Europei di calcio. Stasera a Wembley, la chiusura del cerchio con la Spagna

Quattro anni fa, al Bernabeu, si aprì ufficialmente la crisi del calcio azzurro guidato da Ventura. La rinascita della nazionale di Mancini può essere certificata proprio dal successo contro le furie rosse. L’Italia ha mutato il grigiore in prestazione brillante di nuovi protagonisti e sarebbe la quarta finale europea nella storia degli Azzurri. Colpisce, nell’orchestra costruita dal nuovo trainer, l’interazione ottimale tra nuove istanze e concetti più tradizionali: costruzione dal basso, velocità di esecuzione, pressing organizzato. Sull’efficienza, oggi siamo più preparati della Spagna


L’analisi di MARCO FILACCHIONE

Mancini ha ridato smalto brillante al nostro calcio

ITALIA-SPAGNA, ovvero la chiusura del cerchio. La semifinale di Euro 2020, in scena stasera sul prato di Wembley, cade quasi quattro anni dopo la sfida del Bernabeu che nel settembre del 2017 aprì ufficialmente la crisi del calcio azzurro. Quel giorno gli spagnoli azzerarono con un indiscutibile 3-0 la flebile resistenza dell’Italia targata Ventura, costretta così a guadagnarsi agli spareggi l’accesso ai mondiali del 2018. Ci toccò la Svezia e si sa com’è andata. La rinascita azzurra, cominciata con Mancini qualche mese dopo il naufragio, può essere ora certificata proprio da un successo con la Spagna, che proietterebbe l’Italia alla quarta finale europea della sua storia (una sola vinta, nel 1968, perse quelle del 2000 e del 2012). 

Dal 2017 molto è cambiato: la nazionale spagnola, uscita con le ossa rotte dai mondiali di Russia, ha affrontato un necessario ricambio generazionale, rinunciando agli ultimi protagonisti di un ciclo leggendario (due campionati europei e un mondiale dal 2008 al 2012). L’Italia ha mutato uomini e spirito, sostituendo al grigiore della precedente gestione lo smalto brillante dei suoi attuali interpreti. 

Ergo, rispetto al 2017 i rapporti di forza sono, se non rovesciati, quanto meno riequilibrati. Lo dice proprio l’andamento di questi campionati europei: la squadra allestita da Luis Enrique, se si considerano solo i tempi regolamentari, ha pareggiato quattro volte su cinque partite giocate. Pur ricca di talento, ha sofferto le pene dell’inferno contro squadre ben chiuse, come la Svezia affrontata nel girone (0-0) e la Svizzera battuta solo ai rigori, malgrado oltre 40 minuti giocati in superiorità numerica per l’espulsione di Freuler.

Decisamente più convincente il cammino dell’Italia, sempre vittoriosa e costretta ai supplementari solo dall’Austria. Ciò che colpisce nell’orchestra costruita da Mancini è l’nterazione ottimale tra nuove istanze e concetti più tradizionali. E quindi, ricerca del fraseggio e del possesso, ma anche sana verticalità quando serve; costruzione dal basso, ma senza eccessi autolesionistici; rapidità di esecuzione, ma anche la capacità di abbassare i ritmi e prendere fiato; pressing organizzato per la riconquista immediata del pallone, alternato a sagge ritirate nella propria metà campo. Il tutto esaltato dalla tranquillità e la fiducia infuse nei giocatori, ognuno dei quali sa di poter rompere lo spartito e osare la giocata in qualsiasi momento. Nascono anche così perle come il gol di Chiesa all’Austria, o quello di Barella al Belgio. 

Sul piano dell’efficienza, dunque, l’Italia sembra oggi superiore anche alla Spagna, pur considerando tutte le incognite che si nascondono in un match a eliminazione diretta. Di sicuro, è più affidabile in fase difensiva, dote irrinunciabile per chi vuol vincere grandi competizioni: la marcatura feroce di Chiellini su Lukaku nel corso di Belgio-Italia passerà agli annali, così come il disperato salvataggio “di gluteo” di Spinazzola sullo stesso centravanti, o il volo interminabile di Donnarumma sul sinistro angolatissimo e potente di De Bruyne. Retaggi di vecchio calcio all’italiana, che in certe occasioni possono fare la differenza. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Marco Filacchione, romano, ha esplorato ogni periodicità del giornalismo scritto, lavorando per mensili, settimanali, quotidiani e agenzie di stampa. Ha cominciato negli anni Ottanta con “Il Messaggero”, poi ha seguito da inviato per anni Giro d’Italia, Tour de France e classiche del Nord per il mensile “Bicisport”. In seguito si è occupato di calcio con il mensile “Newsport” e ha fatto parte della redazione del “Corriere dello Sport”, di cui è tutt'ora collaboratore. È autore di una decina di volumi di carattere sportivo.