Azzurri in Tv: scoprire da vecchi la passione per il bel calcio (e l’assenza di fair play inglese)

Wembley 11 luglio 2021, Gigio Donnarumma para l’ultimo rigore inglese, gli azzurri sono campioni d’Europa

Come si dirà “a chi tocca non s’ingrugna” in inglese? “A  loser can’t hold grudges”, azzardo qui per qui. Dopo le facce trionfali e feroci dei lunghi minuti in cui l’Italia perdeva, esauritisi i primi piani di croci cremisi su rosse e minacciose barbe vichinghe, col pareggio azzurro di grugni lunghi se ne sono visti a iosa. Tra le facce very appese spiccavano quelle del royal trio: il superprincipe William, la ipermoglie Kate e il principino George, che si direbbe così giovane e così predestinato. Comunque, non so se per una scelta della tv portoghese o perché se ne sono andati, ehm… all’inglese, a un certo punto la famigliola reale l’ho persa di vista. Oltre al calcio gli inglesi non avevano inventato anche il fair play?


La lettera di CARLO GIACOBBE, da Lisbona

L’irlandese Oscar Wilde nell’Inghilterra vittoriana fu condannato ai lavori forzati 

“A TUTTO POSSO RESISTERE, meno che alle tentazioni”. La prima tentazione è citare un aforisma un po’ usurato e farlo proprio pensando al suo autore, Oscar Wilde, o meglio alla sua nazionalità. Che come tutti sanno non era inglese, scozzese o gallese ma irlandese. Lui, come (quasi) tutti sanno, per una serie di ragioni che avevano attinenza esclusivamente col suo privato ma che non andavano giù all’Inghilterra vittoriana, si fece anche un paio d’anni di lavori forzati, finendo poi per abbandonare il paese in cui era nato e rifugiarsi nella più ospitale Francia. Insomma, il Regno Unito non gli andava molto a genio, se oltre tutto, lui che forse era nato cattolico ma era stato allevato nella religione anglicana, alla fine a Parigi si convertì, morendo formalmente da fedele di Santa Romana Chiesa. Se la notte dell’11 luglio 2021 Wilde avesse fatto una capatina tra i vivi, a Londra, credo che avrebbe goduto come un pazzo e, assieme ai tifosi italiani, avrebbe inneggiato alla vittoria della Nazionale azzurra; o forse, più precisamente, alla sconfitta di quella britannica. Sarà per i postumi della Brexit, sarà per questioni teleologiche, o per altro ancora, fatto sta che non c’è bisogno di subire ingiuste condanne ai lavori forzati per tifare contro l’Inghilterra. Anche i nominati Scozia, Irlanda e Galles, a quanto risulta, hanno maggioritariamente tifato Italia. 

O forse, come hanno ammesso con onestà anche i tabloid di solito meno raffinati, hanno tenuto per la squadra che, superato lo shock per il gol iniziale, ha giocato meglio. Così, un’altra tentazione alla quale non posso e non voglio resistere è quella di fare un po’ di sano, italico sciovinismo. Del resto, se non lontano dai 70 anni scopro una inopinata passione per il calcio (parlo degli Azzurri, ché il tifo da club resta per me uno sgradevole mistero) non vedo perché dovrei ricacciarmela dentro. Soprattutto se il calcio è stato talmente avvincente da coinvolgere anche uno come me che, a causa di una lontana lacuna infantile, non ne capisce quasi niente. Ecco dunque che la ghignata sorge spontanea. E se gli inglesi erano maestri di allusione velata (l’“understatement”) e humour sottile, si deve riconoscere che gli italiani (segnatamente romani, napoletani e fiorentini, l’ordine si può scegliere a piacere) sono gli indiscussi signori (be’, proprio signori…) dello sfottò. Stavo quasi per scrivere “presa per il culo”, ma poi l’espressione mi sembrava un po’ osé. Ecco quindi che anche sul mio cellulare, come su milioni di altri, c’è stato un tourbillon di messaggi, foto e fotomontaggi vari, il cui monotematico senso era sempre e solo la presa in giro di chi si sentiva in anticipo la vittoria in tasca. 

Il principe William si sbraccia come Gigio Paratutto

Come si dirà “a chi tocca non s’ingrugna” in inglese? “A  loser can’t hold grudges”, azzardo qui per qui. Ma il fatto è che dopo le facce trionfali e feroci dei lunghi minuti in cui l’Italia perdeva, esauritisi i primi piani di croci cremisi su rosse e minacciose barbe vichinghe per quell’errore al secondo minuto di gioco, a seguito del pareggio azzurro, di grugni lunghi se ne sono visti a iosa. In un crescendo direttamente proporzionale al livello del gioco italiano e soprattutto dell’inviolabile catenaccio, che persino io sapevo che cos’era e che ho saputo riconoscere. Tra le facce very appese, che contrastavano con i pristini sorrisi a 64 denti (nelle iperboli calcistiche, pur nella serena e molto friendly quiete lisboeta, ho imparato che melius abundare…) spiccavano quelle del royal trio: il superprincipe William, la ipermoglie Kate e il principino George, che si direbbe così giovane e così predestinato. Prima si sgolavano e si sbracciavano che, absit iniuria verbis, sembravano Gigio Paratutto sulla linea di difesa, poi sono ammutoliti. Giorgetto (lo chiamo così, in fondo ha sette anni) era agghindato con cravattina (avrà avuto l’elastico, come quando eravamo bambini noi comunicandi, oggi vecchioni, e già saprà farsi il nodo da solo o un valletto lo aiuterà nella cruciale incombenza?) blazerino, camicia immacolata di oxford, of course, e, forse, scarpa lucidata a specchio. Unfortunately, questo particolare mi sfugge, segno che il cronista invecchia. Comunque, non so se per una scelta della tv portoghese o perché se ne sono andati, ehm… all’inglese, a un certo punto la famigliola reale l’ho persa di vista. 

Fair play all’inglese: i calciatori si tolgono la medaglia d’argento dopo averla ricevuta

Ho invece guardato uno per uno i calciatori British che, come un sol uomo, appena ricevevano sugli accaldati colli le medaglie per il secondo posto date loro dai funzionari del calcione europeone si facevano un dovere del togliersele. Chissà se ne avranno anche riempito qualche cestino di rifiuti. Eppure un secondo posto ai campionati d’Europa non è proprio cosa da “scapoli e ammogliati”. Poi gli inglesi non erano famosi per aver inventato oltre al calcio anche il fair play? E sempre confortato dalla solidarietà di gregge verso l’Italia, che promanava da milioni di portoghesi, campioni nella scorsa edizione, incollati davanti ai televisori, ho anche capito che, indipendentemente da quello che dicono tutte le guide turistiche ricordando i quasi otto secoli di alleanza tra Lisbona e Londra, la più antica d’Europa, quando si tratta di calcio (e magari non solo di quello) tra Lisbona e Roma il feeling è un po’ meno tiepido…

Potrei ricordare anche altre cose, altre battute, altre immagini goliardicamente fotoshoppate: quel monello tanto intelligente (mmm… proprio tanto?) di Boris con la chioma tinta (non da lui) in bianco, rosso e verde; la vecchia regina che dispera di poter campare altri due o trecento anni e vedere l’arcicoppona parcheggiata in Uk; l’annuncio più ovvio, siete fuori dall’Europa; e altre boutade, più o meno scontate o divertenti, ma tutte, nel complesso, innocue. Non esattamente come le centinaia di gentlemen che aspettavano al varco della metropolitana, pardon, “the Tube” come la chiamano i locali, i tifosi italiani per aggredirli con calci, pugni, spintoni e anche qualche arma impropria. Tutto sotto lo sguardo un po’ absent minded (vulgo: distratto) degli uomini della sicurezza, che neanche avevano avuto il buon gusto di togliersi i gilè di riconoscimento. Forse per paura di essere scambiati e trattati da Italian. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Mi divido tra Roma, dove sono nato, e Lisbona, dove potrei essere nato in una vita precedente. Ho molte passioni, non tutte confessabili e alcune non più praticabili, ma che mai mi sentirei di ripudiare. In cima a tutte c'è la musica, senza la quale per me l'esistenza non avrebbe senso. Non suono alcuno strumento, ma ho studiato canto classico (da basso) anche se ormai mi dedico (pandemia permettendo) al pop tradizionale, nei repertori romano, napoletano e siciliano, e al Fado, nella variante solo maschile specifica di Coimbra. Al centro dei miei interessi ci sono anche la letteratura e le lingue. Ne conosco bene cinque e ho vari gradi di dimestichezza con altrettante, tra vive, morte e, temo, moribonde. Ho praticato vari generi di scrittura; soprattutto, ma non solo, saggi e traduzioni dall'inglese e dal portoghese. Per cinque anni ho insegnato letteratura e cultura dei Paesi lusofoni alla Sapienza, mia antica alma mater. Prima di lasciare, con largo anticipo, l'Ansa e il giornalismo attivo, da caporedattore, ho vissuto come corrispondente e inviato in Egitto, Stati Uniti, Canada, Portogallo, Israele e Messico. Ho appena pubblicato “100 sonétti ‘n po’ scorètti", una raccolta di versi romaneschi. Sono sposato da 40 anni con Claudia e insieme abbiamo generato Viola e Giulio