Europei, americani e vertici Nato si limitano a mandare armi e “volontari” che, indirettamente, di fronte alla spietata aggressione russa, finiscono con l’aumentare le sofferenze del popolo ucraino; e comunque hanno l’effetto, oggettivamente, di prolungare la guerra. Assistiamo a un crescendo di anatemi nei confronti di Putin da parte di Biden («macellaio», «criminale di guerra», «dittatore assassino», «non può rimanere al potere»), ma bisogna che americani ed europei smettano di pretendere di essere semplici spettatori — poiché non lo sono — e si decidano ad esercitare tutta l’influenza di cui dispongono per porre fine alla guerra. Il popolo ucraino con la sua determinazione e sofferenza ha dimostrato il suo eroismo, ma ad un certo punto bisogna che le armi tacciano. Il momento, dice papa Francesco, è ora


L’analisi di STEFANO RIZZO, americanista

«OGNI GIORNO DI guerra peggiora la situazione per tutti. Perciò rinnovo il mio appello: Basta, ci si fermi, tacciano le armi, si tratti seriamente per la pace!». Sono le parole pronunciate dal Papa all’Angelus domenica 27 marzo. Non sono parole banali frutto dell’emozione di un uomo di fede, non sono una semplice esortazione alla pace. «Basta, ci si fermi» — non solo l’aggressore che uccide e distrugge, ma anche l’aggredito, che certo si difende (e ha il pieno diritto di farlo), ma così facendo contribuisce a prolungare le sofferenze del suo paese. La cosa fondamentale per il Papa non è la vittoria sul campo, non è cacciare l’invasore, non è neppure capitolare dandogli ragione dopo i crimini che ha commesso. La cosa fondamentale è che tacciano le armi perché «ogni giorno di guerra peggiora la situazione per tutti». 

Il popolo ucraino con la sua determinazione e sofferenza ha dimostrato il suo eroismo, ma ad un certo punto bisogna che le armi tacciano. Il momento, dice papa Francesco, è ora

Bisogna quindi trattare e trattare «seriamente» per la pace. Ma lo stanno facendo le parti in causa, tutte le parti in causa? Già da settimane sono iniziati i colloqui tra ucraini e russi, per un cessate il fuoco, per corridoi umanitari per mettere in salvo la popolazione civile, per definire i termini di una pace stabile. Nonostante dichiarazioni incoraggianti di entrambe le parti, fino ad oggi questi colloqui non hanno portato ad alcun risultato. Non dobbiamo sorprenderci: in ogni conflitto le parti si parlano, si sondano, cercano di capire quale potrebbe essere la via di uscita più vantaggiosa. A volte (come in Vietnam, come in Afghanistan) i negoziati sono andati avanti per anni prima di concludersi e nel frattempo le ostilità sono continuate fino all’ultimo momento con accresciuta furia. Vedremo cosa succederà con questo nuovo round di negoziati iniziato lunedì in Turchia, paese membro della Nato, che ha inviato i suoi droni in Ucraina per aiutarla a difendersi, ma che è anche in buoni rapporti con la Russia (dalla quale ha ricevuto un sofisticatissimo sistema anti-missili, provocando l’ira di Washington).

La posizione del governo Zelensky prima dell’invasione la conosciamo: l’Ucraina ha il sacrosanto diritto di entrare nella Nato e, eventualmente, nell’Unione Europea, e nessun paese ha il diritto di impedirglielo; l’Ucraina inoltre riafferma la piena sovranità sulle regioni dell’Est autoproclamatesi autonome e sulla Crimea. Oggi, dalle dichiarazioni di Zelesky e del suo ministro degli Esteri, sembra di capire che l’Ucraina sarebbe disposta a rinunciare all’ingresso nella Nato e a discutere la sua eventuale “neutralizzazione”, come pure della sorte della Crimea e di una parte del Donbass. Il condizionale è d’obbligo perché da altre dichiarazioni e soprattutto dai suoi numerosi appelli ad europei e americani sembra anche che il presidente ucraino, nel chiedere sempre più armi e un più esteso coinvolgimento militare dei paesi occidentali, sia intenzionato alla difesa ad oltranza e non sia disposto a cedere su alcunché, né per quel che riguarda le alleanze del suo paese né riguardo allo status dei territori occupati.

Bisogna trattare seriamente per la pace. Ma lo stanno facendo tutte le parti in causa? Da settimane sono iniziati i colloqui tra ucraini e russi, per un cessate il fuoco, per corridoi umanitari per mettere in salvo la popolazione civile, per definire una pace stabile

Anche la posizione russa era nota prima dell’inizio delle ostilità, per quanto fosse legittimo dubitare delle sue reali intenzioni. Il governo russo diceva di volere un impegno formale alla neutralità dell’Ucraina, e quindi al non ingresso del paese nell’Alleanza atlantica, chiedeva più estesa autonomia per le province ribelli, la protezione della lingua russa e in genere dei russofoni del paese. Iniziata l’aggressione, le pretese russe sono aumentate con la richiesta di “denazificare” il paese (con il che probabilmente si intende la volontà di rimuovere il governo Zelensky sostituendolo con uno prono ai voleri di Mosca), di  annettere larga parte del Dobass, mettendo infine in discussione la sopravvivenza stessa dell’Ucraina come stato indipendente, ma anche di quegli stati che un tempo facevano parte dell’impero russo (paesi Baltici, Moldavia, Georgia, e chissà quali altri).

Se questa fosse la attuale posizione negoziale della Russia, non c’è dubbio che, a meno di una peraltro improbabile vittoria delle forze russe sul campo, si tratterebbe di richieste irrealistiche che non potrebbero mai essere accolte dalla controparte. Se invece si tengono a mente le rivendicazioni iniziali della Russia e quelle attuali (per quanto dubitative) dell’Ucraina, non dovrebbe essere impossibile arrivare ad un accordo soddisfacente in tempi brevi.

Americani ed europei smettano di pretendere di essere semplici spettatori (poiché non lo sono) e si decidano ad esercitare tutta l’influenza di cui dispongono per porre fine alla guerra

E allora perché lo stallo continua, o meglio qual è la condizione perché la trattativa si sblocchi e tacciano finalmente le armi? Qui entra in gioco il ruolo dell’Europa e degli Stati Uniti, più dei secondi che della prima. Europei e americani non sono semplici spettatori di questo conflitto: sono quasi co-belligeranti. Forniscono armi e supporto logistico, assistenza di intelligence e aiuti economici, impongono durissime sanzioni economiche alla Russia (che sono una forma di coercizione appena inferiore all’uso delle armi). Entrambi sono giustamente molto attenti a non compiere passi ulteriori che potrebbero renderli co-belligeranti a tutti gli effetti con il conseguentemente scatenamento di una guerra europea, forse mondiale, generalizzata. 

Già questa posizione “ibrida” di americani (e europei), a metà strada tra neutralità e belligeranza, dovrebbe consentire loro di esercitare un ruolo ben più incisivo di quanto non sia avvenuto fino adesso. Ma c’è ovviamente di più. Ancor prima dell’inizio dell’invasione, quando ancora i russi negavano che ci sarebbe stata e gli ucraini invitavano gli americani a non “usare toni allarmistici”, il governo di Washington tesseva una fitta rete diplomatica per convincere gli alleati europei — alcuni dei quali erano piuttosto riluttanti — a respingere le richieste russe riguardo all’Ucraina, in particolar modo la questione del suo non ingresso nella Nato. Iniziata l’invasione, l’azione diplomatica si è intensificata con la costruzione di un campo europeo di resistenza e di contrasto all’espansionismo russo, con sanzioni economiche, invio di armamenti, condanna universale dell’aggressione, invio di contingenti militari Nato nei paesi dell’est (Polonia, Romania, Bulgaria), e perfino con l’arruolamento di volontari per combattere sul suolo ucraino.

Nel corso delle settimane, nel mentre che le posizioni negoziali ucraine e russe sembravano avvicinarsi o perlomeno si aprivano spiragli alla trattativa, l’atteggiamento americano è diventato sempre più inflessibile e minaccioso, con un crescendo di anatemi nei confronti di Putin da parte del presidente Biden («macellaio», «criminale di guerra», «dittatore assassino», «non può rimanere al potere»), rispetto ai quali solo da ultimo gli europei, per bocca del presidente francese Macron (presidente di turno dell’Unione europea), hanno preso le distanze. 

Le bandiere ucraina e russa con la colomba della pace in mezzo proiettate sulle mura di Gerusalemme [credit Epa/Abir Sultan]
Qui ovviamente non è questione se simili espressioni siano appropriate per definire i comportamenti del presidente russo (lo sono). La questione è che sono inani, sono anatemi che non servono a nulla dal momento che allo stesso tempo che li pronunciano, europei, americani e vertici Nato ci tengono a ribadire che certo vorrebbero, ma purtroppo non possono, difendere l’Ucraina con i loro soldati. E quindi si limitano a mandare armi e “volontari” che, indirettamente, di fronte alla spietata aggressione russa, finiscono con l’aumentare le sofferenze del popolo ucraino; e comunque hanno l’effetto, oggettivamente, di prolungare la guerra. Non di invettive c’è bisogno ora. Bisogna che americani ed europei smettano di pretendere di essere semplici spettatori — poiché non lo sono — e si decidano ad esercitare tutta l’influenza di cui dispongono per porre fine alla guerra. Il popolo ucraino con la sua determinazione e sofferenza ha dimostrato il suo eroismo, ma ad un certo punto bisogna che le armi tacciano. Il momento, dice papa Francesco, è ora© RIPRODUZIONE RISERVATA

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Giornalista, docente universitario, romanziere, ha insegnato relazioni internazionali all’Università la Sapienza di Roma. Ha collaborato con svariate testate a stampa e online scrivendo prevalentemente di politica e istituzioni degli Stati Uniti. E’ autore di svariati volumi di politica internazionale: Ascesa e caduta del bushismo (Ediesse, 2006), La svolta americana (Ediesse, 2008), Teorie e pratiche delle relazioni internazionali (Nuova Cultura,2009), Le rivoluzioni della dignità (Ediesse, 2012), The Changing Faces of Populism (Feps, 2013). Ha pubblicato quattro volumi di narrativa; l’ultimo è Melencolia (Mincione, 2017)

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