Raffaella, la misura e lo stile di una donna inimitabile

Raffaella Carrà ha “indossato” il successo senza insulsi giovanilismi

“La Carrà” (così la chiamavano quelli cui non piaceva il troppo sbrigativo e non particolarmente elegante “Raffa”), oltre che la soubrette più brava che abbia mai avuto l’Italia era una donna di assoluta sostanza, in un ambiente solitamente fatuo o effimero. Comincia a fare televisione nel 1961, a soli 18 anni. Entra nella Rai in bianco e nero nello stesso anno in cui vi approda Ettore Bernabei: il plenipotenziario democristiano provò, senza riuscirci, a farle celare il roseo bottoncino che madre natura le aveva posto sul pancino facendo inorridire papa Paolo VI. Sdegnò la corte, forse non solo artistica, del padre di tutte le volgarità televisive, Silvio Berlusconi


Il ricordo di CARLO GIACOBBE

QUANDO UN PERSONAGGIO pubblico, e specialmente un artista, lascia questa vita (dell’altra non so e non mi pronuncio) è quasi obbligatorio leggere e sentire una pletora di corifei, in nobile e scontata gara a chi proclama prima e con maggior forza che l’estinto vivrà per sempre grazie all’arte lasciata come un legato al suo pubblico. Naturalmente ciò non è vero. Purtroppo, presto o tardi, l’oblio cadrà su tutti o, come in questo caso, su tutte. Perché è della più recente tra le mancanze eccellenti di cui sto parlando, la scomparsa di Raffaella Carrà. Se “Raffa” non farà eccezione nella sfida con la storia, è però vero che per lei l’oscurità tarderà per molti anni a venire.

Le mille facce di una soubrette inimitabile [credit Ansa]

Fra meno di due anni Raffaella ne avrebbe compiuti 80. Un tempo sarebbero sembrati molti e ancora oggi – se si parla di gente “normale” – 78 anni sono considerati un traguardo piuttosto avanzato. Non per la statistica (che alle donne, in Italia, concederebbe cinque o sei anni ancora) ma per come quella vita è stata vissuta e percepita. Senza insulsi e ridicoli giovanilismi, senza improbabili “tiraggi” e soprattutto senza voler sopraffare logica e buon gusto, che lei possedeva doviziosamente. Perché “la Carrà” (così la chiamavano quelli cui non piaceva il troppo sbrigativo e non particolarmente elegante “Raffa”), oltre che la soubrette più brava che abbia mai avuto l’Italia era una donna di assoluta sostanza, pur frequentando un ambiente solitamente fatuo o effimero. 

Era sì una donna dotata di molti talenti artistici, tanto che resta in molti il cruciale dilemma se fosse più brava come cantante o come ballerina, ma soprattutto era piena di una merce rara non solo nello spettacolo, la misura, che è compagna inseparabile del citato buon gusto. Non le facevano difetto anche spiccate attitudini di attrice, sostenute da un viso estremamente attraente sebbene dalla bellezza tutt’altro che classica (qualcuno, scherzosamente, ne magnificava l’aspetto “puntuto”, da delizioso topolino), con uno sguardo intelligente e intenso, su un corpo abbastanza minuto eppure dalla sensualità “inconsapevole” e forse per questo irresistibile. La Carrà, alla quale quell’articolo che tanto dispiace alle cosiddette femministe, specie quelle di facciata, in realtà non aveva tolto un atomo del coraggio e della determinazione di donna perfettamente autonoma e determinata nelle sue scelte artistiche e non solo, comincia a fare televisione nel 1961, a soli 18 anni. Entra nella Rai monocanale e in bianco e nero nello stesso anno in cui vi approda il plenipotenziario democristiano Ettore Bernabei, che vi resterà per tutta la felice (rispetto a oggi, come tutto è relativo!) parentesi del miracolo economico sino alla metà degli anni ’70.

“Caschetto d’oro” era timida ed educata, senza fingersi una educanda

Raffaella era timida ed educata, non esibiva procacitàsguardi maliardi, al contrario; era però decisa a non fingersi l’educanda che non era, non voleva essere e ancor meno apparire. Ancora oggi (e non solo adesso che non c’è più) viene ricordato che nel 1970, non so calcolare quanti eoni fa, lei, bolognese di nascita, decide di scoprire il roseo bottoncino (dalla mitica forma che si dice rubata a Venere per dare forma al sensuale tortellino, da mangiare non solo con gli occhi) che madre natura le aveva posto sul pancino al posto dell’ombelico. Immagino quale sarà stata la reazione del povero Bernabei, che per quanto bravissimo nel suo ruolo di capo macchinista Rai avrebbe forse superato in bacchettoneria la regina Vittoria. Ma Raffa, che aveva già avuto esperienze di lavoro negli Stati Uniti e, corteggiata da Frank Sinatra, lo aveva signorilmente ma recisamente respinto, non cedette di un millimetro di pelle. E pensare che lo stesso Paolo VI, inorridito dalla visione, pare che avesse fatto fare pressioni sulla Rai per far cessare la scandalosa esibizione. 

La misura e la classe, però, sono emerse dopo, con l’avvento delle emittenti private. Che come per reazione alla complessiva pudicizia della Tv di stato cominciarono una volgare escalation (quella sì, non gli incolpevoli generi di una lingua per sua natura non inclusiva) all’insegna della natica selvaggia, del coito mimato meglio di come Marcel Marceau simulasse di camminare contro vento, della tetta rigorosamente esposta con eventuali parvenze di strategici conetti a schermare le alme ma poco neonatali anatomie. Insomma, i poveri capezzoli che tornati in auge, ma imbuzzurriti e non più come gentile manifestazione della maternità. 

L’unico eccesso di Raffaella il troppo frequente “colpo di frusta” col suo mitico casco dorato

Ebbene, simili volgarità Raffaella, nella sua coscienza di donna e di assoluta, impeccabile e infaticabile professionista, le ha sempre sdegnate. Così come per cinque anni ha sdegnato la corte, probabilmente non solo artistica, che il padre di tutte le volgarità televisive, Silvio Berlusconi, le aveva fatto. In tutto, il suo passaggio alla Fininvest è durato due anni, dopo i quali Raffaella Carrà è tornata alla Rai, la sua casa. Altro è stata la sua partecipazione, per diversi anni, alla televisione spagnola. E la Spagna, cui in genere non fa difetto un certo grado di iberico sciovinismo, oggi la piange e la commemora quasi come l’Italia. Forse l’unico eccesso che Raffaella si è concesso è stato un uso troppo frequente del “colpo di frusta” dato con il suo mitico casco dorato, talvolta accompagnato all’unisono da un colpo di grancassa. Ma è stata una minuscola infrazione all’armonico equilibrio di cui ho detto. Un piccolo eccesso che, a pensarci bene, oggi ce la rende più cara perché appena meno perfetta. © RIPRODUZIONE RISERVATA  

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Mi divido tra Roma, dove sono nato, e Lisbona, dove potrei essere nato in una vita precedente. Ho molte passioni, non tutte confessabili e alcune non più praticabili, ma che mai mi sentirei di ripudiare. In cima a tutte c'è la musica, senza la quale per me l'esistenza non avrebbe senso. Non suono alcuno strumento, ma ho studiato canto classico (da basso) anche se ormai mi dedico (pandemia permettendo) al pop tradizionale, nei repertori romano, napoletano e siciliano, e al Fado, nella variante solo maschile specifica di Coimbra. Al centro dei miei interessi ci sono anche la letteratura e le lingue. Ne conosco bene cinque e ho vari gradi di dimestichezza con altrettante, tra vive, morte e, temo, moribonde. Ho praticato vari generi di scrittura; soprattutto, ma non solo, saggi e traduzioni dall'inglese e dal portoghese. Per cinque anni ho insegnato letteratura e cultura dei Paesi lusofoni alla Sapienza, mia antica alma mater. Prima di lasciare, con largo anticipo, l'Ansa e il giornalismo attivo, da caporedattore, ho vissuto come corrispondente e inviato in Egitto, Stati Uniti, Canada, Portogallo, Israele e Messico. Ho appena pubblicato “100 sonétti ‘n po’ scorètti", una raccolta di versi romaneschi. Sono sposato da 40 anni con Claudia e insieme abbiamo generato Viola e Giulio