L’arresto di Aung San Suu Kyi nel Myanmar lasciato solo, in mano ai militari

La comunità internazionale ha salutato l’avvento della democrazia in Myanmar e incoraggiato il paese a proseguire su quella strada. Le forze armate non hanno però mai lasciato il potere. E Aung San, zia Aung, cosa ha fatto? Combattente per i diritti umani e la dignità delle persone, è stata a guardare, ha minimizzato, ha difeso violenze e soprusi quando è stata chiamata a testimoniare davanti alla Corte di giustizia dell’Aia. Come in una sorta di tragico contrappasso, è stata arrestata dai militari che aveva provato a blandire. Il leone che aveva cercato di addomesticare e con cui aveva convissuto l’ha sbranata


L’analisi di STEFANO RIZZO

¶¶¶ Nel corso della storia, e particolarmente nella seconda metà del Novecento, sono stati innumerevoli i combattenti per la libertà e la democrazia che, una volta saliti al potere, sono diventati dittatori che hanno presto tolto la libertà ai loro popoli. Da Gamal Nasser a Fidel Castro, da Daniel Ortega a Hourai Boumédiènne, a Habib Bourguiba. In Africa, in America latina, in Asia e anche nell’Europa orientale dopo la fine della guerra fredda, troppo spesso la ritrovata indipendenza nazionale non ha portato alla democrazia e al rispetto dei diritti umani, ma al loro contrario.

Aung San Suu Kyi, l’eroica combattente democratica del suo paese, il Myanmar, non ricade certo nella categoria dei liberatori che si sono trasformati in dittatori. Daw (la zia, come viene affettuosamente chiamata) Aung San non ha combattuto con le armi, ma con la forza della non violenza. Ha usato il suo corpo inerme esposto alle baionette dei militari come uno strumento di lotta politica. Ha accettato, anche quando aveva la possibilità di lasciare il paese, di restare in carcere o agli arresti domiciliari per protestare contro il regime militare che appena un decennio dopo l’indipendenza, concessa dal Regno Unito nel 1952, aveva preso il potere tenendolo per quasi mezzo secolo. Poi, finalmente liberata nel 2010, due anni dopo ha guidato il suo partito, la National League for Democracy, alla vittoria elettorale. Non è potuta diventare presidente della repubblica perché una legge − appositamente approvata per impedirglielo − lo vieta ai genitori di cittadini stranieri (lo sono i due figli). Per lei viene però creata una diversa carica, quella di Consigliere di Stato che la rende, di fatto, capo del governo.

Nel 2012 i militari hanno così accettato il passaggio ad un governo civile, confermando il loro disimpegno anche dopo le successive elezioni del 2015. La comunità internazionale ha salutato l’avvento della democrazia in Myanmar e incoraggiato il paese a proseguire su quella strada. Ma i militari non hanno mai veramente lasciato il potere: come in Egitto dopo la rivoluzione delle Primavere arabe, l’esercito birmano ha mantenuto il controllo sui ministeri chiave e le forze di sicurezza, oltre che su larghi settori dell’economia. Il ruolo di Aung San Suu Kyi è apparso sempre più ancillare, un simbolo senza potere sostanziale, la foglia di fico democratica che copriva la brutalità della forza armata.

Brutalità che, fin da subito e con accresciuta furia dal 2017, si è riversata contro le minoranze etniche del paese, in particolare quella dei Rohingya mussulmani, cui non viene neppure riconosciuta la cittadinanza. Contro di loro l’esercito birmano ha condotto una campagna di sterminio, un vero e proprio genocidio, che ha provocato 750.000 profughi, migliaia di morti, villaggi bruciati, donne stuprate e vendute in schiavitù. 

E Aung San, zia Aung, che cosa ha fatto? Lei, combattente per i diritti umani e la dignità delle persone, è stata a guardare, ha minimizzato, ha difeso le forze armate anche quando è stata chiamata a testimoniare davanti alla Corte di giustizia dell’Aia, ha negato anche di fronte alle denunce delle organizzazioni internazionali dei diritti umani, anche quando sono stati incarcerati e accusati di tradimento due giornalisti della Reuters che avevano denunciato i massacri. La sua immagine ne è uscita irreparabilmente compromessa. Molti premi Nobel per la pace hanno chiesto che le venisse ritirato quello conferitole nel 1991. Ciò non è avvenuto perché il comitato per il Nobel non ritira mai i premi conferiti, ma altre importanti onorificenze internazionali le sono state tolte.

Una storia tristissima che, come in una sorta di tragico contrappasso, l’ha vista di nuovo, l’1 febbraio, arrestata da quegli stessi militari che aveva provato a blandire e che poi aveva difeso nonostante le nefandezze perpetrate contro la popolazione inerme. Il leone che aveva cercato di addomesticare e con cui aveva convissuto l’ha di nuovo fatta a brani.

Quanto è successo ieri in Myanmar non è solo la triste parabola di una combattente per la libertà che non ha saputo essere coerente con i propri valori − una storia che si è ripetuta infinite vote in forme diverse e purtroppo si ripeterà in futuro. È anche la conferma dell’impotenza della comunità internazionale, delle Nazioni Unite e dei singoli stati a sostenere, aiutare e vigilare affinché i paesi di nuova democrazia si mantengano su quella strada. Ciò cui assistiamo, al contrario, è un graduale movimento all’indietro: il prevalere dei nazionalismi, dell’intolleranza etnica e il sostegno agli uomini in armi (che ieri a Rangoon la folla ha acclamato) perché liquidino con i loro metodi spicci gli oppositori e i “diversi”. 

È inoltre la conferma del disimpegno degli Stati Uniti dalla scena mondiale: perché non possono, perché non vogliono, perché intanto così va il mondo. In questo colpo di stato, a differenza di tanti altri del passato, gli Stati Uniti non c’entrano. Hanno flotte e basi militari a due passi nella regione, ma è come se non ci fossero. Sotto l’amministrazione Biden non vedremo l’indifferenza per i diritti umani che c’è stata con Donal Trump, ma al di là delle dichiarazioni di principio e a qualche sanzione economica, le cose non cambieranno granché. Forse è un bene, forse no, comunque è meglio che sia così. Intanto l’influenza economica e militare della Cina nella regione (e non solo) aumenta. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Foto: sotto il titolo, Aung San Suu Kyi oggi; in alto, agli arresti domiciliari nel 2010; al centro, profughi Rohingya; in basso, Aung San testimonia a favore dei militari a L’Aia

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Giornalista, docente universitario, romanziere, ha insegnato relazioni internazionali all’Università la Sapienza di Roma. Ha collaborato con svariate testate a stampa e online scrivendo prevalentemente di politica e istituzioni degli Stati Uniti. E’ autore di svariati volumi di politica internazionale: Ascesa e caduta del bushismo (Ediesse, 2006), La svolta americana (Ediesse, 2008), Teorie e pratiche delle relazioni internazionali (Nuova Cultura,2009), Le rivoluzioni della dignità (Ediesse, 2012), The Changing Faces of Populism (Feps, 2013). Ha pubblicato quattro volumi di narrativa; l’ultimo è Melencolia (Mincione, 2017)