Nel suo nuovo libro, il più grande “stroncatore” del (fu) piccolo schermo si sofferma sulla «malintesa interpretazione del rapporto fra lo Stato e la concessionaria pubblica e un eccessiva sottomissione giuridica al potere esecutivo» che hanno trasformato la Rai in un vero e proprio ‘feudo dei partiti’. Un dato di fatto decennale. Da cui scaturiscono le domande-chiave del principe dei critici: «Quand’è successo che abbiamo cominciato a disprezzare la cultura a favore dell’ignoranza? È colpa della cultura pop? È colpa della televisione? Quando abbiamo cominciato a dare la parola a chi non sa in nome di una presunta democrazia d’incompetenza? Quand’è che la promozione di un libro, di un film, di un disco ha cominciato a sostituire la riflessione su un libro, su un film, su un disco?…». Un viaggio nelle debolezze di una società sempre più voyeurista, sempre più amante della gogna mediatica e falsamente moralista, in una decadenza portata a livelli insostenibili dai social
◆ L’articolo di ANNALISA ADAMO AYMONE

► Spesso additato come lo “stroncatore”, Aldo Grasso si è sempre difeso sostenendo che la stroncatura è «un atto d’amore al contrario, animato dalla passione per il proprio lavoro e dal rispetto per quello degli altri. La critica più distruttiva è l’indifferenza». Non è un mestiere romantico e senza controindicazioni. Di quel che resta oggi del mestiere di critico televisivo Aldo Grasso parla nel suo nuovo libro “Cara televisione”, novità editoriale di Raffaello Cortina Editore, che mette a nudo pregi e difetti della televisione italiana, quella di ieri e quella di oggi, sempre e comunque specchio del nostro Paese e delle sue contraddizioni. Difficile recensire il critico, tanto più se si tratta del più importante critico televisivo italiano. L’impresa è particolarmente complessa e foriera di una serie di problematiche, ma l’importante è provarci «con un po’ di prospettiva». Quindi non proprio una critica ma una riflessione prospettica, su un saggio che lo stesso autore definisce «un contributo alla critica del me stesso».
La critica al critico è dunque in re ipsa. Appare fin dalle prime pagine che tutta la trattazione mette «sulla scena» la televisione, avendo Aldo Grasso preferito ancora una volta stare «tutto sulla platea». In un momento in cui la libertà dei media è spesso sotto tiro in varie parti del mondo, pagina dopo pagina, il nodo si dipana partendo da quello che oggi è, o meglio, non è più il servizio pubblico. Per Grasso, infatti, il servizio pubblico ha concluso il suo ciclo storico, nonostante si faccia molta fatica ad ammetterlo. Se nel dopoguerra la smisurata potenza del nuovo mezzo viene subito considerato «una risposta democratica ai passati regimi totalitari», a partire dagli anni Sessanta e in misura sempre maggiore nei decenni successivi la pratica della cosiddetta lottizzazione incide severamente sulle condizioni di libertà. «Una malintesa interpretazione – dice Grasso – del rapporto fra lo Stato e la concessionaria pubblica e un eccessiva sottomissione giuridica al potere esecutivo hanno trasformato la Rai in un vero e proprio ‘feudo dei partiti’». Ridotta a “bottino di guerra di chi vince le elezioni”, si è snaturata. Grasso fa risalire agli anni Settanta la fine definitiva della realtà del servizio pubblico, rimanendo oggi «fragile e falsamente perbenista», tutto basato sulle buone intenzioni. Una balena spiaggiata arriva a definirla «alla mercé dei predatori di turno». All’interferenza politica si aggiunge il forte deficit culturale, tanto che «è difficile – dice – capire le ragioni di questa Rai, del suo Cda, dei suoi programmi. Ma quale governo rinuncerebbe mai a un megafono così potente?».

In definitiva per il critico televisivo più famoso d’Italia solo «se la Rai saprà rifondarsi, e dare un nuovo senso alla sua ‘missione’ storica allora continuerà ad avere un ruolo determinante nell’era sovrabbondante del digitale terrestre e del web. Saprà essere ancora un baluardo contro i monopoli privati, di qualunque genere essi siano, un punto fermo per il cittadino». La resa giornalistica all’interno dei telegiornali e dei giornali radio, la commistione sempre più frequente tra informazione e intrattenimento (con il grande rischio di diventare seduttivi) portano, secondo Grasso, alla supremazia di un modello di deresponsabilizzazione. «Amo il popolare senza demagogia» aveva esordito all’inizio del libro il nostro critico. Non v’è dubbio che queste pagine sono intrise di popolare senza demagogia, di giudizi e domande che restituiscono la misura di quanto siamo cambiati, quanto siamo diventati tolleranti di fronte all’evidente caduta della Dea Televisione. Di quanta libertà si perde a lasciar fare senza nemmeno indignarsi.
“Non c’è più tempo” sembra dirci Grasso. Bisogna resuscitare la televisione ormai moribonda. E anche noi abbiamo bisogno di rinascere. “Cara televisione” non è solo una riflessione critica sul servizio pubblico ma anche un viaggio nelle debolezze di questa nostra società sempre più voyeurista, sempre più amante della gogna mediatica e falsamente moralista. Difetti sempre più alimentati dalla televisione, causa originaria di questa decadenza portata a livelli insostenibili dai social. Tante le citazioni che delineano il gusto e la visione di chi scrive. Tante le domande offerte al lettore in questo saggio che cita format, autori, personaggi riavvolgendo il nastro della storia e decodificando i linguaggi della televisione. «Quand’è successo che abbiamo cominciato a disprezzare la cultura a favore dell’ignoranza? È colpa della cultura pop? È colpa della televisione? Quando abbiamo cominciato a dare la parola a chi non sa in nome di una presunta democrazia d’incompetenza? Quand’è che la promozione di un libro, di un film, di un disco ha cominciato a sostituire la riflessione su un libro, su un film, su un disco?…».

C’è un filo dell’amore e di altri sentimenti in questo libro che non pontifica ma interroga, confermando che Aldo Grasso è un critico che esplora e parlando di televisione attraversa le pieghe della nostra umanità smarrita indicando sempre e comunque una strada possibile e una via d’uscita per riconquistare la nostra libertà. Lo ascolteremo? © RIPRODUZIONE RISERVATA
