Scrivere un saggio sui danni procurati dalla sinistra al nostro Paese ogni volta che è andata a Palazzo Chigi — o ha amministrato in Regioni o Comuni — appare un controsenso se fatto da due autori che credono fermamente in una sinistra ben diversa da quella divenuta oramai da tempo. Attraverso macro capitoli su politica, economia, ambiente e amministrazione delle grandi città, il saggio firmato da Fabio Balocco e Romano Lupi ripercorre la storia di quello che è diventato un inesorabile declino. Con tono discorsivo e un carattere divulgativo, il libro è stato rifiutato da editori dell’area culturale di sinistra ed è pubblicato dalla piccola casa editrice “MultImage”, distribuito in libreria e online

◆ La recensione

► In un momento storico come questo, con al governo dell’Italia la peggiore destra del dopoguerra (per citare Massimo Fini: «oggi ci governa una destra che è difficile definire destra senza offendere la Destra»), scrivere un saggio sui danni procurati dalla sinistra al nostro Paese ogni volta che è andata al governo o ha amministrato in Regioni o Comuni appare un controsenso, ma in realtà è proprio perché ci ritroviamo un governo di tal genere che ha senso elencare i disastri (neanche tutti) di una sinistra ormai sempre più di potere e sempre meno di lotta. Proprio la supposta sinistra dei giorni nostri, con le sue politiche ha determinato buona parte dell’astensionismo e ha facilitato l’ascesa dei vari Berlusconi, Salvini, Meloni e compagnia. Il libro non è stato scritto da autori di destra, ma da chi crede fermamente che la sinistra dovrebbe essere ben altro rispetto a quello che è da tempo diventata. Il saggio, attraverso macro capitoli su politica, economia, ambiente e amministrazione delle grandi città, ripercorre la storia di questo inesorabile declino. Con tono discorsivo e un carattere divulgativo, il libro si pone l’obiettivo di rendere accessibili a tutti questioni anche complicate, affinché tutti possano comprenderle e farne tesoro. Tanto più dopo la vittoria del No nel referendum sulla giustizia che incoraggia le iniziative per battere nelle urne del prossimo anno il governo di destra guidato da Giorgia Meloni.
Buona parte del saggio tratta di questioni di carattere ambientale e territoriale. In proposito forse pochi sanno che in questi decenni l’aumento del consumo di suolo è stato determinato anche da una precisa volontà politica di governo. Ecco di seguito un estratto del libro — dal capitolo “Il consumo di suolo da Bassanini in poi” — che spiega ciò che accadde.
▷▷ «Non passa quasi giorno che non ci sia un qualche evento eccezionale (che oramai eccezionale più non è) che causa un dissesto sul territorio, con relativi danni anche in termini di vite umane. Ma pochi sanno che alcune delle cause di questi dissesti derivano da scelte scellerate della sinistra. Una su tutte: gli oneri di urbanizzazione. Originariamente, come logica vuole, gli oneri di urbanizzazione erano i proventi versati dai costruttori alle casse comunali, in seguito al rilascio delle concessioni edilizie, affinché con essi l’ente pubblico provvedesse a realizzare appunto le urbanizzazioni, urbanizzazione primaria, pensiamo al verde pubblico, a strade, fognature, parcheggi, e urbanizzazione secondaria, pensiamo a scuole e ad impianti sportivi. Questo quanto stabiliva l’art. 12 della c.d. “legge Bucalossi” L. 10/1977, norme in materia di edificabilità dei suoli. Ma ecco che venne il governo Amato (Psi) che – alla fine della legislatura 1996/2001 – pensò bene di abrogare la legge Bucalossi e di varare un Testo Unico per l’edilizia (D.P.R. 380/2001). Firmatario e promotore del Testo fu Franco Bassanini, allora ministro dell’Istruzione Pubblica e poi alla guida della Cassa Depositi e Prestiti. Bassanini era membro del Pds, dopo che era stato socialista e poi indipendente nelle liste del Partito Comunista.
«Bene, cosa stabilisce tra le altre cose la nuova legge? Stabilisce che gli oneri di urbanizzazione che il Comune introita possano essere destinati dallo stesso nella quota del 50 percento per la spesa corrente. Tradotto: il Comune potrà utilizzare tale provento per coprire buchi di bilancio, ovvero per altre finalità, comunque non relative all’urbanizzazione del territorio. Si snaturava così il concetto stesso di onere di urbanizzazione. Ma non finiva qui perché con due leggi successive si andava ancora oltre. Infatti, l’art. 2 comma 8 della legge 24 dicembre 2007, n. 244 prevedeva «per gli anni 2008, 2009 e 2010, i proventi delle concessioni edilizie e delle sanzioni previste dal testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia edilizia, di cui al decreto del Presidente della Repubblica 6 giugno 2001, n. 380, possono essere utilizzati per una quota non superiore al 50 per cento per il finanziamento di spese correnti e per una quota non superiore ad un ulteriore 25 percento esclusivamente per spese di manutenzione ordinaria del verde, delle strade e del patrimonio comunale». In pratica, si passava dal 50 per cento al 75 per cento. Appare chiaro che con queste norme sia stata data mano libera ai costruttori. Impossibile quantificare quanto del suolo italico sia stato coperto da cemento ed asfalto per sanare veri o presunti buchi di bilancio comunali…». —

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«Bene, cosa stabilisce tra le altre cose la nuova legge? Stabilisce che gli oneri di urbanizzazione che il Comune introita possano essere destinati dallo stesso nella quota del 50 percento per la spesa corrente. Tradotto: il Comune potrà utilizzare tale provento per coprire buchi di bilancio, ovvero per altre finalità, comunque non relative all’urbanizzazione del territorio. Si snaturava così il concetto stesso di onere di urbanizzazione. Ma non finiva qui perché con due leggi successive si andava ancora oltre. Infatti, l’art. 2 comma 8 della legge 24 dicembre 2007, n. 244 prevedeva «per gli anni 2008, 2009 e 2010, i proventi delle concessioni edilizie e delle sanzioni previste dal testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia edilizia, di cui al decreto del Presidente della Repubblica 6 giugno 2001, n. 380, possono essere utilizzati per una quota non superiore al 50 per cento per il finanziamento di spese correnti e per una quota non superiore ad un ulteriore 25 percento esclusivamente per spese di manutenzione ordinaria del verde, delle strade e del patrimonio comunale». In pratica, si passava dal 50 per cento al 75 per cento. Appare chiaro che con queste norme sia stata data mano libera ai costruttori. Impossibile quantificare quanto del suolo italico sia stato coperto da cemento ed asfalto per sanare veri o presunti buchi di bilancio comunali…». —