(Porkupine Charlie) — Se Francesco fosse vissuto al tempo dei papi re probabilmente avrebbe già affidato un certo prelato riottoso al braccio secolare, affinché fosse adeguatamente redarguito per alcune posizioni da lui assunte sull’attuale stile di governo della Chiesa, le quali chiamano direttamente in causa il Principale (si parla di quello quaggiù in terra). Ma a parte il fatto che difficilmente un Bergoglio sarebbe diventato Capo al tempo dei papi re, magari certe cose che quel prelato ha detto e scritto sarebbero andate benissimo al pontefice di turno. Si parla di Sua Eccellenza reverendissima l’arcipresule (o stravescovo, o come diavolo si dirà, mannaggia al nominalismo curiale!) Carlo Maria Viganò. Un uomo, nel complesso, davvero fortunato. Fortunato, ché tratti di corda, vergini di Norimberga, pinze incandescenti e segrete a Castello sono ricordi del passato. Qui peraltro non si allude ai giudizi del lefebvriano Viganò sulle questioni interne della Chiesa e della curia (di cui, sinceramente, poco ce ne cale) ma alle affermazioni sulla pandemia: prima scatenata da Dio per punire i tralignatori dalla vera fede, poi, pensandoci meglio, inesistente, come i cadaveri nelle vuote bare della prima fase Covid; nonché all’appoggiare le tesi di Donald Trump sul complottismo e sulla macchinazione demo-pluto-pippo-paperino-giudaico-massonico-farmaceutica. Ancora una volta fortunato, a pensarci bene, che delle tre grandi religioni del libro gli sia capitata quella cristiana. Gli fosse toccata l’islamica, per esempio, si beccava come minimo una fatwa di morte da parte di qualche teologo militante, severo ma giusto. Invece Sua Eminenza mancatissima (che non penso riceverà mai la berretta cardinalizia) lo colpisco io con una fatwa mia personale, latae sententiae: un pernacchio degno del miglior Eduardo. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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