Con Paolo Valentino del “Corriere della Sera”, per quattro settimane Cesare Protettì (allora al Servizio Diplomatico dell’Ansa) fece una lunga cavalcata attraverso gli States con destinazione Jackson, Mississippi. Il reverendo era nato a Greenville, nella Carolina del Sud, ed era cresciuto nel clima del Sud segregazionista. Era riuscito comunque a laurearsi in sociologia alla North Carolina A&T State University, ma la sua maturazione era avvenuta durante gli studi in Teologia al Chicago Theological Seminary. Proprio in quel periodo aveva cominciato a mobilitare gli studenti a sostegno di Martin Luther King Jr. e a impegnarsi attivamente nel movimento per i diritti civili. Aveva partecipato anche alla storica marcia da Selma a Montgomery del 1965, organizzata per rivendicare il diritto di voto degli afroamericani pervicacemente ostacolato. Infiammava i suoi ascoltatori con entusiasmo contagioso e vinse le primarie in undici Stati, superando gli altri candidati sia per voti popolari che per numero di delegati. «Siamo cresciuti sulle sue spalle», ammise il primo presidente afro-americano vent’anni dopo
◆ Il ricordo di CESARE A. PROTETTÌ

► Quando, pochi giorni fa, ho letto della morte di Jesse Jackson, mi si sono affollati nella mente i tanti ricordi della sua travolgente campagna elettorale per le primarie democratiche del 1988 e, subito dopo, tante considerazioni sull’America di quasi quarant’anni fa e quella di oggi governata con modi ricattatori e bullizzanti dal presidente Donald Trump nel segno della filosofia Maga, Make America Great Again. Incontrai il reverendo nel Mississippi nell’ambito del processo elettorale verso le presidenziali. Alla Casa Bianca c’era il repubblicano Ronald Reagan, quasi al termine del suo secondo mandato. I democratici cercavano, con le primarie, il candidato migliore per contrastare quello che si profilava come la carta vincente dei repubblicani, George H.W. Bush: disponeva di fondi elettorali cospicui che si aggiungevano alle sue fortune personali. Girava infatti una battuta: che non era nato con la camicia, ma con un intero servizio di posate d’argento in bocca.
Ascoltai Jackson in un paio di occasioni pubbliche e in entrambe le occasioni fummo tutti colpiti dall’oratoria straripante e coinvolgente di questo candidato afro-americano che sfidava con mezzi limitati l’avversario democratico Michael Dukakis. “Campagna povera, messaggio ricco”, commentava il reverendo. Eravamo un gruppo di visitatori, in gran parte giornalisti, di diversa provenienza, invitati dall’Usia (United States Information Agency) dal 29 febbraio al 25 marzo 1988 a seguire per quattro settimane alcune fasi del processo di selezione popolare dei candidati alle presidenziali. Tra i compiti principali di questa agenzia, che sarebbe stata chiusa nel 1999, c’era lo «scambio di persone» per «ampliare il dialogo tra gli americani e le istituzioni statunitensi e le loro controparti estere», ma non ignoravamo le valenze propagandistiche di questo organismo. Quell’anno, per l’Italia, eravamo in due: Paolo Valentino del Corriere della Sera ed io dell’Ansa (allora lavoravo al Servizio Diplomatico dell’agenzia).
Arrivati negli States fummo assegnati a due sottogruppi diversi e con Paolo ci ritrovammo, alla fine dei rispettivi percorsi in giro per l’America, a Denver, in Colorado. Le montagne intorno alla città erano magnificamente innevate e così, tra un meeting e l’altro, per alleviare il peso dei molteplici incontri ai quali eravamo stati destinati, riuscimmo a godere di qualche sciata indimenticabile con la nostra giovane accompagnatrice, ms. Jean Graves. Che questa cavalcata attraverso gli States sarebbe stata dura lo capimmo appena ricevuta la brochure di 140 pagine con l’elenco degli spostamenti e degli incontri preparati per noi. La leggemmo con attenzione, integrandola con qualche approfondimento. Fui molto contento di essere capitato nel gruppetto con destinazione Jackson, Mississippi. Qui visitammo la sede del Comitato elettorale del reverendo, assistendo alla febbrile attività di tanti ragazzi, bianchi e di colore, convinti di poter scrivere con il loro candidato una pagina di storia americana. La prima sera fummo ospiti a casa del senatore Dick Hall e di sua moglie Lisa. Avevano invitato anche alcuni vicini che si rivelarono piuttosto carenti di conoscenze sull’Europa e sull’Italia e carichi invece di superficialità, pregiudizi e luoghi comuni.

Il giorno dopo arrivò Jesse Jackson. Era nato a Greenville, nella Carolina del Sud, ed era cresciuto nel clima del Sud segregazionista. Era riuscito comunque a laurearsi in sociologia alla North Carolina A&T State University, ma la sua maturazione era avvenuta durante gli studi in Teologia al Chicago Theological Seminary. Proprio in quel periodo aveva cominciato a mobilitare gli studenti a sostegno di Martin Luther King Jr. e a impegnarsi attivamente nel movimento per i diritti civili. Aveva partecipato anche alla storica marcia da Selma a Montgomery del 1965, organizzata per rivendicare il diritto di voto degli afroamericani pervicacemente ostacolato. In una fotografia divenuta celebre, Jackson compare sul balcone del Lorraine Motel di Memphis accanto a King e ad altri leader. neri Il giorno successivo, quasi nello stesso punto, King fu assassinato da un attentatore. Era il 4 aprile 1968, ore 18.01.
Ma torniamo ai giorni del 1988. Arrivò Jesse Jackson, dunque, fendendo la folla che lo acclamava. Salì sulla tribunetta e incominciò a parlare. Subito incendiò la platea con il suo entusiasmo contagioso. I suoi slogan galvanizzarono la gente che ondeggiava rispondendo coralmente a gran voce a domande costruite retoricamente per avere forte coinvolgimento e conferme gridate ad alta voce. Così la sala gremita riecheggiava dei suoi slogan a cominciare da quel I am somebody (“Io sono qualcuno”) che è diventato un segno di dignità, riscatto e consapevolezza nel solco delle battaglie combattute a fianco del suo mentore Martin Luther King. Il mio bloc-notes, quella sera a Jackson, si riempì di altri slogan e affermazioni significative: come ‘Keep hope alive’, tenete viva la speranza. Oppure ‘Both tears and sweat are salty, but they render a different result. Tears will get you sympathy; sweat will get you change’ (Lacrime e sudore sono entrambi salati, ma danno risultati differenti. Le lacrime ti porteranno empatia; il sudore ti porterà cambiamento). Non meno fiammeggianti le frasi sugli obbiettivi politici: Se la mia mente può concepirlo e il mio cuore può crederci, so che posso realizzarlo. E gli incoraggiamenti a tutti di fronte alle difficoltà della vita: If you fall behind, run faster. Never give up, never surrender, and rise up against the odds. (Se rimani indietro, corri più veloce. Non mollare mai, non arrenderti mai e rialzati contro ogni avversità).

La campagna presidenziale di Jesse Jackson del 1988 fu davvero un punto di svolta per la storia politica degli Stati Uniti. Vide la partecipazione di milioni di afro-americani che si convinsero a registrarsi per le votazioni presidenziali. Con la sua vibrante oratoria riuscì a comunicare i temi dei diritti civili, del welfare, dell’inclusione delle minoranze nel processo democratico e della lotta alle discriminazioni creando anche la Rainbow Coalition, un progetto che doveva riunire diverse minoranze e gruppi sociali. Una grande mobilitazione che, pochi anni dopo, aprì la strada alla presidenza di Barack Obama. «Siamo cresciuti sulle sue spalle», ammise Obama. Jackson quell’anno vinse le primarie in undici Stati, superando gli altri candidati sia per voti popolari che per numero di delegati. Ma l’altro candidato forte dei democratici Michael Dukakis, riuscì ad aggiudicarsi gli Stati più popolosi e con più votanti bianchi. Dukakis divenne così il candidato dei democratici alle elezioni del 1988, ma fu battuto da Bush, complice una domanda trabocchetto di un giornalista televisivo sulla pena di morte, alla quale gli americani, ieri come oggi, sembrano non voler rinunciare. Jackson, dopo la sconfitta, tornò ad occuparsi di diritti civili. Nel 2000 Clinton gli conferì la Presidential Medal of Freedom, la più alta onorificenza civile americana. © RIPRODUZIONE RISERVATA
