Smog e pandemia: per il Cnr polveri sottili, ossidi di azoto e di zolfo diffondono il Covid 19

Il cocktail di veleni sul cielo di Milano; sotto il titolo, la nuvola di smog su Torino

Lo studio condotto dal Consiglio nazionale delle Ricerche con il Gipsa-lab del Grenoble Institute of Technology e la Fondazione Amaldi: «Gli inquinanti chimici atmosferici sensibilizzano l’organismo all’attacco virale per abbassamento delle difese immunitarie». Conferme da uno studio di Harvard: «Abbiamo oramai un’evidenza schiacciante degli effetti nocivi del particolato sottile, anche senza Covid-19». Massimo Scalia e Gianni Mattioli, tra i fondatori dell’ambientalismo scientifico italiano: «Il tasso di mortalità della Lombardia è stato il più alto al mondo, l’8% in più di decessi e gli agghiaccianti convogli militari che trasportavano le bare fuori dalle città». Bisogna ricordare che sotto la cosiddetta “linea gotica” i contagiati erano poco più di un quinto e i morti un settimo rispetto al Nord Italia


L’inchiesta di LILLI MANDARA

E ADESSO CHE l’ha detto anche il Cnr, in maniera netta, documentata e soltanto appena un po’ sfumata da quel condizionale, “potrebbe” — che però altri studi soppiantano con un più deciso tempo indicativo —, adesso è arrivata l’ora di interrogarsi e di porci rimedio. Sì, l’inquinamento atmosferico favorisce la diffusione del Covid 19. La presenza di inquinanti come il particolato (Pm10, Pm2,5), ossidi di azoto e di zolfo, ozono, ammoniaca e condizioni meteorologiche come temperatura, umidità, velocità del vento, possono condizionare la stabilità di Mers-Cov, Sars-Cov-1 e anche del Sars-Cov-2.

Prendiamo la Lombardia: dal 24 febbraio al 31 marzo 2020 oltre il 43 per cento dei 42.283 contagiati erano concentrati nelle province di Milano, Bergamo e Brescia. E mentre a livello nazionale il rapporto medio tra infetti e popolazione era dello 0,21 per cento, in Lombardia era praticamente il doppio: lo 0,42 per cento. «I risultati ottenuti mostrano una buona correlazione tra insorgenza dei sintomi da Covid-19, inquinamento atmosferico e condizioni climatiche registrati in Lombardia tra febbraio e marzo 2020», riferisce Roberto Dragone, ricercatore dell’Istituto per lo studio dei materiali nanostrutturati del Cnr. «Tra i possibili meccanismi riconducibili agli inquinanti chimici atmosferici non si può escludere la sensibilizzazione dell’organismo all’attacco virale per abbassamento delle difese immunitarie». 

Confronto tra lo smog sull’Italia, prima e dopo il lockdown del 2020 

Lo studio del Cnr è del 28 marzo scorso ed è stato condotto con il Gipsa-lab del Grenoble Institute of Technology e la Fondazione Amaldi, pubblicato sull’International journal of Environmental Reserarch and Public Health e ha indagato le possibili correlazioni a livello regionale tra inquinamento atmosferico, dati meteorologici e focolai Covid-19 sviluppatisi nell’area della Regione Lombardia. In particolare, 8-10 giorni dopo ogni picco di inquinamento atmosferico risulta esserci stato un picco anche nei contagi. Coincidenza o rapporto di casa effetto? «La correlazione è molto significativa dal punto di vista statistico e tende a farci escludere che sia casuale», afferma Dragone.

E infatti l’Italia, rilanciano Massimo Scalia e Gianni Mattioli, ai quali si deve la nascita dell’ambientalismo scientifico, ha avuto il triplo di casi di Hubei, la provincia cinese con i suoi 58,5 milioni di abitanti la cui capitale Wuhan ha 11 milioni di abitanti, la prima a essere colpita dal Covid. L’Hubei, un mese dopo l’ufficializzazione della crisi pandemica, a gennaio 2020, rappresentava l’83 per cento dei contagiati e il 95,7 per cento delle morti. Il 31 gennaio nel rapporto Oms numero 11, anche l’Italia per la prima volta compare tra i Paesi colpiti con i due coniugi cinesi ricoverati allo Spallanzani. 

Le nuvole di smog sulla Cina prima e dopo il lockdown del 2020

Come mai quindi il triplo dei casi di Hubei? «Si è parlato di ritardi e gravi sottovalutazioni iniziali — spiegano Mattioli e Scalia sulla rivista “Quale energia” — quando il contagio è cresciuto esponenzialmente. E poi, della vecchiezza della popolazione italiana quando l’età media dei contagiati nel mondo era sotto i 50 anni (e la metà dei morti erano da noi ultraottantenni). Perché il tasso di mortalità della Lombardia è stato il più alto al mondo, con gli agghiaccianti convogli militari che trasportavano le bare fuori dalle città? Non tutto è imputabile alla gestione da “Terzo Mondo” di molte Rsa come il Pio Albergo Trivulzio», suggeriscono i due fisici.

Bisogna ricordare che sotto la cosiddetta “linea gotica” i contagiati erano poco più di un quinto e i morti un settimo rispetto al Nord Italia. E infatti, il 17 marzo 2020, il primo che segnala la correlazione tra superamenti del Pm10 e Covid  è la Società italiana di medicina ambientale Sima che riconosce il ruolo del particolato atmosferico come «vettore efficace anche nelle infezioni». «In particolare la Lombardia — aggiunge Scalia — da molti anni è in testa per i superamenti dei giorni di “deroga” ai limiti di legge consentiti, 35, con i record, nel 2019, di Brescia (150 giorni), Milano (135 giorni) e Bergamo (127 giorni). Che dire, poi, dello studio di Harvard sugli Usa? Ogni 1 microgrammo/m3 in più di Pm2.5 aumenta dell’8% il tasso di mortalità da Covid-19!». L’otto per cento in più di morti. Otto per cento in più significa, secondo i dati del ministero della Salute del 18 marzo 2020 alle ore 18, che 37 persone con un clima più decente avrebbero potuto forse sopravvivere. 

La professoressa Francesca Dominici ricercatrice per la “Harvard T.H. Chan School for public health”

Ma la correlazione tra inquinamento e Covid è stata analizzata anche nel resto del mondo. Il 4 novembre del 2020 “The Guardian” affrontava il nesso tra inquinamento e morti da Covid (circa l’11 per cento in più) sintetizzando così i risultati dello studio epidemiologico su Pm2.5. E così faceva “Sciences advances” dove la professoressa Francesca Dominici, che aveva condotto per la “Harvard T.H. Chan School for public health” quello studio su tutto il territorio Usa col Group Level Method, incitava i governi ad agire immediatamente: «Abbiamo ormai un’evidenza schiacciante degli effetti nocivi del particolato sottile, anche senza Covid-19, per cui dovremmo adottare una normativa più adeguata che preveda la riduzione dell’inquinamento, l’aumento dell’assistenza sanitaria e la disponibilità di equipaggiamento per la protezione personale nei luoghi più inquinati». Secondo la Dominici ci sono molte prove scientifiche secondo le quali il Covid è un virus che può diventare mortale se i polmoni sono compromessi perché a contatto da tempo con l’inquinamento atmosferico.

Anche la presidente della Nas (National Academy of Sciences), Marcia Mc Nutt, ha messo in evidenza i benefici del lockdown sull’inquinamento negli Stati Uniti: «Quando questo Paese ha chiuso, le persone hanno smesso di fare i pendolari e di volare in aereo, le emissioni di Co2 sono diminuite. In genere, per superare la pandemia abbiamo cambiato modello di vita». Dappertutto, il lockdown introdotto dalla maggior parte dei Paesi europei per ridurre la trasmissione di Covid nella primavera del 2020 ha portato alla riduzione significativa delle emissioni di inquinanti atmosferici. Benefici, purtroppo, solo transitori.

C’è anche un aspetto sociale che emerge nettamente da questi studi: la pandemia, così come il cambiamento climatico, ha colpito i Paesi più poveri, afflitti da povertà e fame. Ora le risorse pubbliche dovranno realizzare l’interesse generale, non il profitto di pochi, sottolineano Scalia e Mattioli: «E in una direzione precisa: quella di un “Green New Deal”, come ha richiesto anche il segretario dell’Onu, Guterres, in grado di combattere fragilità e esclusioni sociali, aggiungiamo noi». © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Ha lavorato nella redazione abruzzese del “Messaggero” dal 1984 al 2014. Ha seguito per il quotidiano di Roma molte vicende dell’attualità italiana. Dal 2015 è direttore responsabile del blog “Maperò”, testata giornalistica che si occupa in Abruzzo di politica, cultura e cronaca. Collabora col “Fatto quotidiano” e con “Donne Chiesa Mondo”, il mensile dell’“Osservatore Romano”.