Nel panorama italiano il tema del lavoro è relegato ai margini della produzione cinematografico. Poche opere e mal distribuite nei circuiti che contano. Al “Premio Cipputi” di quest’anno si è fatto largo “One day One day” di Olmo Parenti, presentato alla manifestazione “Sotto le stelle del Cinema” di Bologna. Racconta la vita dei lavoratori extracomunitari di Borgo Mezzanone, la più grande bidonville d’Italia, nel foggiano, in una piana di baracche, rifiuti, terra e roulotte divelte. Il documentario non è un’indagine sul caporalato. È il tentativo di raccontare quale sia il blocco strutturale per cui centinaia di persone vivono in un posto infernale: «Senza permessi di soggiorno, la bidonville è l’unico posto che ti resta»


L’articolo di COSIMO TORLO

“La Sortie des usines” dei fratelli Auguste e Louis Lumière, primo film girato nella storia del cinema durava all’incirca quaranta secondi; sotto il titolo, una scena di “One day One day”

CINEMA E LAVORO, un incontro sempre difficile. E questo è paradossale se si pensa che il primo film girato nella storia del cinema dai fratelli Lumière si chiamava “La Sortie des usines” (L’uscita dalla fabbrica). Un girato di circa 40 secondi che mostra un gruppo di operai, in gran parte donne, che escono dalla fabbrica Lumière a Montplaisir, alla periferia di Lione nel lontano 1895.

La storia successiva non ha purtroppo offerto tanto altro materiale. Con questo non voglio dire che non siano stati realizzati film di grande importanza, registi che su questo tema hanno costruito una carriera, come Ken Loach con opere cinematografiche di grande impatto e bellezza. Dopo il neorealismo, nel nostro paese siamo passati alla commedia all’italiana che qualcosa sul tema ha realizzato, fino alla stagione più recente che ci offre una filmografia dove si gira attorno all’ombelico di vicende personali che quasi sempre poco hanno a che vedere con il mondo sociale che ci circonda. 

Dal 1996 il “Premio Cipputi” segnala anno dopo anno i film italiani e stranieri che trattano il tema del lavoro. La prima parte di vita del premio si è sviluppata a Torino fino al 2019, ospitato all’interno del Torino Film Festival; a partire dal 2021 è organizzato insieme alla Cineteca di Bologna nel corso della manifestazione “Sotto le stelle del Cinema”. E si è potuto concretamente constatare la pochezza di opere sull’argomento, prodotti in particolare nel nostro paese.

Secondo le stime raccolte dal Demeter 2020, nel nostro Paese i migranti che lavorano come manodopera illegale nel settore agricolo sono il 20% del totale, percentuale che sale all’80% nelle regioni meridionali

Continuo a pensare che la situazione sia paradossale, a prescindere dalla conclamata crisi del cinema italiano, ma poi all’improvviso capita, come è successo quest’anno, che spuntino opere di ragazzi giovani che non hanno smesso di indagare il tema, contando solo sul loro entusiasmo e voglia di provarci. Il film premiato è stato “One day One day”. Olmo Parenti ha realizzato un film intenso sui lavoratori extracomunitari che vivono a Borgo Mezzanone, la più grande bidonville d’Italia, nel foggiano, in una piana di baracche, rifiuti, terra e roulotte divelte. Qui i braccianti sono quotidianamente sottoposti a ritmi di lavoro sfiancanti di 10-12 ore al giorno, quasi sempre in nero, in condizioni atmosferiche e climatiche usuranti, senza riposo settimanale.

Uno scorcio della bidonville di Borgo Mezzanone la più grande d’Italia, in provincia di Foggia: una piana di baracche, rifiuti, terra e roulotte divelte; chi è senza permessi di lavoro finisce inesorabilmente in un inferno così

Nella bidonville abitano i lavoratori in nero che lavorano i campi dove si coltivano gli ortaggi destinati alla rete della grande distribuzione, ma, come spiega ancora Parenti, non è un’indagine sul caporalato. È piuttosto il tentativo di raccontare quale sia il blocco strutturale per cui una, tante, centinaia di persone finiscono a vivere in un posto così. È il racconto di chi sono, e perché sono lì. Il film è molto lineare, diretto: siamo dentro un’automobile, nei sedili dietro, invasi dai vestiti appallottolati, e tra i vestiti un ragazzo che parla, la telecamera è ad altezza sedile.

«Quello che abbiamo capito facendo il documentario», racconta Olmo, «anche se detto così non sarà sbalorditivo, è che, finché queste persone non avranno un permesso di lavoro e un permesso di soggiorno, non c’è alternativa. Il ghetto, pur essendo un posto terribile, è l’unico vero posto pronto ad accogliere queste persone. Quindi, quando non hai documenti, quando non hai un permesso di lavoro, e una casa non la puoi affittare, una busta paga non te la dà nessuno, non puoi aprirti un conto in banca, farti fare un contratto di lavoro è utopico perché nessuno è pronto a investire in te, prima di investire in qualcun altro: la bidonville è l’unico posto che rimane»

Dall’alto: la giuria (al centro il nostro Cosimo Torlo), Altan premia Olmo Parenti, la platea della manifestazione “Sotto le stelle del Cinema” in Piazza Maggiore (foto di Margherita Caprilli)

Il regista è partito con i suoi collaboratori per star lì qualche settimana, poi la situazione è stata così coinvolgente che il lavoro è andato avanti per oltre un anno. Ma la fase più interessante è stato l’impatto successivo, quello del lavoro finito con la ricerca di un distributore, molto interesse ma nessun reale atto concreto, ed è così che si sono inventati un modello di distribuzione originale. «Visto che nessuna casa di distribuzione, festival o network tv era interessatə al film», ci dice Parenti, «quando l’agenzia Will Media è entrata come co-produttrice del progetto, abbiamo deciso di farlo vedere a chi ancora non ha imparato ad abbassare o distogliere lo sguardo: i giovanissimi». Dal 16 marzo scorso, “One day One day” è stato proiettato così nelle scuole (e, in via eccezionale, al Pordenone Doc Fest) di mezza penisola, «finché — sottolinea  Olmo —, per quel giochino chiamato tecnicamente psicologia inversa, anche i circuiti tradizionali hanno drizzato le antenne». Poi è arrivato Roberto Saviano che ci ha scritto un editoriale e in poco tempo sono state raccolte 12.000 firme per chiedere di immetterlo nel circuito dei cinema tradizionali, e alle prime proiezioni si è spesso registrato il sold out». Sul sito Will Media trovate le informazioni sulle proiezioni di “One day One day”, o potete prendere contatti per organizzarne una nella vostra città.

E allora, quando in questa calda estate mangiate una caprese con della mozzarella oppure degli spaghetti con pomodoro e basilico, ricordatevene: è molto probabile che quei pomodori arrivino quasi da quel campo o dai molti altri simili disseminati nelle nostre campagne. Buona parte della frutta e verdura che arriva sulle nostre tavole è stata raccolta da immigrati che sono sfruttati dai caporali. Secondo le stime raccolte dal Demeter 2020 — rapporto annuale pubblicato dal centro studi geopolitici francese Iris — con analisi sull’agricoltura nel mondo, nel nostro Paese i migranti che lavorano come manodopera illegale nel settore agricolo sono il 20% del totale, percentuale che sale all’80% nelle regioni meridionali. L’Osservatorio Placido Rizzotto stima che circa quattro milioni di lavoratori agricoli operino senza documenti, in condizioni di lavoro precario e di sfruttamento. E il ministero dell’Economia e delle Finanze ha rilevato che l’evasione fiscale per i lavoratori dipendenti irregolari nel settore agricolo risulta compresa tra i 642 milioni e il miliardo di euro. Il docufilm di Olmo Parenti “One day One day” ci aiuta a capire meglio chi paga il prezzo più salato di tutto questo, in termini di diritti umani e diritti sociali© RIPRODUZIONE RISERVATA


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La mia scuola è stata la fabbrica, la Flm prima, la Fiom e la Cgil poi, in un percorso che mi ha permesso di sperimentare sul campo la comunicazione e il giornalismo. Mi sono anche cimentato nell’organizzazione di eventi con mostre e concerti, in particolare a Torino. In questa città nel 1996 ho promosso il “Premio Cipputi” insieme ad Altan all’interno del “Torino Film Festival”. Il Premio continua a vivere ora nel capoluogo emiliano-romagnolo organizzato insieme alla Cineteca di Bologna. L’approdo alla comunicazione istituzionale è stato il proseguimento del percorso precedente, tenendo al centro del mio impegno le tematiche legate al lavoro, al sociale e all’economia. Ultimo ma non ultimo coltivo una passione inestinguibile per l’enogastronomia, attività che svolgo a tavola e sulla stampa.

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