Azzurra vetta d’Europa: il capolavoro di Mancini e del suo “tutti per uno”

È la vittoria del gruppo. Nelle grandi competizioni per nazionali, i giocatori italiani “sanno come si fa” e il ct (col suo team) ha fatto emergere il meglio di ciascuno. Con l’Inghilterra il confronto sembrava impari: l’allenatore inglese Southgate aveva una rosa del valore complessivo di 1,26 miliardi, in media oltre 48 milioni a giocatore. L’Italia era a quota 751 milioni, quasi 29 milioni per ogni convocato. Ma i padroni di casa sono stati costantemente chiusi nella propria metà campo, anche sul risultato di parità. E la soluzione ai rigori, in buona parte aleatoria, stavolta ha premiato la squadra migliore


L’analisi di MARCO FILACCHIONE

L’URLO DI TARDELLI, gli occhi di Schillaci, il gol del 4-3 di Rivera alla Germania, il “non ci prendono” di Pertini: alla galleria dei momenti iconici del calcio azzurro, ora è destinato ad aggiungersi l’abbraccio infinito e pieno di lacrime tra Mancini e Vialli, che ha suggellato sul prato di Wembley il secondo successo italiano nella storia dei campionati europei. E come vuole la tradizione nostrana, fin dai tempi di Vittorio Pozzo, il trionfo si deve all’opera illuminata del commissario tecnico e alla sua capacità di costruire un gruppo solido, in grado di superare ampiamente la somma dei valori individuali.

Roberto Mancini ha saputo creare il clima giusto per tirar fuori il meglio da tutti

Lo hanno detto i senatori Chiellini e Bonucci, a caldo dopo il successo con l’Inghilterra, esponendo in interviste diverse concetti identici: «C’era qualcosa nell’aria, fin dal raduno di maggio in Sardegna, che ci spingeva a sperare nell’impresa». Qualcosa nell’aria, un clima da tutti per uno che il ct è stato bravissimo a creare durante la sua gestione, con l’aiuto dei suoi vecchi sodali sampdoriani: Vialli appunto, ma anche Lombardo, Salsano, Evani e Nuciari. 

Il gruppo alla base della vittoria, anche questo è tipico delle vicende azzurre. Ma mentre Bearzot nel 1982 e Lippi nel 2006 cementarono l’unione interna facendo leva sulla sindrome di accerchiamento, Mancini ha ottenuto lo stesso obiettivo mantenendo all’esterno e con i media rapporti sereni. Lo hanno aiutato l’assenza di aspettative iniziali, visto che prendeva il timone dopo anni deprimenti, e la modestia dei primi avversari, ma il cammino successivo, fino alla vetta d’Europa, è stato un suo personale capolavoro. 

L’epilogo di Wembley, contro i padroni di casa inglesi, è stato uno scoglio straordinariamente difficile da superare. Un po’ perché la truppa azzurra è arrivata all’impegno con alcuni punti di forza vicinissimi al rosso fisso, per non parlare della dolorosa assenza di Spinazzola. Un po’ perché, per dirla come De Gasperi alla conferenza di pace di Parigi, dal punto di vista ambientale tutto sembrava contro l’Italia. La retorica del “football is coming home” trovava larghi consensi anche al di fuori dei confini inglesi, come se il titolo continentale dovesse essere una meritata ricompensa per un calcio che a livello di club è di gran lunga il più seguito e il più ricco d’Europa. 

Mancini e Southgate: stando al valore di mercato dei rispettivi giocatori, il confronto era impari 

Stando al mercato, il confronto con l’Inghilterra sembrava in effetti impari. Prendendo come riferimento le stime dell’autorevole portale Transfermarkt, la rosa a disposizione di Southgate aveva un valore complessivo di 1,26 miliardi, vale a dire in media oltre 48 milioni a giocatore. L’Italia si situava a quota 751 milioni, con una media di quasi 29 milioni per ogni convocato. Un gap molto ampio, anche a livello mediatico, basti pensare alla diversa (teorica) caratura dei cambi: mentre Mancini chiamava in causa Berardi, Cristante, Locatelli e Florenzi, il suo collega poteva disporre di stelle conclamate come Grealish, Saka, Rashford e Sancho. 

Il problema, per l’Inghilterra come per altre grandi nazionali in passato, è che nelle grandi competizioni per nazionali i giocatori italiani “sanno come si fa”. Non altrimenti si vincono mondiali (4) ed europei (2), talvolta colmando sul campo differenze tecniche e atletiche evidenti. Nel caso di Euro 2020, poi, a sorreggere gli azzurri c’è stato un elemento quasi inedito: la voglia di tenere in mano la partita. Tanto che l’Inghilterra è stata costantemente chiusa nella propria metà campo, non solo nel primo tempo, quando era in vantaggio, ma anche sul risultato di parità. La soluzione ai rigori è in buona parte aleatoria, ma stavolta ha premiato la squadra migliore. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Marco Filacchione, romano, ha esplorato ogni periodicità del giornalismo scritto, lavorando per mensili, settimanali, quotidiani e agenzie di stampa. Ha cominciato negli anni Ottanta con “Il Messaggero”, poi ha seguito da inviato per anni Giro d’Italia, Tour de France e classiche del Nord per il mensile “Bicisport”. In seguito si è occupato di calcio con il mensile “Newsport” e ha fatto parte della redazione del “Corriere dello Sport”, di cui è tutt'ora collaboratore. È autore di una decina di volumi di carattere sportivo.