Pale eoliche e impatto ambientale. L’Appennino meridionale è un giacimento a cielo aperto

Ai calcoli scientifici, per un corretto funzionamento di questi impianti di energia rinnovabile, spesso si antepongono le scelte imprenditoriali che non tengono nelle giuste considerazioni l’effettiva funzionalità del business dell’eolico in Italia. Nascono così “ecomostri” che deturpano paesaggi e fanno sollevare gli ambientalisti contro questi tentativi mal riusciti di green economy. Di posti idonei nel nord Italia ce ne sarebbero, ma gli imprenditori preferiscono investire negli Appennini meridionali, dove le opposizioni scarseggino ma scarseggia anche il vento. Intanto, nel 2021 la forza delle correnti è stata tra il 10 e il 15 per cento inferiore alla media attesa a causa del cambiamento climatico


L’analisi di LILLI MANDARA

L’eolico selvaggio ha invaso quasi tutto il territorio, anche dove il vento è molto debole

LA COSTITUZIONE E LA FORZA, non così forte, del vento: basterebbe questo, soltanto questo, per impedire la corsa all’edificazione di parchi eolici in ogni angolo del Paese, spesso devastando il paesaggio, deturpando gli angoli più suggestivi d’Italia, sui crinali appenninici emiliani e toscani. Basterebbe ricordare l’articolo 9 della Costituzione italiana che tutela il paesaggio equiparandolo a tutti gli effetti ai beni culturali che costituiscono patrimonio della Nazione, per  fermare un business cresciuto qualche volta all’ombra della mafia. E la forza non così forte del vento, che quest’anno è diminuita di un terzo. Le condizioni ottimali per le pale eoliche, spiega uno studio del Club alpino italiano (Commissione centrale tutela ambiente montano), si hanno con una ventosità regolare nel corso dell’anno e per velocità media intorno o superiore agli 8/ms (circa 30 chilometri orari). Quindi, la sostenibilità economica di un impianto eolico, sostiene il Cai (Club Alpino Italiano), è ottenibile quando supera valori di 2000 ore l’anno, che equivalgono a circa tre mesi all’anno a potenza nominale. Ma in Italia questo è un calcolo a cui non si dà quasi mai la giusta rilevanza perché il business dell’eolico è fatto di tante altre voci, come incentivi e contributi. In Basilicata per esempio, dove l’eolico selvaggio ha invaso quasi tutto il territorio, il vento è molto più debole rispetto alle Dolomiti trivenete. E così in Puglia, Sicilia, Calabria, Sardegna, Molise, Campania. Eppure queste sono le zone maggiormente prese d’assalto dalle aziende del settore. L’energia prodotta dalle pale incide all’incirca per l’1,5 per cento dell’energia elettrica nonostante lo Stato nel 2017 abbia sborsato più di 1,7 miliardi di euro di sussidi a vario titolo.

L’energia prodotta dalle pale incide all’incirca per l’1,5 per cento dell’energia elettrica complessiva

Gli studi ufficiali riportati dall’atlante eolico riportano che le aree maggiormente ventose — e dunque più interessanti dal punto di vista dell’installazione di impianti eolici — siano concentrate nel Centro-Sud e nelle Isole Maggiori (Sardegna e Sicilia). Viceversa nel Nord Italia, salvo rare eccezioni, vi è una scarsità di vento tranne che in montagna, ma a quote relativamente elevate, dunque difficilmente raggiungibili e quindi più scomode per gli investitori: ma se si avesse  a cuore solo la produzione di energia, la montagna del Nord Italia dovrebbe essere la meta preferita dagli investitori che però mettono in conto anche le resistenze, sicuramente più forti, dei territori. Per fortuna la Campania, terza regione per numero di pale eoliche dopo la Puglia e la Basilicata, si è dotata di una legge contro l’eolico selvaggio, confermata dal Tar dopo un ricorso delle aziende. Il Tar ha riconosciuto che «il territorio è una risorsa limitata e non riproducibile, sicché se in tali zone è già stato realizzato un considerevole numero di impianti non può essere ritenuto irragionevole un divieto di ulteriori installazioni». Torna, anche qui, a salvarci, la nostra cara Costituzione col richiamo alla tutela del paesaggio. Il paesaggio è una parola generica, ampia, e accoglie tutto: secondo lo studio del Cai, l’impatto delle pale eoliche è fortissimo per molteplici motivi: intanto le torri che possono superare anche i 100 metri di altezza, sono visibili a grande distanza e pertanto «specialmente in zone con abitazioni o siti di interesse storico, archeologico o panoramico, la presenza di queste macchine può produrre disagio o disturbi poco mitigabili da eventuali interventi al contorno». Un altro disturbo visivo si crea quando le pale in rotazione intercettano la luce solare e proiettano le loro ombre a intermittenza. Infine l’impatto acustico, dovuto alle vibrazioni delle pale in rotazione e l’impatto idrogeologico che si verifica soprattutto in zone collinari o di montagna in seguito agli sbancamenti necessari alla realizzazione delle strade di accesso e alle piazzole, completano l’opera.

L’Appennino meridionale è considerato un esteso giacimento a cielo aperto di energia e la legge riconosce agli investitori eolici il diritto di ricorrere all’esproprio dei terreni

E così sono stati presi d’assalto e devastati territori in provincia di Salerno, Avellino, Benevento, Potenza, Campobasso e Foggia, che da soli producono il 2,5 per cento degli consumi complessivi nazionali secondo i dati Terna e consumano meno di quanto mettono in rete. Un territorio trasformato in pochi anni in una grande centrale elettrica, un mercato in cui i profitti dei privati vengono sostenuti dalla collettività e al territorio resta poco e niente. Anzi, restano danni ingentissimi al patrimonio ambientale. Secondo Legambiente, «è chiaro che l’Appennino meridionale è considerato un esteso giacimento a cielo aperto di energia, da cui estrarre valore attraverso l’accaparramento dei fondi agricoli e forestali, con la giustificazione verde di fare del bene al pianeta». Una tendenza favorita dalla legge che riconosce agli investitori eolici il diritto di ricorrere all’esproprio dei terreni.

Pale eoliche di Cocullo, in Abruzzo

Che importanza ha il vento in queste scelte lo ha spiegato tempo fa nel suo libro Antonello Caporale: in Italia invece di destinare ai grandi impianti dell’eolico industriale zone da riqualificare sufficientemente ventose, aziende nate dal nulla hanno piantato migliaia di pale nelle zone più remote e suggestive, sui crinali appenninici emiliani e toscani, sul massiccio del vulcano dormiente del Vulture e sulle distese cerealicole che scendono in Lucania e in Puglia, nella valle del Sele in Campania, il Fortore verso Benevento, con punte in Molise e in Abruzzo. Più a Sud i promontori del Pollino, le serre della Calabria. E poi le isole: Sicilia e Sardegna». Un business che a pale ferme ha generato profitti immensi grazie agli incentivi mentre gli agricoltori hanno raccolto qualche briciola e i Comuni hanno ottenuto entrate appena sufficienti per sistemare strade e marciapiedi.

Quindi non stupiamoci se attraversando l’Appennino o l’Italia centrale vediamo le pale eoliche ferme e immobili. E quest’anno ancora più ferme e immobili di sempre. Il perché lo ha spiegato in un report  la compagnia energetica britannica Drax, riportato tempo fa dal “Fatto Quotidiano”: ciò che sta facendo impennare i costi delle bollette in tutta Europa è (anche) il fatto che quest’estate ha soffiato meno vento, soprattutto al Nord del continente, dato che nel 2021 la forza delle correnti è stata tra il 10 e il 15 per cento inferiore alla media attesa. A risentirne, naturalmente, sono state principalmente le pale eoliche. La produzione di energia eolica tra il 26 febbraio e l’8 marzo del 2021 è stata meno di un quarto della media di gennaioMeno vento significa meno elettricità. Tanto che il Regno unito ha dovuto ricorrere alla centrale a carbone di West Burton nel periodo di basso vento. Tutta colpa del cambiamento climatico, anche se le catastrofi avvenute nell’est Europa e in Germania, associate a vento forte, indurrebbero a pensare il contrario.

Orvieto eolico-Porano

Invece no, anche la diminuzione del vento è effetto del cambiamento climatico, ha ribadito un articolo su “Nature”: «Sebbene la velocità del vento nella corrente a getto polare del Nord Atlantico non sia cambiata dal 1979, secondo tre diversi set di dati, la diminuzione della corrente è stata del 15% (con un intervallo tra l’11 e il 17%)», scrivono gli autori. «Questa tendenza è attribuibile alla risposta del vento termico all’aumento del gradiente di temperatura meridiano a livello superiore. I nostri risultati indicano che il cambiamento climatico potrebbe avere un impatto maggiore sulla corrente a getto del Nord Atlantico di quanto si pensasse in precedenza». Una conclusione pericolosa, che induce a ipotizzare un rallentamento dei venti anche nel futuro, con buona pace delle pale eoliche, almeno così come sono concepite ora. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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About Author

Ha lavorato nella redazione abruzzese del “Messaggero” dal 1984 al 2014. Ha seguito per il quotidiano di Roma molte vicende dell’attualità italiana. Dal 2015 è direttore responsabile del blog “Maperò”, testata giornalistica che si occupa in Abruzzo di politica, cultura e cronaca. Collabora col “Fatto quotidiano” e con “Donne Chiesa Mondo”, il mensile dell’“Osservatore Romano”.