La terza dose del vaccino anticovid, il prof Doshi e l’elefante chiamato “immunità calante”

Su copertura e durata dei vaccini, le case farmaceutiche sono state troppo ottimiste?

Risale la curva dei contagi e il ministero della Salute annuncia la terza dose generalizzata anche per le fasce d’età più basse. Resta aperto il dibattito scientifico sull’efficacia effettiva e la durata della protezione vaccinale, dopo le analisi diffuse dal prof. Peter Doshi dell’università del Maryland. Sotto la lente d’ingrandimento le dichiarazioni delle case farmaceutiche su copertura e durata dei primi due vaccini a mRNA per ottenere il via libera della Food and Drug Administration americana e poi dell’European Medicines Agency europea. Erano forse troppo ottimisti? Facebook, intanto, limita la diffusione del video con le critiche di Doshi sui dati mancanti (o non disponibili) della sperimentazione


L’analisi di LAURA CALOSSO

SE UN VACCINO CONTRO la Covid 19 avesse avuto efficacia sotto la soglia del 50% sarebbe stato approvato?  No. Il 2 luglio 2020 la Food and Drug Administration (Fda) americana aveva annunciato che avrebbe concesso l’approvazione solo a vaccini contro Sars-CoV-2 che potessero dimostrare di prevenire la malattia o attenuarne i sintomi su almeno il 50% delle persone testate, con l’obbligo per le aziende produttrici di continuare a monitorare gli effetti delle immunizzazioni nel tempo, non escludendo però autorizzazioni d’emergenza da mettere in atto “caso per caso” [leggi qui nota 1]. Dall’11 dicembre 2020 il vaccino Pfizer-BioNTech è stato disponibile con autorizzazione all’uso emergenziale in persone dai 16 anni in su, e l’autorizzazione è stata ampliata a maggio 2021 per includere i ragazzi da 12 a 15 anni. Il 23 agosto 2021 la Fda lo ha approvato definitivamente con il nome commerciale Comirnaty.

Peter Doshi è ideatore dell’iniziativa Restoring Invisible and Abandoned Trials (Riat)

Risale proprio al 23 agosto 2021 un articolo sul British Medical Journal di Peter Doshi, docente all’Università del Maryland e ideatore dell’iniziativa Restoring Invisible and Abandoned Trials (Riat), che mira a garantire l’accuratezza delle pubblicazioni degli studi clinici e la disponibilità pubblica dei dati.  Ecco ciò che sostiene nella sua relazione [leggi qui nota 2]: «Dalla fine dello scorso anno, abbiamo sentito che i vaccini di Pfizer e Moderna sono “efficaci al 95%” con un’efficacia ancora maggiore contro le malattie gravi (“efficaci al 100%”, ha detto Moderna) [Efficaci al 95%  significa che le persone vaccinate hanno  un rischio inferiore del 95% di contrarre la Covid-19 rispetto ai partecipanti del gruppo di controllo, che non erano stati vaccinati n.d.r.]. Qualunque cosa si pensi delle affermazioni sul “95% di efficacia” — i miei pensieri sono qui [vedi nota 3] — anche i commentatori più entusiasti hanno riconosciuto che misurare l’efficacia del vaccino due mesi dopo la somministrazione dice poco su quanto durerà l’immunità indotta dal vaccino. “Guarderemo molto attentamente alla durata della protezione”, aveva detto il vicepresidente senior della Pfizer William Gruber, un autore del recente preprint, al comitato consultivo della Fda lo scorso dicembre».

«La preoccupazione — sottolinea Doshi — era la diminuzione dell’efficacia nel tempo. L’“immunità calante” è un problema noto per i vaccini antinfluenzali, con alcuni studi che mostrano un’efficacia prossima allo zero dopo soli tre mesi, il che significa che un vaccino preso all’inizio può alla fine non fornire alcuna protezione quando la “stagione dell’influenza” arriva alcuni mesi dopo. Se l’efficacia del vaccino diminuisce nel tempo, la domanda cruciale diventa: quale livello di efficacia fornirà il vaccino quando una persona è effettivamente esposta al virus? A differenza dei vaccini covid, le prestazioni del vaccino antinfluenzale sono sempre state giudicate per un’intera stagione, non per un paio di mesi».

In Israele Delta è il ceppo dominante e ha avviato la terza dose generalizzata di Pfizer 

A supporto del suo ragionamento, Doshi apre poi una parentesi sulla vicenda di Israele: «E così i recenti rapporti del ministero della Salute di Israele hanno attirato la mia attenzione. All’inizio di luglio, hanno riferito che l’efficacia contro l’infezione e la malattia sintomatica “è scesa al 64%”. Alla fine di luglio era scesa al 39% dove Delta è il ceppo dominante. Questo dato è molto basso, specie se valutato nel contesto, ovvero  l’aspettativa della Fda di “almeno il 50%” di efficacia per qualsiasi vaccino sottoposto ad approvazione». Sulla terza dose Doshi specifica: «Ora Israele, che ha usato quasi esclusivamente il vaccino Pfizer, ha iniziato a somministrare una terza dose di “richiamo” a tutti gli adulti sopra i 40 anni. E a partire dal 20 settembre 2021, gli Stati Uniti prevedono di seguire l’esempio per tutti gli adulti “completamente vaccinati” otto mesi dopo la loro seconda dose», conclude aprendo un nuovo paragrafo dal titolo: “La variante Delta potrebbe non essere responsabile”.

«La prova di immunità calante era già visibile nei dati dal 13 marzo 2021», evidenzia Doshi fornendo alcuni numeri che — se siete interessati — potete leggere direttamente nel suo articolo già citato. In sintesi, la sua obiezione è questa: rifacendo i calcoli si arriva alla conclusione che l’efficacia del vaccino è diminuita in tempi ben più rapidi rispetto a quelli dichiarati dalle case farmaceutiche. «Ma anche se queste informazioni aggiuntive erano disponibili per Pfizer già in aprile – sottolinea riguardo ai dati della diminuzione di efficacia — non sono state pubblicate fino alla fine di luglio. È difficile immaginare come la variante Delta possa giocare un ruolo reale in questo caso — aggiunge —, perché il 77% dei partecipanti alla sperimentazione proveniva dagli Stati Uniti, dove la Delta non è stata accertata fino a mesi dopo il cut-off dei dati».

L’efficacia calante induce a cambiare il calcolo costi-benefici dei vaccini a mRNA

Sono le conclusioni del ragionamento di Doshi a meritare la nostra attenzione e una riflessione attenta da parte degli addetti ai lavori: «L’efficacia calante ha il potenziale per essere molto più di un inconveniente minore; può cambiare drammaticamente il calcolo rischio-beneficio. E qualunque sia la sua causa — le proprietà intrinseche del vaccino, la circolazione di nuove varianti, una combinazione delle due, o qualcos’altro — la linea di fondo è che i vaccini devono essere efficaci. Finché nuovi studi clinici non dimostreranno che i richiami (terza dose etc. n.d.r.) aumentano l’efficacia oltre il 50%, senza aumentare gli eventi avversi gravi, non è chiaro se la serie “2 dosi” soddisfi  lo standard di approvazione della Fda a sei o nove mesi».

Un precedente articolo, scritto da Doshi il 4 gennaio 2021, e poi integrato con un articolo di febbraio [leggi qui nota 4], aveva suscitato un polverone, come sottolineato da un articolo apparso su “Scienza in Rete” il 21 gennaio 2021, a cura di Roberta Villa e Roberto Buzzetti [leggi qui nota 5]. «Quando sono iniziate le sperimentazioni sui nuovi vaccini contro Covid-19, l’Oms, la Fda e l’Ema hanno stabilito a priori che, ferma restando la necessità di valutare il bilancio tra rischi e benefici prima di attribuire un’autorizzazione anche provvisoria, i vaccini da sottoporre alla loro valutazione avrebbero dovuto avere una efficacia minima del 50%», scrivevano Villa e Buzzetti. «Si temeva infatti che, come già accade per i vaccini antinfluenzali, anche nei confronti di Sars-CoV-2 sarebbe stato difficile evocare una risposta immunitaria vivace in un’alta percentuale di vaccinati. Per questo, quando sono stati comunicati in conferenza stampa, e poi pubblicati, i dati di efficacia relativi ai primi due vaccini a mRNA — quello di Pfizer/BioNTech e quello sviluppato da Moderna in collaborazione con i National Institutes of Health statunitensi, che indicano una protezione intorno al 95% dei vaccinati — sono stati accolti come un risultato sorprendente, al di là di ogni più rosea aspettativa».

Regola aurea per ogni ricerca scientifica: «Fidati, ma verifica. Vale per tutti, sempre»

Villa e Buzzetti elencavano una serie di punti su cui si trovavano d’accordo con le obiezioni di Doshi e infine aggiungevano un’analisi dei dati per dimostrare le ragioni che li portavano, invece, a non condividere altri aspetti del ragionamento: «In che cosa non siamo d’accordo con Doshi?», scrivevano. «Tra tutti gli aspetti considerati da Doshi nel suo post, ha destato particolarmente scalpore l’affermazione secondo cui la reale efficacia del vaccino di Pfizer non sarebbe del 95%, ma potrebbe essere in realtà tra il 19 e il 29%». L’analisi integrale dei dati proposti da Villa e Buzzetti per smontare i calcoli di Doshi potete leggerla direttamente nel loro articolo, che alla fine considerava attendibile la percentuale di efficacia dichiarata dai produttori (95%). «Come raccomandava Andrea Monti nella sua riflessione di qualche giorno fa su “Scienza in rete” — scrivevano —,fidati, ma verifica”. Vale per tutti, sempre».

Verificare, appunto. Gli interventi di Doshi, considerato unanimemente persona autorevole e attendibile, suscitano sempre discussioni. In un recente incontro, organizzato il 2 novembre scorso dal senatore repubblicano Ron Johnson, al quale erano stati invitati anche rappresentanti delle agenzie regolatorie e delle case farmaceutiche, Doshi ha di nuovo rilasciato dichiarazioni molto pesanti sull’assenza di dati a supporto della strategia vaccinale (secondo Doshi i dati sarebbero disponibili tra anni, come abbiamo riportato in questo nostro articolo dell’8 novembre [leggi qui nota 6]. Il video con l’intervento di Doshi si è diffuso sulla rete, suscitando persino una reazione di Facebook che inviava, a chi l’aveva pubblicato, un avviso nel quale  segnalava: «fact-checker indipendenti hanno controllato le informazioni e dichiarato che erano prive di contesto e potevano fuorviare le persone». Il fact checker indipendente in questione era “Open” (giornale on line fondato da Enrico Mentana, certificato dall’International Fact-Checking Network) che, in sostanza, spiegava come interpretare le parole di Doshi [leggi qui nota 7]. Il fact-check di “Open” cui fa riferimento Facebook per il suo alert è firmato Juanne [Giovanni] Pili e l’esperto citato è Aureliano Stingi. Alla luce delle loro valutazioni, Facebook ha — di fatto — limitato la circolazione del video e delle parole del prof. Doshi. 

I due screenshot con l’alert di Facebook e la limitazione, di fatto, della circolazione del video con l’intervento di Peter Doshi del 2 novembre scorso

Perché parlare di tutto questo? Qual è l’obiettivo? Non certo suscitare polemiche. Lo scopo è indurre, chi lo vuole, a ragionare. Alla luce di quanto esposto e dei dati di questi giorni — che vedono i contagi di nuovo in salita e la spinta su una terza dose generalizzata ai già vaccinati, nonché la previsione di vaccinare bambini nella fascia 5-11 — possiamo davvero affermare che la colpa dei nuovi contagi sia solo dei non vaccinati (tra i quali ci sono guariti che, come afferma il prof. Massimo Galli, di fatto si infettano e contagiano in percentuale irrisoria)? Prima di accettare ogni decisione in modo acritico, non sarebbe bene riflettere sul fatto che le ragioni espresse da Doshi potrebbero contenere molta più verità di quanta sia stata riconosciuta fino a oggi? E se il suo ragionamento fosse fondato, ovvero se l’efficacia dei vaccini fosse al di sotto del 50%, quali conclusioni possiamo trarre e quali scenari dobbiamo aspettarci nei prossimi mesi? 

È probabile che quanto sin qui detto susciti reazioni. Per evitare accuse di complottismo no-vaxlontano anni luce da un giornale che coltiva lo spirito critico —, segnalo che chi scrive è vaccinata con doppia dose Pfizer, avendo accertato di avere la variante genetica Neanderthal, associata al rischio di Covid grave. Dunque, va da sé che le domande non vengono poste per “complottare”, bensì per capire cosa succede con questi vaccini. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Scrittrice, giornalista e traduttrice, laureata in Scienze Politiche e in Lettere, Culture moderne comparate, Letteratura tedesca. Ha lavorato come giornalista e addetta stampa. La carriera di scrittrice è iniziata con una menzione di merito al Premio Calvino, edizione 2008/2009, e il primo romanzo "A ogni costo, l'amore" pubblicato da Mondadori nel 2011. Il giornalismo d’inchiesta è la sua passione. Lavora nel mondo dell’editoria e per la Rai.