Le guerre moderne non mirano a sconfiggere la potenza militare dell’avversario ma hanno l’obiettivo di fiaccare la volontà di combattere della popolazione e di conseguenza del governo, al fine di creare le condizioni più vantaggiose per quando verrà la pace. È in quest’ottica che si spiegano le atrocità e l’alto numero di morti tra la popolazione civile aggredita e quella militare dell’aggressore. Nella guerra cecena il rapporto tra militari russi e civili uccisi fu di 1 a 10; in Afghanistan in 10 anni di guerra (1979-1989) 14.500 soldati russi uccisi e 1.000.000 di civili afgani. Anche le tecnologie militari più sofisticate (“bombe intelligenti”) ci dicono che una guerra “umana”, se mai guerra umana è esistita, non è più possibile


L’analisi di STEFANO RIZZO, americanista

IN UNA RECENTE trasmissione televisiva il geopolitico Lucio Caracciolo, a proposito della strage di civili a Bucha ha dichiarato: «Non conosco i fatti, anche se ovviamente i morti sono morti, ma non sono sorpreso. Nelle guerre combattute nelle città queste cose succedono». No, non dobbiamo stupirci. Le guerre contemporanee non sono come le guerre industriali di un tempo (fino alla seconda guerra mondiale), in cui i contendenti erano principalmente eserciti con il loro apparato di supporto industriale. Sono guerre tra il popolo e contro il popolo non per sconfiggere la potenza militare dell’avversario, ma per fiaccare la volontà di combattere della popolazione e quindi del governo. Non si cerca in questo modo di ottenere una vittoria decisiva sul campo (nello stile delle guerre napoleoniche), ma le condizioni migliori per la pace, quando verrà.

Un gruppo di Mujaheddin definiti dall’ex presidente Regan “combattenti per la libertà”

Per questo le guerre contemporanee, come spiegano gli specialisti (ad es. M. Kaldor, New and Old Wars, 2012) producono molti più morti tra i civili del paese aggredito che tra i militari del paese aggressore. In Afghanistan gli Stati Uniti e i loro alleati in venti anni persero 3500 soldati e uccisero almeno 45.000 civili; in Iraq i morti militari della coalizione furono 4800 mentre si calcola che persero la vita almeno 100.000 civili. Ovviamente questo non vale solo per gli americani. I russi in Afghanistan nei dieci anni di guerra dal 1979 al 1989 persero 14.500 soldati e si stima uccisero 1.000.000 di civili afgani; nelle guerre cecene (1994-2000) il rapporto tra militari russi e civili uccisi fu di 1 a 10 (3800 russi contro 36.000 civili ceceni). Nelle guerre di Israele contro Gaza tra il 2008 e il 2014 sono morti almeno 80 soldati israeliani e circa 4000 civili palestinesi; nella guerra civile in Yemen l’Arabia Saudita e i suoi alleati hanno perso almeno 3500 militari contro circa 25.000 yemeniti civili.

La guerra di aggressione contro l’Ucraina sembra essere un’eccezione. Non ci sono ancora dati certi e tantomeno definitivi, ma sembrerebbe che le perdite di militari russi abbiano superato quelle dei civili ucraini (10.000 a 7.000 secondo stime del governo ucraino e degli Stati Uniti), ma molto ancora resta da sapere e soprattutto si teme che se la guerra proseguirà la situazione della popolazione non potrà che peggiorare.

La città di Mariupol rasa al suolo dai bombardamenti russi

Anche per quel che riguarda la distruzione delle città, sempre limitandoci all’ultimo ventennio, troviamo precedenti altrettanto agghiaccianti nei centri urbani del Medio Oriente e del Caucaso di quelli attuali in Ucraina: nelle varie battaglie di Falluja (2004-2016) ci sarebbero state 3000 vittime civili uccise o giustiziate successivamente ai combattimenti; in un’altra grande città irachena, Mosul, nei combattimenti di americani contro iracheni prima e di americani e iracheni contro l’Isis poi sono stati uccisi almeno 10.000 civili; ad Aleppo, bombardata dai Russi alleati del governo di Bashar al-Assad, i civili uccisi tra il 2012 e il 2016 sono stati circa 50.000; a Grozny tra il 1994 e il 2000 le vittime civili sono state almeno 25.000 e la città, al pari delle altre citate, è stata completamente rasa al suolo.

Uno schema di funzionamento di una cluster bomb (bomba a grappolo), non propio un’arma chirurgica, che causa indiscriminatamente vittime tra civili e soldati

In tutti questi conflitti sono state usate anche munizioni che dovrebbero essere messe al bando perché uccidono indiscriminatamente civili e militari, come le bombe iperbariche, le bunker-buster, che hanno la potenza di una piccola atomica, e le bombe a frammentazione (cluster bombs), e non sarebbe una novità se fossero state usate anche in Ucraina, come denunciato da vari osservatori. Quanto alle cluster bombs, sono state vietate da una convenzione internazionale, cui tuttavia né la Russia, né l’Ucraina, né gli Stati Uniti hanno aderito.

Anche l’impiego dei droni armati in questo conflitto non costituisce una novità. Questi piccoli aerei teleguidati vennero considerati un’arma “umana” perché, a differenza di una bomba o di un missile, potevano uccidere con precisione, “chirurgicamente”, il nemico senza provocare “danni collaterali” (eufemismo per indicare i morti civili). Tuttavia, uno studio del londinese Bureau of Investigative Journalism ha calcolato che nei 14.000 attacchi con droni condotti dagli Stati Uniti a partire dal 2004 sono stati uccisi almeno 2000 civili inermi, tra cui circa 400 bambini (l’ultimo agghiacciante episodio è dell’agosto 2021 a Kabul con 10 civili uccisi, tra cui 7 bambini).

La tecnologia della forza armata nella nostra epoca non solo ha prodotto un aumento delle vittime civili rispetto a quelle militari in un rapporto di (almeno) 10 a 1, ma ha trasformato i conflitti in guerre asimmetriche in cui piccoli gruppi armati dotati di grande mobilità possono sconfiggere o infliggere grandi danni ad un nemico molto più potente. È quanto sta succedendo in Ucraina. Un singolo missile a spalla stinger può abbattere un caccia bombardiere in volo, un uomo armato con un missile javelin può distruggere un carro armato, un attacco cibernetico può paralizzare un’intera catena di comando e l’apparato logistico.

Territori conquistati palmo a palmo tra la devastazione delle città ucraine rase al suolo dai bombardamenti

La conseguenza di ciò tuttavia è che non riuscendo a impegnare il nemico in una battaglia campale, per cercare di vincere l’aggressore deve combattere nei centri abitati, tra la gente e contro la gente, conquistando il territorio palmo a palmo e distruggendo tutto ciò che trova sulla sua strada. È la nuova tecnologia che ci dice che una guerra “umana”, se mai guerra umana è esistita, non è più possibile. Ed è per questo che ogni guerra va impedita, in ogni modo, prima che scoppi; e quando è scoppiata va fermata con le trattative perché una vittoria per nessuna delle due parti è possibile senza provocare anche l’immane sofferenza della popolazione civile.

Ha quindi ragione Caracciolo: non dobbiamo stupirci della violenza e della crudeltà mostrata dai russi nei confronti della popolazione ucraina. Certo dobbiamo indignarci e l’indignazione deve servire a motivarci nel chiedere, come popolazioni, come stati europei e come opinione pubblica mondiale, la cessazione delle ostilità, nella consapevolezza che questa guerra, per quanto orribile, nella sua furia distruttrice nei confronti delle persone e delle cose non fa che ripetere quelle che l’hanno preceduta.

Quello che non dobbiamo fare è indulgere nella contemplazione delle immagini cruente che i media a stampa e televisivi ci propongono anzi ci invitano a guardare, ad “avere il coraggio di guardare”. Come in un film dell’orrore, come in un thriller splatter si genera un bisogno di “consumare” la violenza rappresentata, che certo induce un nobile sentimento di compassione e di solidarietà, ma alimenta al contempo una oscura fascinazione nei confronti della violenza, come se ci trovassimo di fronte a qualcosa di mostruoso, di inarrivabile, di disumano, un terrificante incubo infantile. Ma non è così. In Ucraina si sta consumando l’ennesimo scatenamento della violenza armata, frutto dell’ambizione, del rancore, del disprezzo per la vita umana, del desiderio di prevalere e dell’orgoglio di resistere che da sempre anima i popoli e chi li guida. In questo consiste la tragedia. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Giornalista, docente universitario, romanziere, ha insegnato relazioni internazionali all’Università la Sapienza di Roma. Ha collaborato con svariate testate a stampa e online scrivendo prevalentemente di politica e istituzioni degli Stati Uniti. E’ autore di svariati volumi di politica internazionale: Ascesa e caduta del bushismo (Ediesse, 2006), La svolta americana (Ediesse, 2008), Teorie e pratiche delle relazioni internazionali (Nuova Cultura,2009), Le rivoluzioni della dignità (Ediesse, 2012), The Changing Faces of Populism (Feps, 2013). Ha pubblicato quattro volumi di narrativa; l’ultimo è Melencolia (Mincione, 2017)

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