di mille inchieste e reportage per tutte le testate giornalistiche del servizio pubblico radiotelevisivo, e ha firmato nove documentari trasmessi su Rai 1, l'ultimo "La spirale del clima" sulla crisi climatica e la pandemia.