Tommaso d’Aquino in un dipinto del 1476; in alto targa in marmo con un testo di Ettore Paratore

Nei pressi dell’antica facoltà di lettere e filosofia della Sapienza, è in corso un’accesa discussione sulla “Dark age” fra due grecisti, Gennaro Perrotta e Domenico Musti, e il latinista Ettore Paratore. Di fianco a loro, due gentiluomini dall’abbigliamento settecentesco. Intimorito da Ettore Paratore, al quale nasconde il suo libretto universitario per paura che potesse sbarrarlo anche solo con lo sguardo, il nostro cronista si rivolge a Domenico Musti e scopre che i due gentiluomini sono Gerolamo Marciano e niente meno che Tommaso Nicolò d’Aquino: pastore dell’Arcadia con il nome di Ebalio Siruntino, sindaco della città di Taranto, autore delle “Delizie tarantine”. L’autore dei nostri cari “racconti di Magna Grecia” desidera parlare con il Siruntino, al quale ha dedicato un articolo che, se continuerete a leggere, scoprirete cosa gli è costato…


Il racconto di ARTURO GUASTELLA, nostro inviato in magna Grecia

AI BORDI DI QUELLA FONTANA, proprio sotto lo sguardo corrucciato della Minerva, prospiciente l’antica facoltà di Lettere e filosofia — con tutte le riforme che hanno turbinato in questi anni, non so se porta ancora questo nome —, alcuni studenti della Sapienza di Roma, facevano cerchio attorno ad una accalorata discussione fra due grecisti illustri, Gennaro Perrotta e Domenico Musti, un altrettanto illustre, per quanto scorbutico, latinista, Ettore Paratore, e due gentiluomini dall’abbigliamento settecentesco, forse di epoca precedente. Discutevano, tutti, della cosiddetta Dark age, dell’età oscura che i grecisti collocavano tra la fine della civiltà minoica (quella della Creta di Minosse) e l’inizio di quella micenea (della città di Agamennone e Clitennestra), nel tredicesimo secolo avanti Cristo, mentre gli studiosi medievisti — che tali mi apparvero i due gentiluomini — sostenevano che i periodi bui avevano un andamento ciclico, ricorrendo in ogni periodo del quale le fonti storiche o quelle filologiche erano contraddittorie o frammentarie. 

Statua di Giambattista Vico, Roma

«Del resto — argomentava un certo Ebalio Siruntino, rivolgendosi al napoletano Perrotta — tu dovresti conoscerla meglio di chiunque altro questa ciclicità degli eventi, in quanto, come ho potuto apprendere io stesso, studiando dai gesuiti del collegio de’ Manfi a Napoli, dal mio maestro Francesco Guarini, sono stati proprio due napoletani, Giambattista Vico e Vincenzo Cuoco, a teorizzarla». «Francesco Guarini, dei duchi di Poggiardo?» interveniva, interrogando, il secondo gentiluomo. E, avutane conferma, faceva sapere all’uditorio che quel professorone era quasi suo compaesano, essendo egli originario di Leverano, ad un tiro di schioppo da Poggiardo. Un uditorio che, come avete intuito, annoverava anche chi scrive — non ancora vostro cronista — che si trovava a passare nei pressi della “Minerva” oberato dai testi di “analisi matematica” e del “sistema periodico”, che si era portato appresso dai laboratori del palazzone della facoltà di Scienze e di Chimica. A richiamarlo era stata la presenza del prof. Perrotta, le cui lezioni nelle aule del Magistero di piazza dell’Esedra richiamavano sempre un gran numero di studenti, anche di altre facoltà, mentre era nota a tutti, nell’ateneo di Viale Regina Margherita, la grande capacità di affabulazione e la profonda dottrina della lingua di Virgilio di Ettore Paratore, pari soltanto al suo smisurato ego, capace di sbarrare il “libretto universitario” del malcapitato studente che gli avesse solo sbagliato l’accento di un esametro. 

Ma gli altri due? Uno, come da sua affermazione, era della provincia di Lecce, mentre l’altro portava un nome e cognome, stranissimi, che pur suonavano familiari al vostro futuro cronista. Inutile chiedere chi fossero ai ragazzi che facevano corona alla discussione, quasi tutti studenti di Lettere e quasi tutti incapaci di aprire bocca, per non incorrere nello sguardo omicida di Ettore Paratore, per cui non restava che lo storico antico Domenico Musti. Questi — raccontava il mio amico archeologo Emanuele Greco — era di casa agli annuali convegni di studi a Taranto sull’archeologia, per cui, fattomi coraggio, gli chiesi chi fossero quei due suoi interlocutori: dalle vesti sembravano del Sei o Settecento. «Quello più esile — rispose l’ex allievo di Giovanni Pugliese Carratelli alla Normale di Pisa — è un gran medico salentino, ma anche un grande geografo e storico, e si chiama Girolamo Marciano. Forse più di altri celebri letterati — quali Ferdinand Gregorovius, Sigismondo Castromediano, Cosimo De Giorgi o Giovan Battista Pacichelli — ha costituito per la provincia salentina dell’epoca, ma anche per la tua Taranto, quel che Pausania, il Periegeta, ha costituito per la Grecia, lasciando una descrizione accurata dei luoghi, dei monumenti e, perfino, della flora e della fauna». E l’altro? «È un pastore dell’Arcadia, e tu dovresti conoscerlo bene, perché ha lasciato un poema sulle delizie tarantine, è stato anche sindaco della città per un breve periodo e, pur non avendo pubblicato in vita un solo rigo, è stato un gran letterato e un nobile di gran lignaggio, tanto che a lui è stata intitolata la via dei lumi di Taranto». 

Frontespizio delle “Delizie Tarantine”, Napoli 1771

Uno, due, tre, quattro, cinque…, otto citazioni: penso che bastino e avanzino per confondervi le idee e farvi pentire di aver voluto, ancora una volta, soffermarvi su queste “storie di Magna Grecia” a leggere i miei “virtuosismi narrativi”, per cui dico subito che il nostro eroe è davvero un eroe, nientemeno che Tommaso Niccolò d’Aquino. Ma se la pubblicazione del suo poema, le Delizie tarantine, si deve ad un suo lontano parente, Cataldo Antonio Carducci Artemisio — che aveva trovato uno dei manoscritti inediti presso un monsignore napoletano —, chiedo lumi al prof. Musti per quello pseudonimo del vate tarantino e per quella sua definizione di “pastore”, visto che il nostro le pecore le aveva forse intraviste nella sua bellissima masseria di Levrano d’Aquino, fra Monteiasi e Montemesola. Stavolta, invece dello storico, risponde Ettore Paratore per farmi il contropelo, come è suo costume, ignorando io che, per essere ammessi all’Accademia dell’Arcadia, bisognava “meritarsi” il titolo di pastore e avere un campo, un appezzamento di terreno, un feudo, dove poter “pascere” le pecorelle delle arti e della letteratura. 

Il dominus dell’accademia — apprendo così — teneva un catalogo degli Arcadi per ordine di annoveramento e, addirittura, un catalogo dei pastori arcadi. Altro che Rotary o Lions… “Ebalio” dalla omonima ninfa, ma “Siruntino”? «Come, non sai che la terra di Sirunte è in Acaia, la vera e autentica Grecia, come ebbe a scrivere Plinio al suo amico Massimo che si era lamentato di essere stato mandato colà come governatore?» mi striglia, a sua volta, il medico, geografo, storico, enologo, tuttologo, Girolamo Marciano. A questo punto, senza farmi vedere, faccio scivolare il mio libretto universitario verde-oliva in una tasca profonda dei pantaloni, temendo che il latinista, che si sta riavvicinando accigliato, chissà per quale strana osmosi accademica potrebbe anche avere giurisdizione sulla mia facoltà, e sbarrarmi il libretto. «Il latino del tuo concittadino — dice, invece — è sintatticamente corretto, ancora non completamente involgarito dalla lingua di Dante, tanto che sono stato io a tradurre l’altro manoscritto di Tommaso d’Aquino, Galesus piscator, Benacus Pastor». 

E lui, il nostro eroe, Don Tommaso dei principi d’Aquino, non ha proprio nulla da dirmi? «Ti devo ringraziare — se ne esce inusitatamente — per quell’articolo che ho avuto modo di leggere in un quotidiano di qui, di Roma (Il Messaggero), nel quale hai raccontato della miserabile fine che hanno fatto le mie due splendide masserie, quella della Battaglia e quella di Levrano d’Aquino». Se fossi stato un pavone, avrei sicuramente fatto la ruota al complimento del nobile tarantino. E, in realtà, quella volta mi presi nientemeno che una querela dalla Fondazione Nobel, per avere scritto della sua disinvoltura  nell’aver ceduto — per un pugno di milioni di vecchie lire (meno di trecento) — ad un avventuriero un patrimonio immenso che la moglie del marchese Bonelli Beaumont, Teresa Mercier, aveva destinato alla Fondazione Nobel per le ricerche sul cancro. Quella masseria della Battaglia, a Lama, dove il 19 settembre del 1594 i pugliesi, guidati da Don Carlo d’Avalos, marchese del Vasto, sconfissero i Turchi del rinnegato messinese Scipione Cicala, i Sinan Bassà Cicala. © RIPRODUZIONE RISERVATA

Giornalista dal 1971. Ha alternato la sua carriera di biochimico con quella della scrittura. Ha diretto per 14 anni “Videolevante”, una televisione pugliese. Ha tenuto corrispondenze dall’Italia e dall’estero per “Il Messaggero”, “Corriere della Sera”, “Quotidiano”, “La Gazzetta del Mezzogiorno” per la quale è editorialista. Con la casa editrice Scorpione, ha pubblicato “Fatti Così” e, con i Libri di Icaro, “Taranto - tra pistole e ciminiere, storia di una saga criminale”, scritto a due mani con il Procuratore Generale della Corte d’Assise di Taranto, Nicolangelo Ghizzardi. Per i “Quaderni” del Circolo Rosselli, ha pubblicato, con Vittorio Emiliani, Piergiovanni Guzzo e Roberto Conforti, “Dossier Archeologia” e, per il Touring club italiano, i “Musei del Sud”.

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