Il rito sanremese è alle porte. Per il settantaseiesimo anno consecutivo il festival della canzone italiana monopolizzerà per buona parte della prossima settimana l’attenzione di media e social. C’è stato però un tempo, a cavallo tra gli anni Cinquanta e Sessanta, in cui si è cercato di «evadere dall’evasione». Con i “Cantacronache” — collettivo torinese di musicisti, letterati e poeti — si sono cantati «gli amori poveri, le storie di ogni giorno, le lotte per una vita migliore, le speranze di riscatto, come aveva fatto la canzone francese con Brassens, Prevert, Vian e quella tedesca di Brecht, di Weill e di Eisler», ricorda Emilio Jona etnomusicologo di novantanove anni. All’«antisanremo» (copyright di Massimo Mila) contribuirono anche Franco Fortini e Umberto Eco. Una stagione di impegno culturale e sociale su cui si sofferma il documentario “Nel blu dipinti di rosso”. Un racconto che «ci interroga – sottolinea il regista Stefano Di Polito – a rifuggire dalle distrazioni, a denunciare le contraddizioni che ci rendono infelici, a costruire il mondo che desideriamo con poesia, speranza e senso dell’umanità»
Emilio Jona e Fausto Amodei in una presentazione del documentario all’Unione Culturale di Torino; sotto il titolo, una scena del documentario “Nel blu dipinti di rosso” del regista Stefano Di Polito con Flavio Giacchero e Marzia Rey (credit foto Flavio Giacchero)
◆ L’articolo di VALTER GIULIANO
►Da martedì 24 a sabato 28 si accendono le luci sull’annuale appuntamento con il Festival di Sanremo. Puntuale l’Italia ci propina il suo circenses perché «Allegri bisogna stare che il nostro piangere fa male al Re..». Bisogna divertire, distrarre, infondere ottimismo. Ieri come oggi, rassicurante culla della rassegnazione. Per questo l’Italietta del dopoguerra (incapace di fare i conti con la sua storia dividendo i buoni dai cattivi) si inventò il Festival della canzone italiana che riconciliava il popolo. E oggi? «L’Italia di Tambroni e quella di Meloni, hanno somiglianze che dovrebbero allarmare».
L’etnomusicologo Emilio Jona e il regista Stefano Di Polito durante le riprese (foto di scena Flavio Giacchero)
A parlare è Emilio Jona, classe 1927, avvocato, etnomusicologo, poeta e scrittore, animatore, allora, dei “Cantacronache”, collettivo torinese di musicisti, letterati e poeti a cui si deve la nascita del cantautorato italiano. Le canzonette di Sanremo a loro non andavano proprio giù. «Con Sergio (Liberovici), musicista, Michele (Straniero) giornalista, Giorgio (De Maria) professore di lettere e Fausto (Amodei), architetto, cominciammo a scrivere canzoni con l’obbiettivo di cantare la quotidianità, combattere la canzone “gastronomica” di Sanremo e il pesante conformismo democristiano. Cioè cantare gli amori poveri, le storie di ogni giorno, le lotte per una vita migliore, le speranze di riscatto, come aveva fatto la canzone francese con Brassens, Prevert, Vian e quella tedesca di Brecht, di Weill e di Eisler».
La canzone impegnata, cui contribuirono anche Franco Fortini e Umberto Eco, si contrapponeva al trionfo della musica festivaliera, proponendo una riflessione politicamente un po’ più seria e approfondita sull’impegno che attendeva la neonata democrazie del nostro Paese. Dal 1958 al 1962 pubblicarono dischi e riviste teoriche per proporre una «canzone neorealista». Questo il “manifesto” del gruppo:
«Ciò che ci proponiamo, al di là della polemica e della rottura è di “evadere dall’evasione”, ritornando a cantare storie, accadimenti, favole che riguardino la gente nella sua realtà terrena e quotidiana, con le sue vicende sentimentali (serie più che sdolcinate, comuni più che straordinarie) con le sue lotte, le aspirazioni che la guidano e le ingiustizie che la opprimono, con le cose insomma che la aiutano a vivere ed a morire … Non ci rivolgiamo agli ascoltatori come a un mercato da conquistare. Nè favoriamo la loro pigrizia e le loro stanchezze, né intorpidiamo i loro cervelli, ma bensì parliamo a loro come a degli uomini impegnandone le facoltà critiche e l’interesse rifiutando di deformare ed avvilire il nostro / loro vivere ma tentando di cantarlo nella sua molteplicità come oggi si manifesta».
Il testo autografo di “Oltre il ponte” scritto da Italo Calvino per gentile concessione del Fondo Calvino
Ne nacquero le bellissime canzoni scritte da Italo Calvino: Dove vola l’avvoltoio?, Canzone triste, Oltre il ponte, e il loro testo più famoso ed emblematico Per i morti di Reggio Emilia, scritto l’indomani della strage del 7 luglio 1960 da Amodei, che ebbe larga diffusione in ogni meeting popolare della sinistra. La garbata, sferzante e intransigente critica dell’Italia del dopoguerra pronta a dimenticare senza riflettere un tragico ventennio per immergersi e cullarsi nella leggerezza delle canzonette – come fa d’altronde anche oggi con la 76.ma edizione del rito sanremese alle porte – apriva un varco in un ambiente addomesticato. Con il suo fiuto di insigne musicologo Massimo Mila colse subito la novità della proposta e scrisse su “l’Unità” l’articolo L’antisanremo. La canzone scenderà in terra.
Ne racconta la storia il regista Stefano Di Polito in “Nel blu dipinto di rosso” presentato nell’ultima edizione del Torino Filmfestival. Dopo una serie di sold out a Torino, il documentario sta ottenendo analoghi successi nella sale nazionali, da Roma a Bologna, Milano… A sostegno del paragone iniziale il concerto di esordio di “Cantacronache”. In scaletta, dopo quella pacifista di De Maria contro la guerra foriera solo di morte, ecco Patria famiglia i cui versi recitano sarcasticamente così:
La locandina del documentario di Stefano Di Polito
«Fratelli d’Italia / tiriamo a campare! / Governo ed altare / si curan di te…/ Fratelli d’Italia / ciascuno per sé :/ una piccola casa, / una piccola moglie, / un piccolo lavoro, / una speranza piccola così; / una messa piccola la domenica, / e iddio per tutti».
Un sarcastico invito ad accettare la vita com’è fatta accontentandosi di piccole soddisfazioni (inclusa una piccola Fiat). Senza ribellioni o rivendicazioni di sorta.
Nel documentario Emilio Jona, sottolineando l’attualità del testo, non si trattiene dal fare riferimento ai Fratelli d’Italia di oggi e al loro “Dio patria, famiglia e proprietà” che la Meloni proclama convintamente in ogni occasione. Esaltazione dell’io con prospettive piccole piccole. Aiuta a meglio comprendere le basi su cui si mosse l’impegno del gruppo una delle canzoni di esordio, Canzone dei fiori e del silenzio:
«Ci dicono cantate dei boschi e dei fiori / e gli amori felici / della gente lietamente / con filo di ferro / le palpebre cucite / e di soffice ovatta / le orecchie riempite». Il ritornello: «E se la ruota gira lasciatela girare / se l’uomo s’addormenta lasciatelo dormire / se la terra scompare lasciatela scomparire / e se qualcuno muore lasciatelo morire».
Stefano Di Polito
Il rifiuto dei topos di quel periodo – in cui veniva chiesto di essere svenevoli, amorosi, ritmici giullari dell’era industriale; di cantare cieli dorati, gonfiare le bolle di sapone; ma anche tacere perché il silenzio è d’oro sulla miseria e sul lavoro, tacere della vita vera, degli amori tristi e oscuri e anche dei fiori… –con il ritornello finale, che veniva rovesciato: non lasciate girare la ruota, non lasciate dormire l’uomo, fate riapparire la terra, non lasciate morire l’uomo.
«La memoria storica che, a quasi 70 anni di distanza, il documentario ripropone alla nostra riflessione ci interroga – sottolinea il regista Stefano Di Polito – a rifuggire dalle distrazioni, a denunciare le contraddizioni che ci rendono infelici, a costruire il mondo che desideriamo con poesia, speranza e senso dell’umanità». Un messaggio forte che ci rammenta come il ruolo della musica e più in generale della cultura possa, insieme a un risveglio delle coscienze più che mai necessario nel momento in cui strumenti ormai consueti (le televisioni, i giornali, i nuovi Sanremo digitali…) o altri solo apparentemente innovatori e liberatori (i social) tendono a narcotizzarle per renderci tutti rassegnati e anestetizzati di fronte alla realtà, assuefatti all’apparente inevitabile cui si è indotti a soccombere accettandola senza alcuna possibilità di riscatto.
Giornalista professionista, dirige il mensile Obiettivo ambiente, il trimestrale Natura e Società e il periodico Studi di museologia agraria. Socio dell’Accademia di Agricoltura di Torino, collabora con numerose testate su temi di politica territoriale, ambientale e agroalimentare.