Disordini e guerriglia a Honiara; sotto il Tirolo, il premier delle Isole Salomone Manasseh Sogavare e la presidente della Repubblica di Taiwan Tsai Ing-wen

Tra il 1998 e il 2003 l’ex colonia britannica era stata il teatro di uno scontro interetnico tra i due principali gruppi del paese: i Guales e i Malaitani. I primi sono originari dell’isola di Guadalcanal (dove sorge la capitale Honiara), gli altri dall’isola di Malaita. Alla base delle proteste la povertà diffusa nella loro isola e le posizioni filocinesi del primo ministro Manasseh Sogavare, artefice del cambio di politica estera: nuovi rapporti diplomatici con Pechino e conseguente rottura dei rapporti con Taiwan. Il cambio di alleanze ha alterato gli equilibri dell’Asia-Pacifico: le Isole Salomone erano tra i pochi paesi a riconoscere Taipei


L’analisi di COSIMO GRAZIANI

PER GLI AMANTI dello sport, le Isole Salomone sono forse famose per le apparizioni alle ultime due edizioni dei mondiali di calcio a 5 in Colombia e in Lituania. Il bottino in 6 partite: zero vittorie, solo 9 gol segnati e ben 43 subiti. Nonostante gli scarsi risultati, Elliot Ragomo, capitano della nazionale, dichiarò al termine dell’edizione del 2016 di essere felice “come se avesse vinto il mondiale” perché “tutto il paese si era fermato a guardare le loro partite”. Il calcio è pieno di queste dichiarazioni spesso retoriche. Ma quella volta era diverso: Ragomo stava raccontando che dopo tanto tempo la loro partecipazione alla rassegna iridata era stato il momento in cui tutto il paese si era riunito attorno ad un elemento in comune, un evento accaduto molto raramente nella sua storia.

Tra il 1998 e il 2003 la ex colonia britannica era stata il tetro di uno scontro interetnico tra i due principali gruppi del paese: i Guales e i Malaitani. I primi sono originari dell’isola di Guadalcanal (dove sorge la capitale Honiara), gli altri dall’isola di Malaita. Lo scontro tra i due gruppi sfociò in un conflitto che fece diventare l’arcipelago uno stato fallito, con un governo incapace e succube delle milizie etniche e delle bande criminali che aizzavano l’odio etnico. Il governo delle Salomone dovette richiedere per ben due volte il soccorso dei paesi vicini, i quali risposero mandando una missione, la Regional Assistance Mission to Solomon Islands (RAMSI) nel 2003 e terminata un anno dopo le dichiarazioni di Ragomo.

Scontri e devastazioni tra le due etnie anche per ragioni religiose

Ma le tensioni tra i due gruppi si sono riaccese a fine novembre, quando un gruppo di manifestanti giunti da Malaita ha tentato di assaltare la sede del parlamento e ad azioni di guerriglia a Honiara. Alla base delle proteste ci sono la povertà diffusa nella loro isola e le posizioni filocinesi del primo ministro Manasseh Sogavare, artefice di un cambio di impostazione nella politica estera del paese nel 2019 con l’istaurazione dei rapporti diplomatici con Pechino e la conseguente rottura dei rapporti con Taiwan. Il cambio di paradigma ha dissestato gli equilibri dell’Asia-Pacifico, perché le Isole Salomone erano tra i pochi paesi che riconoscevano Taipei e ha permesso a Pechino di trovare un alleato con una posizione geopolitica rilevante.

Il problema è che le attività cinesi hanno riaperto una precedente ferita etnica, economica e sociale mai del tutto rimarginata, riacutizzando vecchie tensioni. I progetti cinesi nell’arcipelago sono essenzialmente infrastrutture e per eseguire i loro progetti le aziende cinesi utilizzano manodopera cinese. Tattiche come questa causano tensioni nella maggior parte dei paesi in cui viene applicata perché non migliorano le condizioni della società e danno l’idea dei progetti cinesi come di una intromissione. Il fenomeno che ne consegue si chiama “sinofobia” ed è stato osservato anche in Asia Centrale, soprattutto in Kazakistan.

Il contingente australiano attracca alle Isole Salomone

Tornando all’isola di Malaita, i progetti ciensi non hanno aiutato a diminuire la diffusa disoccupazione della popolazione e tra i settori dei progetti cinesi nel paese ci sono anche progetti estrattivi, che sono stati percepiti come una minaccia per la loro gestione. Il primo ministro dell’isola, Daniel Suidani, ha spiegato gli scontri e il malcontento degli abitanti della sua isola sostenendo che “il governo non ascolta la voce della gente” ma che “ha elevato gli interessi degli stranieri rispetto a quelli del popolo”, mentre il primo ministro Sogarve ha accusato i manifestanti di essere “al servizio di agenti stranieri”. Ma tra i motivi che spiegherebbero l’astio verso la superpotenza ce ne sarebbero altri di tipo: secondo il magazine The Diplomat, tra le ragioni delle proteste contro la presenza cinese c’è anche un importante aspetto religioso: le ingerenze cinesi non garantirebbero la libertà religiosa alla quale gli abitanti di Malaita sono tenacemente attaccati, essendo la Cina un paese ateo. Uno dei principali fautori di questa posizione religiosa è proprio Suidani, che vorrebbe una ripresa delle relazioni con Taiwan per la tradizione democratica e la libertà religiosa.

Per risolvere la crisi, quattro paesi hanno inviato personale militare: Australia (che aveva già guidato la missione RAMSI), Fiji, Papua Nuova Guinea e Nuova Zelanda, per un totale di circa duecentosettanta peacekeeper sul terreno. La prima a inviare soldati è stata Canberra, dopo una richiesta del primo ministro Sogarve. Da un punto di vista geopolitico, la presenza australiana nell’arcipelago del Pacifico non fa altro che aumentare le tensioni con Pechino: Canberra ora un vantaggio politico da giocarsi nel breve periodo nel confronto con la Cina (che da parte sua può ancora affidarsi al suo ruolo economico e sull’appoggio di Sogerve). Visto il passato del paese, i disordini a Honiara potrebbero aver aperto un nuovo fronte nel contenimento dell’influenza nell’Oceano Pacifico. © RIPRODUZIONE RISERVATA

Dopo la laurea in Scienze politiche e Relazioni Internazionali presso l'Università RomaTre mi sono trasferito prima in Estonia, poi nel Regno Unito e successivamente in Kazakistan per conseguire il Master in Studi Eurasiatici. Mi occupo di politica internazionale e dell'Asia Centrale anche per il Caffè Geopolitico e L'Osservatore Romano. Tra i paesi in cui ho vissuto per studio o per esperienze lavorative ci sono anche gli Stati Uniti, Spagna e Ungheria. In tutti questi paesi, l'obiettivo è stato di immergersi nella cultura locale

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