L’ingerenza esterna negli affari di uno Stato sono diventate una routine e non fanno più effetto. All’interno dell’Unione Europea a colpire è anzitutto il confine saltato tra principio e opportunità: quando il richiamo ai valori diventa selettivo, quando la reazione dipende più dalla convenienza che dalla coerenza, allora il potere smette di essere autorevole e diventa caricatura di sé stesso. È qui che si manifesta la vera crisi: non nella forza degli attori esterni, ma nella fragilità interna. La vera posta in gioco allora non è chi vince o chi perde un’elezione. È la credibilità di un sistema che pretende di essere fondato su regole condivise ma che, troppo spesso, appare incapace di rispettarle fino in fondo. Se il potere perde il senso del limite, resta la parodia della forza 


◆ L’intervento di ALESSIO LATTUCA

Budapest 12 aprile 2026 (credit foto Ap/Petr David Josek); sotto il titolo, credit foto Ansa che si ringraziano

Alla fine, Viktor Orbán è stato sconfitto. E con lui, almeno per ora, l’idea che un modello illiberale potesse consolidarsi indisturbato nel cuore dell’Europa. Ma sarebbe un errore fermarsi al risultato elettorale. Perché questa vicenda non racconta solo una sconfitta politica: racconta soprattutto una perdita di misura. Già nei giorni precedenti al voto si erano accumulate ambiguità, forzature, vere e proprie sbavature. Le dichiarazioni attribuite a Eli Vered Hazan — con l’auspicio esplicito di vittoria per Orbán — avevano segnato un punto di rottura. Non tanto per la loro eccezionalità, quanto per la normalità con cui sono state assorbite. Nessuna reazione proporzionata, nessun richiamo netto a quel limite che dovrebbe essere invalicabile nelle relazioni tra Stati.

Ma il problema, oggi, non è più soltanto l’ingerenza esterna. È qualcosa di più profondo. È la dismisura. Una dismisura che non riguarda solo chi, dall’esterno, si sente autorizzato a intervenire nel gioco democratico europeo, ma anche — e soprattutto — l’Unione Europea stessa. Perché quando il confine tra principio e opportunità si fa incerto, quando il richiamo ai valori diventa selettivo, quando la reazione dipende più dalla convenienza che dalla coerenza, allora il potere smette di essere autorevole e diventa caricatura di sé stesso. È qui che si manifesta la vera crisi: non nella forza degli attori esterni, ma nella fragilità interna. Un’Europa che non sa più indicare il proprio limite è un’Europa che smarrisce il senso del proprio ruolo. E senza limite, il potere democratico non si rafforza: si svuota.

Tra urne aperte, bandiere al vento e baciamani, l’Unione europea di Von der Leyen resta un peso piuma

La sconfitta di Orbán avrebbe potuto rappresentare un momento di chiarezza, un’occasione per ristabilire un ordine delle cose, per riaffermare principi che non dovrebbero essere negoziabili. Invece rischia di passare come un semplice cambio di fase, senza una vera assunzione di responsabilità. Perché gli equivoci restano. Le ambiguità restano. E resta soprattutto quella sensazione sempre più diffusa che il linguaggio del potere — dentro e fuori l’Europa — abbia perso il senso della misura, oscillando tra retorica e forzatura. In questo scenario, la vera posta in gioco non è chi vince o chi perde un’elezione. È la credibilità di un sistema che pretende di essere fondato su regole condivise ma che, troppo spesso, appare incapace di rispettarle fino in fondo. E quando il potere perde il senso del limite, ciò che resta non è la forza. È la sua parodia. © RIPRODUZIONE RISERVATA

Leggi senza pubblicità. Aiutaci a restare liberi

Dona ora su Pay Pal

IBAN

È presidente di Confimpresa Euromed e di Confidi per l’impresa, Imprenditore agrigentino, si batte da anni contro il rigassificatore, in buffer zone Unesco e il metanodotto in area archeologica: che definisce un “progetto folle”, a pochi passi dalla Valle dei Templi, a ridosso della casa di Luigi Pirandello in contrada Kaos.