Sotto il titolo, 5 febbraio 2003: Colin Powell esibisce una fialetta di antrace alle Nazioni Unite, la “prova” inesistente delle armi di distruzione di massa di Saddam

Cresciuto ad Harlem, frequenta l’unica università gratuita di New York, il City College, dove a quel tempo (a metà degli anni ’50) gli studenti neri si contavano sulle dita di una mano. La guerra del Vietnam per il tenente Powell, come per altri giovani ufficiali, sarà un’occasione di avanzamento. Indaga sul massacro dei civili a My Lai ma, alla verità, preferisce lo spirito di corpo. Con Nixon vince un contratto di formazione alla Casa Bianca e si fa apprezzare dagli ambienti repubblicani. Nel fatidico 5 febbraio del 2003 alle Nazioni Unite mostra una “prova” inesistente dell’antrace di Saddam. Il segretario di Stato sa che la Cia mente ma si presta a quell’indegna operazione di propaganda. Gli ultimi anni spesi per prendere le distanze dall’establishment repubblicano


Il personaggio di STEFANO RIZZO, americanista

QUELLA DI COLIN POWELL, è una  storia molto americana. Non lo è soltanto perché, figlio di immigrati poveri dalla Jamaica, è assurto nel corso di una lunga e brillante carriera alle più alte cariche militari e civili. Lo è perché all’interno della sua personalità si ritrova un tratto tipico di alcuni grandi personaggi della letteratura e del cinema americano — dal Gatsby di Fitzgerald al Citizen Cane di Welles — una macchia, una debolezza, che si è portato dentro per tutta la vita e che, temo, abbia compromesso irrimediabilmente il giudizio che di lui daranno gli storici. Una storia americana: la storia di un ragazzo nero cresciuto ad Harlem, che frequenta l’unica università gratuita di New York, il City College, dove a quel tempo (a metà degli anni ’50) gli studenti neri si contavano sulle dita di una mano. Un ragazzo nero che deve avere sentito, come e ancora più di Barack Obama venti anni dopo, la durezza del crescere in un paese razzista dove la discriminazione opera a tutti i livelli ed è un muro all’apparenza insormontabile per le aspirazioni di un giovane nero.

Nella carriera militare Colin Powell diventerà capo degli stati maggiori delle forze armate

A differenza di Barack, Colin non ha alle spalle il movimento per i diritti civili degli anni ’60, la rivendicazione dell’orgoglio nero e del potere nero degli anni ’70. Per lui uscire dalla trappola della discriminazione e aspirare al successo vuol dire una sola cosa: essere accettato dal mondo dei bianchi. E c’era una sola istituzione dove questo era allora possibile: l’esercito, dove solo pochi anni prima il presidente Truman aveva posto fine alla segregazione razziale. Powell scopre così la sua vocazione militare frequentando il Rotc, il corso per il reclutamento di riservisti creato in piena guerra fredda nelle università americane. Nominato sottotenente al termine del corso, entra formalmente nell’esercito e viene inviato in Georgia per l’addestramento. Lì l’impatto deve essere stato durissimo: non tanto in caserma, anche se la discriminazione nei confronti dei neri continuava ad essere pervasiva, ma all’esterno. In tutti gli stati del Sud la segregazione razziale era legge: al giovane sottotenente non era consentito l’accesso in un locale pubblico per bianchi e se saliva su un autobus doveva andare a sedersi sul fondo con gli altri neri.

Poi è arrivata la guerra del Vietnam. Per Powell, come per altri giovani ufficiali, il Vietnam sarà un’occasione di avanzamento. Uno dei motivi per cui anche quella guerra durò così a lungo è che grazie ad essa gli ufficiali ricevevano medaglie e promozioni, a patto di dimostrare di avere un “body count” elevato, cioè di avere ammazzato un gran numero di viet cong, veri o presunti. Iniziò allora la contraffazione delle statistiche a scopo di avanzamento di carriera, per cui di vittoria in vittoria, di progresso in progresso, si arrivò invece alla disfatta finale con la ritirata precipitosa nel 1975, esattamente come è avvenuto 50 anni dopo con il ritiro dall’Afghanistan.

In alto, il tenente Colin Powell in Vietnam; in basso, il massacro di civili a My Lai

In Vietnam, grazie alla sua serietà, capacità di lavoro e disposizione a contentare i suoi superiori, Powell viene assegnato allo stato maggiore di una delle più prestigiose divisioni, la Americal — prestigiosa ma tristemente nota per la brutalità nei confronti dei civili. Quando si seppe che una compagnia della divisione aveva massacrato nel villaggio di My Lai diverse centinaia di civili, Powell fu incaricato delle indagini. Di quanti e quali fatti venne realmente a conoscenza non si sa (solo un’altra inchiesta molto più tardi porterà all’incriminazione del comandante della compagnia Calley), ma Powell, diviso tra la ricerca della verità e la difesa dello spirito di corpo, scelse la seconda con un rapporto che esonerava di fatto la compagnia e che piacque molto al comandante della divisione.

Al ritorno negli Stati Uniti inizia per lui un’altra carriera, a fianco di quella militare, che lo porterà ai più alti livelli dell’amministrazione civile: nei primi anni ’70 vince un contratto di formazione alla Casa Bianca di Nixon, dove entra in contatto con gli ambienti politici repubblicani, che evidentemente ne apprezzano la serietà e soprattutto la fedeltà. Pochi anni dopo il ministro della difesa di Reagan, Weinberger, lo nomina suo consigliere militare. Quando scoppia lo scandalo Iran-Contras (vendita segreta di armi all’Iran per finanziare i Contras antisandinisti del Nicaragua) Reagan per stornare da sé i sospetti è costretto a fare pulizia e nomina Powell a capo del Consiglio per la sicurezza nazionale. Il successore di Reagan, George H. W. Bush, per ricompensarlo della sua discrezione nella vicenda lo nomina capo degli stati maggiori delle forze armate, il più giovane generale in quell’incarico e il primo nero.

In questi anni (siamo alla fine degli anni ’80) Powell formula la sua “dottrina”, secondo la quale gli Stati Uniti dovrebbero intervenire militarmente in un  paese straniero solo a condizione che vi sia un preminente interesse per la sicurezza nazionale, che gli obbiettivi da raggiungere siano realistici, che vi sia una chiara strategia di uscita, che vi sia ampio consenso popolare, e che infine si intervenga con una forza militare preponderante. Proprio sulla base di questi principi Powell criticò la decisione di Bill Clinton di intervenire in Bosnia e in Somalia e si dimise da capo di stato maggiore. Un apparente arretramento che pochi anni dopo, divenuto presidente George W. Bush (il figlio del precedente Bush), lo porterà ad essere nominato segretario di Stato, anche questa volta il primo nero della storia.

Il segretario di Stato Colin Powell illustra i piani della guerra in Iraq voluta dai neocons guidati da Dick Cheney

Si potrebbe a questo punto ritenere che, avendo ormai raggiunto le vette della carriera militare e politica, Powell non avrebbe più avuto bisogno di ingraziarsi i suoi superiori (il suo unico superiore del resto era il presidente). E invece no. In quel fatidico 5 febbraio del 2003 alle Nazioni Unite decide di mostrare una fialetta che afferma contenere antrace per asseverare il casus belli contro l’Iraq. Il segretario di Stato certamente sa che quella fiala non contiene antrace, come sa che la Cia ha mentito e che Saddam non possiede armi di distruzioni di massa. E tuttavia si presta a quell’indegna operazione di propaganda. Anche senza di lui la guerra sarebbe scoppiata perché la cerchia di neocons intorno al presidente (Cheney, Rumsfeld, Rice) la voleva e la stava preparando da anni, ma il contributo di Powell nello scatenare un conflitto che è durato otto anni, ha provocato la morte di 4000 soldati americani e di decine di migliaia di iracheni, è stato determinante. Ciononostante, la sua “timidezza” nella vicenda provocò la sua rimozione e la sua sostituzione con la più affidabile Condoleezza Rice.

Negli anni successivi alla sua uscita di scena Powell ha preso le distanze dall’establishment repubblicano, nelle elezioni del 2008 ha appoggiato Barack Obama, in quelle del 2016 Hillary Clinton e nelle ultime Joe Biden. Ha tenuto molte conferenze, ha scritto libri, ha ricevuto molte onorificenze. Un uomo elegante, colto, sempre misurato nei toni, universalmente stimato, che tuttavia per tutta la vita si è portato dentro una macchia che gli ha impedito di assurgere a vera grandezza. © RIPRODUZIONE RISERVATA

Giornalista, docente universitario, romanziere, ha insegnato relazioni internazionali all’Università la Sapienza di Roma. Ha collaborato con svariate testate a stampa e online scrivendo prevalentemente di politica e istituzioni degli Stati Uniti. E’ autore di svariati volumi di politica internazionale: Ascesa e caduta del bushismo (Ediesse, 2006), La svolta americana (Ediesse, 2008), Teorie e pratiche delle relazioni internazionali (Nuova Cultura,2009), Le rivoluzioni della dignità (Ediesse, 2012), The Changing Faces of Populism (Feps, 2013). Ha pubblicato quattro volumi di narrativa; l’ultimo è Melencolia (Mincione, 2017)