Lo stato di eccezione permanente in Europa: di “eco-exit” vogliamo parlarne?

Oggi sul tavolo bisogna mettere seriamente la partita dei beni comuni e del governo ecologico dell’economia, temi vitali ma entrambi incompatibili con la logica dell’eurosistema attuale. Non si può straparlare di Gretabonds e dedicarsi al greenwashing. Serve ridare sovranità alla politica sull’economia per governare la possibile Europa futura nell’interesse della società, non delle oligarchie tecnocratiche. In prima pagina, invece, c’è solo la gestione dei soldi europei col governo dell’ex presidente Bce Draghi


L’analisi di UGO MATTEI, giurista

¶¶¶ Cui prodest lo stato di eccezione permanente e la costruzione del dissenziente come nemico? Se non si affronta senza paura questo tema ogni opposizione politica volta all’emancipazione non può che ridursi ad ululare alla luna. Un tempo si diceva “serve l’analisi compagni”. Ed in effetti, senza una analisi disinibita è impossibile indicare una strada per l’emancipazione né una strategia utile. 

Quando studiavo all’Università di Torino, iniziai nel ‘79, l’emergenza era ancora il “terrorismo rosso”. In quel clima il vero nemico ideologico era la terza via: “Né con le Br né con lo Stato della Nato”. Di Europa si parlava poco e a Giurisprudenza sembrava che non esistesse. C’era un corso che parlava d’Europa, facoltativo, denominato Organizzazione internazionale (in cui, in ogni caso, dei rapporti fra Europa e Nato non si parlava proprio). In tutti gli altri, alcuni dei quali dedicati ad aspetti centrali delle istituzioni del mercato, come il diritto commerciale, di istituzioni europee manco a parlarne. La cosa non mi sembrava neppure tanto strana. Il diritto, così come la moneta, la lingua e la politica erano aspetti profondamente nazionali: la partita si svolgeva in casa. 

La prima volta che andai a votare, diciottenne da poco, fu nel giugno del 1979, quando per la prima volta si elesse il Parlamento europeo. Gli Stati membri erano nove e la sinistra si impose di stretta misura, formando un gruppo socialista cui molto contribuirono gli eurocomunisti italiani e francesi. Io votai Pdup che quella volta elesse un parlamentare ma non ricordo chi fosse. Poi nell’86, quando ero già all’ Università di Trento, passò l’Atto Unico Europeo, preludio del Trattato di Maastricht, e la presenza dell’Europa cominciò a farsi sentire anche nei programmi delle facoltà di Giurisprudenza, che con il consueto ritardo iniziavano ad adeguare i propri curricola.

Che costruire l’Europa significasse dar vita a una spietata gabbia neoliberale non mi passava per l’anticamera del cervello e non me ne accorsi − ideologicamente europeista come sono sempre stato − ancora per un bel po’. Subito dopo il Trattato di Maastricht, a San Francisco il grande Rudolf B. Schlesinger mi incoraggiò a studiare il diritto comparato in Europa, sebbene io fossi più interessato all’Africa e agli Stati Uniti. Comunque, da buon allievo, nel 1994 lanciai, insieme a Mauro Bussani, “The Common Core of European Private Law” che oggi, con i suoi venti volumi e oltre trecento studiosi coinvolti, è il principale progetto accademico internazionale dedicato all’analisi del diritto europeo. 

L’espansione politica che ha portato oggi − pur perdendoci il Regno Unito − a 27 i paesi (erano 12 quando lanciammo il Common Core) ha ovviamente impattato il nostro lavoro. Ma, a dire il vero, le specificità giuridiche sono state molto resistenti ovunque e una vera armonizzazione giuridica non è avvenuta, sebbene grandi pezzi del diritto siano stati “espropriati” alla sovranità nazionale a favore dell’edificio europeo. Insomma, con il diritto non si è verificato fin qui, se non in minima parte, quanto invece è avvenuto con la sovranità monetaria e l’economia, che la Banca Centrale Europea ha istituzionalmente sottratto a ogni processo democratico. Mi ricordo di averne parlato a lungo con il compianto Franco Romani, uno dei nostri migliori economisti liberali, che ne era semplicemente inorridito. Una vera Cassandra.

Ogni cessione di sovranità politica  all’Europa, in mancanza di istituzioni politiche serie e non di facciata come il Parlamento Europeo significa una cessione di democrazia. Le immagini degli europarlamentari Pd a Lipa – nell’inferno gelato dei campi profughi sul confine tra Bosnia e Croazia, che dicono vergogna all’Europa, mentre il loro partito la celebra – sono un inno nazionale all’ipocrisia, per di più inutile. Figuriamoci la sovranità monetaria. Un’operazione come quella dell’Eurosistema (valuta unica con sovranità alla Bce tecnocratica) è stata né più né meno che l’istituzionalizzazione delle politiche neoliberali di austerity e di trasferimento del potere politico in capo al capitale finanziario: il primato dell’economia sulla politica e progressivamente, seppur indirettamente, anche sul diritto.

Ero cresciuto sognando il “governo democratico dell’economia”, come negli anni Settanta si cercava di teorizzare col cosiddetto “uso alternativo del diritto”. La sua realizzazione, che significava piena applicazione dell’art. 43 della Costituzione, con il governo dei grandi interessi economici pubblici a comunità di utenti e lavoratori, è stata resa semplicemente impossibile dalla progressiva strutturazione dell’Eu in Eurosistema. Monte dei Paschi, ultima banca pubblica, verrà a breve regalata al privato per un diktat europeo. Oggi sembra un miraggio anche solo una politica che governa l’economia e che non ne è completamente asservita, con esiti di diseguaglianza, sfruttamento e devastazione dei beni comuni, che sono sotto gli occhi di tutti.

L’Italia oggi paga per essere tenuta sotto sorveglianza europea. Il bilancio complessivo rispetto all’Europa ha saldo negativo, considerando i venti miliardi annui per quattro anni, di cui appena dieci a fondo perduto, che sono il valore netto del Recovery, briciole rispetto a quanto proclamato. Tutti tengono nascoste le cifre e dato l’infimo livello del nostro ceto politico, molti sono contenti di restare sotto tutela. Ma in Europa non ci sono politici più liberi dei nostri.  

Oggi sul tavolo bisogna mettere seriamente la partita dei beni comuni e del governo ecologico dell’ economia, temi vitali ma entrambi incompatibili con la logica dell’ eurosistema, che al piu’ puo’ straparlare di Gretabonds e dedicarsi al greenwashing. Bisogna lasciare alla destra il tema chiave dell’uscita dalle gabbie che rendono impossibile ogni alternativa? In realtà, nelle condizioni istituzionali che si sono politicamente prodotte, l’Europa di Bruxelles e Francoforte si è progressivamente trasformata in una garanzia istituzionale degli imperativi di riproduzione capitalistica operativa anche nelle fasi di crisi acuta. Tale garanzia, trasforma l’eccezionale in ordinario e presiede a un continuo accumulo di capitale privato ai danni del lavoro, dell’ambiente e dei beni comuni, sorretto dalla paura di popolazioni sempre più fragili e insicure nei confronti di ogni alternativa.

Il fatto che in questi giorni l’ottenimento di un piccolo sconto sul servizio del debito venga contrabbandato come un Piano Marshall di salute pubblica, generosamente messoci a disposizione da Bruxelles e Francoforte, parla da sé. Non perdere i soldi europei è il refrain dell’attuale cinica crisi di governo, che in tal modo prova a segnalare al potere occidentale che restiamo dei “buoni allievi”. Uscire dalle gabbie politiche di questa Europa per arrestare il continuo processo di privatizzazione e di sfruttamento, lungi dall’essere ricetta di destra (ossia favorevole al capitale predatorio), potrebbe allora costituire la sola opzione autenticamente ecologista, capace di liberare beni comuni e generazioni future dall’asservimento alle oligarchie. Chiameremo questa opzione eco-exit, una politica che, ponendo al centro i beni comuni e i bisogni fondamentali delle persone e degli ecosistemi, costruisce condizioni (anche geopolitiche) perché la politica torni a governare l’economia. Costruire l’Europa futura richiede lo smantellamento di quella attuale, ridotta a comitato d’affari delle oligarchie transatlantiche guerrafondaie e predatorie. Infatti Biden − come volevasi dimostrare − annuncia che gli Stati Uniti non si ritireranno dall’Afghanistan, tornando al vecchio imperialismo dell’asse atlantico che i rantoli di Trump avevano in qualche modo disturbato. Ma in prima pagina oggi c’è solo come fare a non perdere i soldi europei mettendo il Paese direttamente nelle mani dell’ex presidente della Bce Mario Draghi. (2. Fine. La prima parte è stata pubblicata giovedì 28 gennaio 2021)  © RIPRODUZIONE RISERVATA

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I disegni di questa pagina sono di Francesco Piobbichi (nella foto in basso a destra), operatore (e “disegnatore sociale”) di “Mediterranean Hope”, progetto delle chiese evangeliche sulle migrazioni 

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Dal 1997 insegna diritto civile all’Università di Torino, diritto internazionale e comparato all’Università della California. Avvocato cassazionista, è stato fra i redattori dei quesiti referendari sui beni comuni del giugno 2011 e per due volte ha patrocinato il referendum presso la Corte Costituzionale. Fra i titoli pubblicati, ricordiamo “Beni Comuni. Un Manifesto” (Laterza 2011) che ha raggiunto l’ottava edizione, “Il saccheggio”, con Laura Nader (Bruno Mondadori, 2010), “Contro riforme” (Einaudi, 2013), “Senza proprietà non c’è libertà. Falso!” (Laterza, 2014). È curatore generale della collana Common Core of European Private Law (Trento Project) alla Cambridge University Press, ed editore capo della rivista Global Jurist. Il suo volume sulla proprietà privata, pubblicato nel 2001 (seconda edizione Utet 2014), ha ricevuto il Premio Luigi Tartufari dell’Accademia Nazionale dei Lincei consegnatogli dal presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi. È presidente di “Generazioni Future Rodotà”