Covid e declino demografico. Linda Laura Sabbadini: «Senza donne occupate non cresciamo» 

La direttrice centrale dell’Istat a Italia Libera: «Occorre un grande piano di infrastrutture sociali e un piano per l’occupazione femminile. È arrivato il momento di farlo». Le giovani italiane hanno il tasso di occupazione più basso d’Europa, siamo i penultimi tra i Paesi avanzati, subito prima della Grecia. «Dovremmo iniziare da un grosso investimento sui nidi pubblici: soltanto il 12% dei bambini da zero a tre anni trova spazio. E, paradossalmente, nei nidi troviamo i figli delle classi sociali più agiate. Dobbiamo fare un forte investimento anche sull’imprenditoria femminile, sia attraverso un piano di formazione per accompagnare nei primi anni di vita lo sviluppo di queste imprese, sia favorendo l’accesso al credito»


L’intervista di ANNA MARIA SERSALE

¶¶¶ Il calo delle nascite non è cosa nuova, ma il Report dell’Istat presentato in questi giorni sulla dinamica demografica durante il Covid certifica un ulteriore declino. Pandemia, progressivo impoverimento e sfiducia nel futuro hanno contribuito alla contrazione demografica. Ma le culle sono sempre più vuote anche a causa degli squilibri sociali e della disoccupazione femminile, con 312.000 posti “rosa” bruciati nel 2020, di cui 99.000 solo nel mese di dicembre. L’anno scorso sono stati iscritti all’anagrafe solo 404.104 bambini (-3,8%), quasi sedicimila in meno rispetto al 2019 (un saldo negativo a fronte della cancellazione di 746.146 persone morte, +17,6 %, quasi 112.000 in più). Sapevamo di essere il Paese con indici di natalità molto bassi, tuttavia dall’Unità d’Italia abbiamo toccato il minimo storico. Il numero dei bebè è crollato. Con gravi danni per il Paese. Ma come restituire alle donne il lavoro perduto e alle coppie la serenità per programmare un figlio? E come cancellare le diseguaglianze di genere e valorizzare le risorse che possono mettere in campo le donne?  

Ne abbiamo parlato con Linda Laura Sabbadini, la direttrice centrale dell’Istat, una delle donne italiane più impegnate a livello europeo sui temi della parità di genere, numero uno nelle scienze statistiche applicate alla società, fondatrice di “Half of it” e chair di “Engagement Group Women20”. «Occorre puntare a un grande piano di infrastrutture sociali e a un piano per l’occupazione femminile. È arrivato il momento di farlo. Occupazione strutturale, però, non occupazione qualunque. Ancora oggi − osserva la direttrice Sabbadini − il lavoro delle donne è un percorso a ostacoli, fatto di interruzioni, riprese, rinunce di incarichi e spesso abbandoni. Le loro carriere sono complicate. Una donna su cinque lascia il lavoro per la nascita del figlio. Il sovraccarico di lavoro familiare è elevato, la divisione dei ruoli nella coppia asimmetrica, non sono garantiti i servizi essenziali, gli asili nido, l’assistenza per gli anziani e per i disabili. In gran parte dei casi il lavoro di cura è non retribuito e sulle spalle delle donne. A differenza degli altri Paesi. La mancanza di investimenti e di servizi vincola le donne che, gratuitamente, si caricano del lavoro di cura familiare, non liberando risorse preziose». 

Per la Sabbadini, pioniera delle statistiche sul sociale, «senza occupazione femminile il Paese non cresce». Ma le donne sono in svantaggio da sempre, in particolare le giovani italiane hanno il tasso di occupazione più basso d’Europa, siamo i penultimi tra i Paesi avanzati, subito prima della Grecia. Non solo. Le  giovani tra i 25 e i 29 anni sono al di sotto di 6 punti rispetto alla Grecia e si tratta di donne più istruite degli uomini che il nostro Paese non riesce ad impiegare nei ruoli corrispondenti. Già nella audizione alla Camera del febbraio 2020 Linda Laura Sabbadini aveva evidenziato che la qualità del lavoro femminile aveva subìto un peggioramento: più precarietà, crescita del part time involontario e occupazione inferiore ai titoli di studio conseguiti. 

«Ora bisogna rimuovere gli ostacoli che frenano il lavoro. Occorre una politica seria sui servizicontinua la direttrice dell’Istat −, solo così si riducono le diseguaglianze, per i bambini, gli anziani, i disabili; solo così si riduce anche la povertà, perché il secondo reddito, quello delle donne, fa aumentare le entrate familiari, con vantaggi enormi. È questa la leva su cui puntare. Dovremmo iniziare da un grosso investimento sui nidi pubblici, perché, nonostante la legge del ’71 che li ha istituiti, soltanto il 12% dei bambini da zero a tre anni trova spazio. Dovremmo arrivare al 60% dei posti, come dice il piano Colao. Invece, neppure la legge varata nel 2000 sull’assistenza a anziani e disabili è servita a invertire la rotta, perché mai attuata, in 21 anni. Eppure, parliamo di servizi vitali per la qualità della vita dei cittadini, servizi che potrebbero liberare la forza lavoro delle donne, facendo diminuire la povertà e le diseguaglianze. Paradossalmente nei nidi troviamo i figli delle classi sociali più agiate. La verità è che la realizzazione dei servizi sociali non è più rinviabile, né qualcuno può rispondere che sia troppo costosa. Basti pensare che alla perdita del lavoro si lega il calo delle nascite, e che, alla mancanza di risposte da parte dello Stato, i cittadini reagiscono con strategie individuali, anche rinviando la nascita di un figlio, cosa che successivamente può tradursi in una rinuncia». 

In molti altri Paesi lavorare e avere figli è “normale”, grazie alle politiche di conciliazione consolidate nel tempo e ai lunghi congedi di maternità e paternità, talvolta perfino obbligatori, come accade nel Nord Europa. Il sostegno al lavoro e alla natalità viene anche da una diversa organizzazione delle scuole, con istituti aperti fino alle 6 del pomeriggio. In Italia, invece, ancora ci interroghiamo sui ritardi storici e sulle mancate realizzazioni di servizi indispensabili per la famiglia e per lo sviluppo. Ma ora con il Recovery Plan siamo chiamati a progettare la ripresa economica post Covid. Dovrà essere equa e sostenibile. Soprattutto dovrà puntare su una duplice transizione, digitale e verde. 

Pur avendo il nostro Paese pesanti squilibri, questa volta non possiamo permetterci di fallire l’obiettivo e, soprattutto, non possiamo permettere che le donne restino fuori dai processi di innovazione. «Tuttavia non ci possiamo illudere che nel giro di quattro anni avvengano miracoli» osserva Sabbadini. «Però, possiamo decidere contromisure, mettere paletti e vincoli, per creare le premesse che garantiscano alle donne l’ingresso, la permanenza e la carriera nel lavoro. Inoltre dobbiamo fare un forte investimento anche sull’imprenditoria femminile, sia attraverso un piano di formazione per accompagnare nei primi anni di vita lo sviluppo di queste imprese, perlopiù di piccole dimensioni, sia favorendo l’accesso al credito».

Dunque, serve una svolta strategica, audace, sull’occupazione femminile, perché non è più rinviabile la soluzione di problemi che si sono cumulati e che da mezzo secolo attendono di essere risolti, e che ora sono aggravati dalla crisi scatenata dal Covid, crisi che ha compromesso soprattutto il lavoro delle donne. «C’è un terzo passo da compiere − conclude Sabbadini −; è l’abbattimento di stereotipi, legati ai vecchi modelli patriarcali, occorre un cambiamento culturale che porti alla effettiva parità di genere. Per riuscirci bisogna affidare anche alla scuola il compito di insegnare ai bambini e alle bambine i principi di eguaglianza e parità, fino all’introduzione di materie ad hoc nelle università, in tutti i corsi di laurea. Soltanto con un grande lavoro di educazione vinceremo la sfida». ♦ © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Foto: sotto il titolo, la direttrice centrale dell’Istat, Linda Laura Sabbadini [credit Ansa / Fabio Campana]

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Giornalista professionista, ha lavorato al “Messaggero” dal 1986 al 2010. Prima la “gavetta” in Cronaca di Roma, fondamentale palestra per fare esperienza e imparare il mestiere, scelto per passione. Si è occupata a lungo di degrado della città, con inchieste sugli abusi che hanno deturpato il centro storico. Dal 1997 ha lavorato alle Cronache italiane, con qualifica di vice caposervizio, continuando a scrivere. Un filo rosso attraversa la sua carriera professionale: scuola, università e ricerca per lei hanno sempre meritato attenzione, con servizi e numerose inchieste.