Con la “non fiducia” a Draghi, Conte ha svolto il ruolo di “utile idiota” in favore di Salvini e Berlusconi che hanno potuto compiere il delitto senza sporcarsi di sangue. Ma credo sia comunque soddisfatto di avere abbattuto l’uomo da lui più odiato (dopo Renzi). Se Letta avesse, in queste condizioni, tenuto aperto un dialogo con i pentastellati avrebbe perso tantissimi dei suoi elettori, fuggiti 5 anni fa verso i “vaffa” di Grillo e poi recuperati piano piano nei turni delle amministrative. Il Pd, l’unico partito storicamente sopravvissuto, è visto come una istituzione, un riservato luogo dove si svolgono felpate guerre di potere. Un’accademia seriosa che c’è sempre stata e sempre ci sarà. Siccome di questi tempi le istituzioni sono viste come distanti, retoriche e anacronistiche, immaginatevi che glamour comunica il Pd


Il pensierino di GIANLUCA VERONESI

“L’espace d’un matin”: Benedetto Della Vedova, Enrico Letta e Carlo Calenda

CALENDA SOSTIENE CHE il Pd non riesce a liberarsi di un tabù, una sorta di peccato originale. Una sindrome che potremmo riassumere in “nessuno alla nostra sinistra”. Come dire (mia interpretazione) che i democratici rappresentano un movimento riformatore, interclassista, a vocazione maggioritaria (copyright Veltroni) e dovrebbero accettare al loro fianco — nella logica di un’alleanza strategica e non solo elettorale — una forza di sinistra non astrattamente massimalista ma più organicamente schierata. Perché il rischio che il Pd appaia ad alcuni moderato e “asservito” e ad altri poco riformista (e sempre pronto al compromesso) è forte. 

È il destino dei partiti cerniera, direte voi. È vero ma se i democratici pensano che aggregare temporaneamente Fratoianni e Bonelli — con tutto il rispetto — basti a rinforzare il loro profilo popolare e militante sbagliano. Con il risultato che quelle banderuole dei 5 Stelle possono permettersi, dopo avere governato con Salvini, di scavalcare Letta a sinistra.

“Il campo si stringe”: Letta e sullo sfondo Conte ((credit Roberto Monaldo / La Presse)

Conte con la “non fiducia” a Draghi ha svolto il ruolo di “utile idiota” in favore di Salvini e Berlusconi che hanno potuto compiere il delitto senza sporcarsi di sangue. Ma credo sia comunque soddisfatto di avere abbattuto l’uomo da lui più odiato (dopo Renzi). D’altronde se Letta avesse, in queste condizioni, tenuto aperto un dialogo con i pentastellati non solo avrebbe precluso ogni ragionamento con Calenda e Renzi (fallito poi comunque) ma avrebbe perso tantissimi dei suoi elettori, fuggiti 5 anni fa verso i “vaffa” di Grillo e poi recuperati piano piano nei turni delle amministrative. 

Non puoi mancare di rispetto ad un pentito che ha chiesto scusa. Contrariamente alle elezioni di un tempo, quando stavano a casa soprattutto i qualunquisti, i clericali, gli analfabeti di ritorno, oggi sono i ceti intellettuali (che votavano disciplinatamente a sinistra) ad astenersi, snobisticamente disgustati. Forse perché nell’epoca internettiana della ignoranza compiaciuta ed esibita non se li fila più nessuno.

“L’ala sinistra in campo”: Angelo Bonelli, Eleonora Evi, Enrico Letta e Nicola Fratoianni

La mia impressione è un’altra. Il Partito Democratico, l’unico storicamente sopravvissuto, è visto come una istituzione, un riservato luogo dove si svolgono felpate guerre di potere. Un’accademia seriosa — ossessionata dal permanere al governo tramite ministri inamovibili — che c’è sempre stata e sempre ci sarà. Siccome di questi tempi le istituzioni sono viste come distanti, retoriche e anacronistiche, immaginatevi che glamour comunica il Pd, il luogo meno sexy della politica italiana. Se ci aggiungete come segretario Letta, persona seria competente un po’ professorale, che parla dei giovani e ai giovani come farebbe un preside (lo è stato, di una delle scuole più prestigiose al mondo) la frittata è fatta.

Sulla scena politica italiana dove trionfa il populismo, il movimentismo, il complottismo e il doppiogiochismo, quando ti attribuiscono la patente di “responsabile”, coerente, affidabile è ora di preoccuparsi. © RIPRODUZIONE RISERVATA

Si laurea a Torino in Scienze Politiche e nel ’74 è assunto alla Programmazione Economica della neonata Regione Piemonte. Eletto consigliere comunale di Alessandria diventa assessore alla Cultura e, per una breve parentesi, anche sindaco. Nel 1988 entra in Rai dove negli anni ricopre vari incarichi: responsabile delle Pubbliche relazioni, direttore delle Relazioni esterne, presidente di Serra Creativa, amministratore delegato di RaiSat (società che forniva a Sky sei canali) infine responsabile della Promozione e sviluppo. È stato a lungo membro dell’Istituto di autodisciplina della pubblicità.

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