Italia-Spagna vista da Lisbona: «de Espanha nem bom vento nem bom casamento»

José Saramago, in un disegno di Mendes

Per il tifo calcistico non c’è vaccino che tenga e la diffusione è incontenibile e pervasiva in modo esponenziale, senza poter raggiungere mai l’immunità di gregge, semmai di mandria. E veder la partita degli Azzurri contro le Furie rosse − da solo, da Lisbona, sulla tv lusitana − apre la mente sulla “Zattera di pietra” di José Saramago. Sulla quale non sarebbero saliti di certo i due telecronisti della semifinale di Wembley: il proverbio «dalla Spagna né venti propizi né buoni matrimoni» per loro è per sempre


La lettera di CARLO GIACOBBE, da Lisbona

LISBONA. TEMPI DI PANDEMIA, ma non c’è solo il Covid. Anche il tifo fa la sua parte, sebbene non più letale come all’epoca dei nostri nonni e bisnonni, quando aveva formato un patto scelerato con la Comare Secca. Dalle nostre parti, nel Primo mondo, la variante rimasta in circolazione oggi è quella calcistica, quasi sempre benigna ma non di meno contagiosa quanto altre mai. In tempo di Europei non c’è vaccino che tenga e la diffusione è incontenibile e pervasiva in modo esponenziale. Purtroppo non servirà a far raggiungere l’immunità di gregge, anzi sarebbe meglio dire di mandria, a una minoranza, ma dal peso specifico spropositato, di tori inferociti; che quando il calcio cessa di essere una festa multinazionale e torna a essere una onnipresente faccenda di club demonizzano, devastano, picchiano, feriscono nemici che, tra di loro, nessuno si sognerebbe di chiamare avversari. Per questo ci sono molte persone le quali, per colpa dei sunnominati bovidi, hanno in insuperabile antipatia il tifo per squadre che troppo spesso somigliano a squadracce. Di tale blasfema considerazione, comunque, mi assumo tutte le conseguenze penali, civili, morali etc. etc. e invoco a priori la clemenza della corte.

Jorginho dopo il rigore che ha chiuso il conto con la Spagna

Tornando invece al calcio di questi giorni, che sta appassionando anche chi come me capisce di calcio all’incirca come di buzkashi (sorta di polo praticato nell’Asia centrale in cui due squadre di cavalieri cercano di contendersi una carcassa di capra e di lanciarla oltre una linea di demarcazione) ho notato qualcosa che, sebbene non sarà mai riconosciuta dagli interessati, mi ha fatto fare un nostalgico ritorno al passato. Da Lisbona, dove ho vissuto a lungo qualche decennio fa e sono tornato ad abitare da alcuni anni, l’altro ieri sera, solo solo e in perfetta letizia, ho guardato la semifinale in cui la nazionale italiana ha battuto quella spagnola qualificandosi per la finale. Di solito, in Portogallo, il primo canale Rai lo si può vedere, ma non quando ci sono eventi “planetari” come il Campionato europeo di calcio. Ho quindi seguito il gioco su un canale portoghese; quale non saprei, dato che non ho dimestichezza con la televisione, che quasi mai guardo. 

Oltre alla evidente competenza dei telecronisti, della quale peraltro nessuno avrebbe dubitato, colpiva il tono (sono sicuro assunto non di proposito) di intima soddisfazione dei commenti quando il gioco prendeva una piega favorevole all’Italia. Non parliamo di quando Chiesa ha segnato il primo gol. Certo, parole non dissimili i due commentatori le hanno usate quando la Spagna ha pareggiato con Morata; e come avrebbero potuto fare diversamente? Ma decibel e vibrazioni dell’ugola erano inconfondibilmente diversi. Mi hanno ricordato le rare volte che in Italia, più che altro per compiacere mia moglie, ardente romanista, ho guardato qualche pezzo di partita di campionato e a fare la telecronaca c’era Fabio Caressa, noto tifoso della Roma. Il suo entusiasmo, benché mitigato dalla necessaria sportività, è inequivocabile. L’altra notte anche i commenti tecnici, a me quasi incomprensibili, denotavano una “lettura” di schemi e movimenti in cui la conclusione era quasi invariabilmente che la Spagna aveva solide basi e altre indubbie qualità intrinseche, ma certo l’Italia stava dimostrando maggiore incisività nel contropiede, una difesa quasi impenetrabile e una reattività come pochi. Però la Spagna è tra le grandi… 

Disegno dalla copertina de “La zattera di Pietra” di José Saramago edita da Einaudi

Quei commenti non si possono dire parziali, ma definirli “simpatizzanti” credo che non sia un’offesa per nessuno e, ovviamente, a un italiano non possono che fare piacere. Alla fine, l’apoteosi e gli ululati conclusivi dopo che Jorginho ha chiuso il conto assicurando il primo posto in finale erano a rischio timpano. Li avrebbero fatti comunque, perché al vincitore di un incontro simile non si può negare il plauso. Ma proprio uguali?

Un proverbio lusitano, che all’inizio della mia frequentazione col Portogallo, 35 anni fa, si sentiva ancora e che oggi esce solo dalla bocca di qualche vecchio, recita che de Espanha nem bom vento nem bom casamento (“dalla Spagna né venti propizi né buoni matrimoni”). Sempre 35 anni fa, con lo spirito anticipatore e visionario dei grandi, José Saramago aveva scritto “La zattera di pietra”. Un romanzo in cui immagina che tutta la penisola iberica si distacchi dall’Europa cominciando a vagare per l’oceano, mentre Spagna e Portogallo, affratellati dalla nuova condizione e dallo spirito di conoscenza e di scoperta, vanno verso destini e prodigi prima inimmaginabili. Saramago è stato un narratore tra i più fecondi e profondi di questa epoca e il premio Nobel, come si suol dire, non l’ha vinto con i punti omaggio. I due commentatori, che non leggono nel proprio inconscio ma fanno con correttezza e entusiasmo il proprio lavoro, il Nobel – almeno per le telecronache – non lo prenderanno mai. Per loro, credo, una zattera non di legno non può che andare a fondo. © RIPRODUZIONE RISERVATA 

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Mi divido tra Roma, dove sono nato, e Lisbona, dove potrei essere nato in una vita precedente. Ho molte passioni, non tutte confessabili e alcune non più praticabili, ma che mai mi sentirei di ripudiare. In cima a tutte c'è la musica, senza la quale per me l'esistenza non avrebbe senso. Non suono alcuno strumento, ma ho studiato canto classico (da basso) anche se ormai mi dedico (pandemia permettendo) al pop tradizionale, nei repertori romano, napoletano e siciliano, e al Fado, nella variante solo maschile specifica di Coimbra. Al centro dei miei interessi ci sono anche la letteratura e le lingue. Ne conosco bene cinque e ho vari gradi di dimestichezza con altrettante, tra vive, morte e, temo, moribonde. Ho praticato vari generi di scrittura; soprattutto, ma non solo, saggi e traduzioni dall'inglese e dal portoghese. Per cinque anni ho insegnato letteratura e cultura dei Paesi lusofoni alla Sapienza, mia antica alma mater. Prima di lasciare, con largo anticipo, l'Ansa e il giornalismo attivo, da caporedattore, ho vissuto come corrispondente e inviato in Egitto, Stati Uniti, Canada, Portogallo, Israele e Messico. Ho appena pubblicato “100 sonétti ‘n po’ scorètti", una raccolta di versi romaneschi. Sono sposato da 40 anni con Claudia e insieme abbiamo generato Viola e Giulio