Crisi dell’informazione e democrazia, il giornalismo e la scomparsa dei fatti

Tra il 2016 e il 2020, i quotidiani venduti dai primi sette editori italiani sono passati da 48 milioni a 30,1 milioni di copie. Un calo del 37% che fa il paio con i giornalisti pagati un tozzo di pane: otto su dieci hanno un reddito sotto la soglia di povertà. Scompaiono le notizie e dilagano i commenti mainstream. Un’informazione di regime che tocca i vertici nei notiziari radiotelevisivi: il riscaldamento globale, l’invasione di specie aliene, le condizioni di vita negli allevamenti, i disboscamenti, il corallo che muore, le microplastiche, sono tutti argomenti tabù, che disturbano il manovratore ed è meglio tacerli


L’intervento di FABIO BALOCCO

Crollano le vendite dei giornali quotidiani e l’80% dei giornalisti è pagato un tozzo di pane

ABBASTANZA SPESSO CAPITA che qualcuno mi dica: “Lei che è giornalista”, e io subito a precisare: “No, io sono un blogger”. E devo ammettere che lo sottolineo con una certa fierezza, e questo in considerazione di quanto si è svilita la professione di giornalista. Al riguardo, è utile leggere un articolo di Vittorio Emiliani su queste pagine [nota 1] a cui mi sento di aggiungere qualche altra considerazione. 

La carta stampata è da anni in profonda crisi. Un recente articolo de Il Fatto riportava i numeri di questa crisi ormai irreversibile. «Tra il 2010 e il 2020 la pubblicità sui quotidiani è calata del 69%. A dicembre scorso i giornali hanno venduto 51,2 milioni di copie, in calo del 14% su base annua. I giornalisti attivi a dicembre erano 14.719, -4% sul 2019. Le copie vendute dai primi sette editori (Cairo, Mondadori, Gedi, Il Sole 24 Ore, Monrif, Caltagirone e Class) dal 2016 al 2020 sono passate da 48 a 30,1 milioni al mese, -37%. Nel decennio 2011-2020 i sette gruppi hanno accumulato perdite nette per 2,53 miliardi. Solo Rcs-Cairo ha sempre chiuso in utile». Aperta parentesi: del resto, molto banalmente, guardiamo quante edicole chiudono e quelle ancora aperte cosa offrono. Chiusa parentesi. Questo almeno in parte “giustifica” il fatto che spesso i giornalisti siano pagati un tozzo di pane: l’80% è in regime di povertà [nota 2], così come “giustifica” il fatto che siano sempre meno liberi e siano pressoché scomparse le voci di un tempo, alla Giorgio Bocca e alla Guido Ceronetti. Per questo, tornando all’inicpit, sono orgoglioso di potermi definire blogger, cioè uno che scrive senza dover rendere conto a nessuno.

Dai notiziari radiotelevisivi scompaiono le notizie o finiscono in cronaca nera

Ma se la crisi della carta stampata in qualche modo spiega il degrado della professione, quello che riesce difficile da digerire è il livello dell’informazione all’interno della Rai (che pure paghiamo). Per la carità, la Rai è da sempre lottizzata e le tre reti principali hanno sempre avuto, e hanno tuttora, un referente politico, ma oggi a questa stortura se ne aggiunge un’altra che è forse ancor più grave: la scomparsa delle notizie. A mio modo di vedere, questa assenza si è rivelata in tutta la sua drammaticità dall’inizio dell’era Covid, con i giornalisti sguinzagliati per l’Italia a intervistare la gente della strada o il virologo di turno. Con il bel risultato che le notizie o sono scomparse del tutto o spedite in fondo al notiziario e solitamente legate alla cronaca nera. E fra tutte le notizie sono ovviamente scomparse quelle di carattere ambientale. 

Il risultato è che chi segue l’informazione di regime è convinto che se non fosse per il Covid (che ovviamente si combatte solo con i vaccini, non certo cambiando il nostro stile di vita, guai!) tutto andrebbe alla grande: il riscaldamento globale, l’invasione di specie aliene, le condizioni di vita negli allevamenti, i disboscamenti, il corallo che muore, le microplastiche, sono tutti argomenti tabù, che disturbano il manovratore, meglio tacerli. E anche quei programmi che teoricamente dovrebbero occuparsi di questo mondo che va a rotoli, ti fanno vedere solo felici mucche al pascolo e prodotti a chilometri zero. Esemplari del buonismo non sono solo Geo & Geo, ma – a mio modo di vedere – soprattutto le telecronache nazionalpopolari del Giro d’Italia. 

Karl Popper denunciava già decenni fa la pericolosità della televisione: «Essa è diventata un potere troppo grande per la democrazia». [nota 3]. Mi sento di dire che la pericolosità del mezzo è certa. Francamente oggi invece ho più di un dubbio circa il fatto che esista ancora un “potere del popolo”. © RIPRODUZIONE RISERVATA

About Author

Nato a Savona, risiede in Val di Susa. Avvocato (attualmente in quiescenza), si è sempre battuto per difesa dell’ambiente e problematiche sociali. Ha scritto “Regole minime per sopravvivere” (ed. Pro Natura, 1991). Con altri autori “Piste o pèste” (ed. Pro Natura, 1992), “Disastro autostrada” (ed. Pro Natura, 1997), “Torino, oltre le apparenze” (Arianna Editrice, 2015), “Verde clandestino” (Edizioni Neos, 2017), “Loro e noi” (Edizioni Neos, 2018). Come unico autore “Poveri. Voci dell’indigenza. L’esempio di Torino” (Edizioni Neos, 2017), “Lontano fa Farinetti” (Edizioni Il Babi, 2019), “Per gioco. Voci e numeri del gioco d’azzardo” (Edizioni Neos, 2019), “Belle persone. Storie di passioni e di ideali” (Edizioni La Cevitou, 2020). Ha coordinato “Il mare privato” (Edizioni Altreconomia, 2019). Collabora dal 2011 in qualità di blogger in campo ambientale e sociale con Il Fatto Quotidiano, Altreconomia, Natura & Società e Volere la Luna.