Novità dal fronte americano made in Biden: dalla coda di cavallo alla barba lunga

Con 3.2000.000 dipendenti e un fatturato di 730 miliardi di dollari, 800 “filiali” in 140 paesi stranieri, altre 440 in patria, è la più grande multinazionale del mondo. A capo di questa immensa macchina di mezzi e uomini c’è ora l’afroamericano Lloyd Austin. L’ex generale, da un mese a capo del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti, ha messo due donne (bianche) a due altissimi comandi: il Comando del Sud e il Comando trasporti e logistica. Promuove generale un colonnello dei marines nero (il corpo più razzista delle forze armate) e consente alle donne i capelli lunghi legati in coda di cavallo in combattimento


L’analisi di STEFANO RIZZO

¶¶¶ C’è una multinazionale che ha più dipendenti di Walmart (2,1 milioni) e di McDonald (1,9 milioni) e un fatturato di gran lunga superiore a quello di Amazon ($386 miliardi), Apple ($296 miliardi) e Volkswagen ($282 miliardi). Ha un nome poco noto, DOD, e impiega circa 3.2000.000 dipendenti, ha un fatturato di oltre $730 miliardi, dispone di 800 “filiali” in 140 paesi stranieri e di altre 440 in patria. Stiamo naturalmente parlando del Dipartimento della difesa degli Stati Uniti, la più grande impresa multinazionale del mondo. A governare questa immensa macchina di uomini e mezzi da poco più di un mese c’è un ex-generale, Lloyd Austin, nominato da Joe Biden subito dopo la sua inaugurazione, che ha una peculiarità senza precedenti: è un afroamericano, un nero. Per la verità qualche precedente c’era già stato in passato. George H. W. Bush aveva nominato capo di stato maggiore un afroamericano, Colin Powell. E naturalmente c’era stato il precedente di un Comandante in capo delle forze armate di nome Barack Obama… Ma mai il Dipartimento della difesa era stato guidato da un nero. E molti, in un momento come questo di acute tensioni razziali nel paese, si domandavano quali sarebbero state le sue prime mosse.

Le vedremo tra un attimo, ma facciamo prima un po’ di conti. I neri d’America hanno combattuto in tutte le guerre degli Stati Uniti, fin da quella di indipendenza, sempre mal visti dall’establishment bianco, anche e soprattutto militare. Spesso sono stati assegnati a ruoli subalterni nelle retrovie e il loro numero tra gli ufficiali si contava sulle dita di una mano. Soprattutto non potevano fare parte delle stesse unità dei bianchi e tantomeno comandarli. I neri erano segregati nell’esercito, come nel resto del paese, in battaglioni e reggimenti di soli neri. Durante la prima guerra mondiale alcuni di questi reggimenti furono distaccati presso l’esercito francese dove per il loro coraggio ricevettero riconoscimenti e medaglie, mentre vennero ignorati e disprezzati dai propri concittadini.

Solo dopo la seconda guerra mondiale (in cui i neri, pur costituendo appena il 6% dei soldati americani, si segnalarono per numerosi atti di valore) il presidente Truman ordinò la desegregazione delle forze armate, che tuttavia rimase nei fatti assieme ad una sistematica discriminazione nelle carriere. Quando, dopo la guerra del Vietnam, venne abolita la leva obbligatoria aumentò la percentuale dei neri in divisa, per due motivi concomitanti: il primo è che scarseggiavano le reclute bianche e il secondo che per un giovane nero e disoccupato la carriera militare rappresentava (e rappresenta) uno sbocco appetibile. E così i neri, assieme agli ispanici e altre minoranze, dal 6 sono passati al 31% del totale, senza però ancora potere ambire ai ruoli di maggior prestigio.

Per le donne il discorso è analogo. Relegate per decenni nelle retrovie nei ruoli di infermiere e dattilografe, hanno chiesto con sempre maggiore insistenza la parità con gli uomini anche nei ruoli di combattimento. Oggi le donne rappresentano il 16% dei militari in servizio permanente, e almeno un terzo di loro sono afroamericane, per gli stessi motivi per cui è aumentata la percentuale dei loro commilitoni maschi. Anzi, le soldatesse nere sono quasi il doppio dei soldati neri e, assieme alle altre minoranze femminili ispaniche e asiatiche, sono quasi lo stesso numero delle soldatesse bianche. E così la richiesta di parità di genere si è fatta sempre più pressante andando di pari passo con quella razziale, e le rivendicazioni femminili con quelle dei gay e dei transessuali.

Entra a questo punto in scena il neoministro della difesa, l’afroamericano Lloyd Austin, un uomo ben consapevole delle difficoltà delle donne e delle minoranze a integrarsi in un mondo dominato dai maschi bianchi. E fa alcune mosse significative. La prima è di sbloccare la nomina di due donne (bianche) a due altissimi comandi, il Comando del Sud che copre l’intera America latina e il Comando trasporti e logistica − due nomine che erano pronte da tempo ma che il precedente ministro della Difesa aveva bloccato per non dispiacere a Trump. Austin le ha sbloccate e inviate alla Casa Bianca dove sicuramente Biden (che intanto ha abolito i divieto nei confronti dei transgender nell’esercito) le approverà. Il secondo passo è stato quello di promuovere generale un colonnello dei marines nero − cosa mai avvenuta, i marines sono sempre stati il corpo più, diciamolo, razzista delle forze armate − spianandogli così la strada per diventare il futuro comandante generale del corpo. 

La terza mossa di Lloyd Austin è apparentemente più anodina. Ha fatto pubblicare un nuovo manuale di abbigliamento militare e cura della persona, che per la prima volta consente alle donne di truccarsi e laccarsi le unghie; e soprattutto di portare i capelli lunghi da legare in coda di cavallo quando sono in zona di combattimento. Per una soldatessa, soprattutto se nera, quella dell’acconciatura è una questione di primaria importanza perché con i capelli raccolti dietro la nuca, come prescriveva il precedente manuale, l’elmetto tende a scivolare sugli occhi e non le consente di vedere bene quando è in posizione di tiro.

È ancora presto per dirlo, ma si prevede che il prossimo passo del ministro Austin sarà questa volta rivolto agli uomini, cui potrebbe presto essere consentito di lasciarsi crescere la barba. ♦ © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Foto: in alto, la sede del Pentagono; al centro, Joe Biden e il generale Lloyd Austin; in basso, la generale Laura Richardson

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Giornalista, docente universitario, romanziere, ha insegnato relazioni internazionali all’Università la Sapienza di Roma. Ha collaborato con svariate testate a stampa e online scrivendo prevalentemente di politica e istituzioni degli Stati Uniti. E’ autore di svariati volumi di politica internazionale: Ascesa e caduta del bushismo (Ediesse, 2006), La svolta americana (Ediesse, 2008), Teorie e pratiche delle relazioni internazionali (Nuova Cultura,2009), Le rivoluzioni della dignità (Ediesse, 2012), The Changing Faces of Populism (Feps, 2013). Ha pubblicato quattro volumi di narrativa; l’ultimo è Melencolia (Mincione, 2017)