A New York lo scrittore polacco, fratello maggiore del futuro Premio Nobel per la letteratura Isaac, giunse poco dopo la “Grande depressione” del 1929. Per due anni raccontò in lingua yiddish per il giornale socialista “Forverts” quanto fosse difficile “afferrare” gli americani che «scivolano via dalle mani degli europei». All’alba della tragedia nazista che indusse lui e la sua famiglia ad abbandonare l’Europa, il suo sguardo si soffermò, sia a New York che a Los Angeles, su ogni sfumatura, contraddizione, esagerazioni, sui pro ed i contro dalle più piccole alle grandi cose, con tutta la cifra dello straordinario narratore de ‘I fratelli Askenazi’ e ‘Willy’. «Qui chiunque può mettersi in mezzo alla strada a parlare, a tenere discorsi, a fare propaganda e a urlare. A Harlem lasciano che un nero si sgoli a dire quanto è felice che esista il cristianesimo, e a Union Square lasciano che una comunista ebrea dai capelli neri e ricci racconti le magnifiche sorti dei lavoratori in Russia». Un abisso dall’America di Donald Trump, delle sue funeste politiche sull’immigrazione e dell’uso di ordini esecutivi che stanno sconvolgendo il mondo. Se c’è un momento giusto per leggere ”I viaggi in America” di Israel J. Singer è questo

◆ L’articolo di ANNALISA ADAMO AYMONE

► Credere nell’America da lontano è stato per tanti, soprattutto europei, un modo per far crescere l’audacia necessaria a raggiungerla quella terra. Non sempre però il nuovo mondo e il suo popolo si è dimostrato facilmente accessibile e, soprattutto, conforme alle aspettative. «Sono un popolo difficile da capire, gli Americani. Hanno tentato a tutti i costi di essere in tutto e per tutto il contrario degli europei… Qui un po’ tutto quanto è diverso e distante da quello che conosciamo in Europa. Ci sono altre abitudini, altre opinioni, altre idee e persino i rapporti tra i popoli sono diversi. È difficile afferrare gli americani. Scivolano via dalle mani degli europei». Così ne parlava Israel Joshua Singer negli articoli che scrisse a partire dal 1932 fino al 1941 come corrispondente di “Forverts”, il giornale socialista in lingua yiddish di New York, raccolti nel libro “Viaggi in America” appena pubblicato in prima edizione mondiale dalla Casa Editrice Giuntina di Firenze nella collana ‘Vite’. Proprio nel 1932 Singer sbarca per la prima volta in America in occasione della messa in scena di un suo romanzo, già pubblicato a puntate, che Morits Shvarts (Morice Schwartz) – stella del teatro yiddish americano – decise di portare al grande successo internazionale con la trasposizione teatrale al Yiddish Art Theatre di New York.
Raccontare l’America agli ebrei europei che ancora non la conoscevano divenne l’impegno fisso di Singer per circa due mesi, durante i quali comincia ad affrontare la vita di New York raccontandone le nuance, le contraddizioni, le esagerazioni, i pro ed i contro dalle più piccole alle grandi cose, con tutta la cifra dello straordinario narratore che ha dimostrato di essere in opere come ‘I fratelli Askenazi’ e ‘Willy’. «Mi piace la libertà che c’è in America. In nessun paese al mondo – racconta Israel Joshua Singer – una persona si sente libera come a New York. Sono qui ormai da qualche settimana e a nessuno interessa chi sono e che lavoro faccio. Nessuno mi chiede di mostrare il passaporto. Nessuno mi ordina di presentarmi, nessun poliziotto mi segue con lo sguardo, nessun portinaio mi chiede dove sto andando o da chi devo andare. Inoltre, qui chiunque può mettersi in mezzo alla strada a parlare, a tenere discorsi, a fare propaganda e a urlare. A Harlem lasciano che un nero si sgoli a dire quanto è felice che esista il cristianesimo, e a Union Square lasciano che una comunista ebrea dai capelli neri e ricci racconti le magnifiche sorti dei lavoratori in Russia».
Altri tempi verrebbe da dire. Chissà cosa avrebbe scritto oggi Israel Joshua Singer dell’America di Donald Trump, delle sue funeste politiche sull’immigrazione e dell’uso di ordini esecutivi che stanno sconvolgendo il mondo, di questo Paese ormai diviso sul ruolo e sui limiti del potere presidenziale. Avrebbe scritto della resistenza dell’altra America che proprio in questi giorni torna in piazza per il “No Kings Day”, del dissenso del popolo di New York che ha eletto Zohran Mamdani, del movimento “nessun re” che si accinge ancora una volta ad attraversare da costa a costa tutti i cinquanta Stati. Quando Israel Joshua Singer sbarca in America, New York era la principale porta d’accesso per gli immigrati in cerca di lavoro e fortuna, i quali tendevano a stabilirsi proprio dove sbarcavano. I suoi primi reportage da New York si concentrano principalmente sulla rilevanza della città nella vita ebraica americana. Descrive con crudezza la miseria dei senzatetto e l’indifferenza della gente. Si tratta degli anni peggiori della Grande depressione e Singer si concentra sul tema della povertà. Ne emerge una rappresentazione a tratti drammatica e a tratti salvifica.

Singer considerò la possibilità di trasferirsi oltre oceano già durante questo primo viaggio a New York. Tornato in Polonia, l’ascesa al potere di Hitler in Germania e l’incremento degli atti di antisemitismo lo indussero a concretizzare quanto prima il grande e definitivo salto nel nuovo mondo, dove ad attenderlo vi era la promessa di un ambiente culturale particolarmente fecondo, soprattutto per gli autori yiddish, nonché quella libertà di cui aveva scritto nel suo primo viaggio. Il trasferimento di Israel Joshua Singer, avvenuto nel 1934 con la famiglia, viene preceduto dalla tragica morte del suo primo figlio. Successivamente lo raggiungerà anche il fratello minore Isaac Bashevis Singer, il grande scrittore premio Nobel per la letteratura. «Anche se la situazione in cui avviene è storicamente drammatica, il trasferimento di Singer – sottolinea nella postfazione il curatore del testo Enrico Benella – non fu un disperato salto nel vuoto».
Con ironia e malinconia gli articoli di Israel Joshua Singer offrono oggi molti spunti di riflessione su come appariva l’America in quegli anni. Dalla descrizione degli effetti del nazismo a New York («A dir la verità, la gente mi aveva sconsigliato di andare al raduno dei nazisti di qui al Madison Square Garden; tuttavia il mio interesse a vedere la Germania di Hitler nel bel mezzo di New York ha superato il mio senso di disgusto») alle descrizioni riguardanti Los Angeles («Vicino al Messico c’è la Cina – il quartiere cinese, un po’ come Chinatown a New York. Ma mentre tra tutti gli stretti vicoli della Chinatown di New York aleggia un senso di malinconia, qui il quartiere è allegro. Qui la miseria non è triste come a New York. È decorata. Persino tra i messicani, che qui sono considerati i più poveri tra gli abitanti della California, la miseria non si nota quanto la si nota tra la popolazione povera di New York») ciò che più emerge è la capacità di I.J. Singer di trasferire attraverso il sarcasmo quel senso di ardente amarezza mai rassegnata, indagatrice e riflessiva, che mette a fuoco con sdegno le profonde contraddizioni e incertezze dell’America. «Tra le persone scontente dell’America – ci sono numerosi ebrei. Hanno perso i loro negozi in America e sono rimasti senza soldi per vivere. Ora sono diretti verso la Russia sovietica … ci stanno andando per salvare in tempo i pochi soldi che sono ancora rimasti dai tempi della prosperity. Parlano dell’America con rabbia e narrano le meravigliose sorti della Russia. Gli altri ebrei litigano con loro. Nessuno può accettare un talk secondo il quale la situazione in Russia è quella che viene descritta».

La complessità del mondo attuale assume nel lettore una presenza viva e potente durante tutta la lettura di questo libro perché dall’America di Singer prendono vita tutte le nuove contraddizioni, le nuove possibilità, le nuove forme dell’America. Tutto ci riporta all’attualità, al nostro modo di credere o non credere all’America, da lontano quanto da vicino. Se esiste un momento ideale per leggere “Viaggi in America” è certamente adesso, esplorandola dal bene al male, coast to coast, come fece Singer. © RIPRODUZIONE RISERVATA
