La Critical race theory, il razzismo e il perdurante “cuore di tenebra” degli Stati Uniti 

I primi schiavi sbarcati a Jamestown nel 1619

In America il razzismo non è un’eccezione di qualche fanatico residuo del Ku Klux Klan, ma un fenomeno “sistemico”, diffuso nelle sue istituzioni, nelle sue scuole, nel suo sistema economico. Com’è possibile? Nonostante i diritti civili, le diseguaglianze dei neri rispetto ai bianchi restano grandi. Nel 1940 il reddito medio di un nero era il 37% di quello di un bianco, nel 1970 aveva raggiunto il 59%, per precipitare di nuovo sotto il 50% nel 2009, e oggi non raggiunge il livello di 50 anni prima. Resta da capire come sia stato possibile che nel cuore dell’Occidente si sia radicato un tale disprezzo dell’uomo verso i suoi simili


L’analisi di STEFANO RIZZO, americanista /

SI FA UN GRAN PARLARE in questi giorni, negli Stati Uniti e non solo, della “Teoria critica della razza”. Sembra essere l’ultimo di una serie di sforzi concettuali e interpretativi per cercare di capire come sia possibile che gli Stati Uniti, dopo un secolo e mezzo dall’abolizione della schiavitù e dopo avere eletto per ben due volte un presidente afroamericano (e una vicepresidente afroamericana e donna), continuino ad essere un paese razzista; anzi, un paese dove il razzismo non è un’eccezione di qualche fanatico residuo del Ku Klux Klan, ma un fenomeno “sistemico”, diffuso cioè in tutta la società, nelle sue istituzioni, nelle sue scuole, nel suo sistema economico.

A dire il vero la Critical Race Theory non è una novità. Nasce addirittura 40 anni fa all’inizio dell’era reaganiana in alcune università del sud e dell’est e lì si è principalmente sviluppata nel dibattito accademico attraverso libri e saggi senza che la società nel suo insieme ne avesse notizia. L’era reaganiana, si diceva, quegli otto anni che nell’immaginario popolare hanno rappresentato una rinascita di ottimismo e di vitalismo (nonostante l’età già avanzata del presidente) nella politica e nella società americana. “È di nuovo mattino in America!” è stato lo slogan più felice e meno controverso di Reagan (l’altro, ben più controverso, e dal quale solo adesso l’amministrazione Biden sta prendendo le distanze, fu: “il governo non è la soluzione del nostro problema: il governo è il problema”).

La targa nel Distretto di Greenwood ricorda la strage razzista di Tulsa nel 1921

E in effetti di ottimismo all’inizio degli anni ’80 c’era davvero bisogno. I dieci anni precedenti erano stati anni terribili: di scandali (il Watergate), di disastrose sconfitte (il Vietnam), di crisi economica, di disoccupazione, di inflazione e di aumento esponenziale della criminalità. L’ottimismo e il richiamo ai valori americani di autonomia e di intraprendenza rivolto alla popolazione bianca avevano però un sottotono, solo in parte dissimulato da Reagan, nei confronti dei neri da lui rappresentati come pigri e opportunistici sfruttatori degli aiuti di stato (la sua polemica contro le “welfare queens”, le reginette dell’assistenza sociale che girano in cadillac e non hanno voglia di lavorare).

È in questo contesto di criptorazzismo (cripto almeno in pubblico, perché in privato gli esponenti politici bianchi e lo stesso Reagan, come dimostrano alcune conversazioni tra lui e Richard Nixon rese pubbliche due anni fa, erano molto più espliciti) che alcuni studiosi accademici decisero di interrogarsi su come mai, dopo due decenni di lotte per i diritti civili e contro la segregazione, la sostanza della questione della razza negli Stati Uniti non fosse sostanzialmente cambiata. Certo, grazie alla legge sul diritto di voto (1965) più afroamericani adesso votavano; certo, grazie alle leggi sull’«azione affermativa» e la «discriminazione alla rovescia», più afroamericani occupavano posizioni di responsabilità e entravano nelle più prestigiose università private (Obama, ad esempio); certo, la cultura − il cinema e la televisione − rappresentavano sempre più spesso personaggi afroamericani e anche coppie miste (mai però un maschio nero e una donna bianca). Ma nonostante tutto ciò, che pure poteva considerarsi progresso, i fondamentali economici dei neri d’America rimanevano immutati.

Nel 1940 il reddito medio di un nero era il 37% di un bianco; nel 2019 era inferiore a 50 anni prima

Primo fra tutti quello sul reddito. Se nel 1940 il reddito medio di un nero era il 37% di quello di un bianco, nel 1970 aveva raggiunto il 59% rimanendo piatto in quel decennio per poi scendere di qualche punto negli anni ’80 e precipitare di nuovo sotto il 50% nel 2009. Sotto la presidenza Obama è di nuovo risalito, ma nel 2019 non aveva raggiunto il livello di 50 anni prima. E con quello del reddito tutti gli altri parametri: dalla sanità (e connessa aspettativa di vita), all’istruzione (qualità delle scuole per neri e tasso di abbandono), alla disoccupazione, al tasso di incarcerazione, e − sono le tragiche notizie di questi mesi − all’uccisione dei neri da parte della polizia: tre volte in percentuale superiore ai bianchi.

Che fin dagli anni ’80 occorresse un ripensamento, una teoria “critica” di quello che fino ad allora era stato rappresentato come un continuo (con alti e bassi) percorso verso la piena integrazione e uguaglianza, in linea con la dominante idea di progresso e di realizzazione del sogno americano, appare oggi fin troppo ovvio. Meno ovvio è come i germi di questa dicotomia fossero presenti fin dall’inizio nel rapporto conflittuale tra bianchi e neri e altre razze (compresi i nativi americani) negli Stati Uniti; e a questo punto possiamo dire non solo negli Stati Uniti, dal momento che questo stesso rapporto conflittuale, questa incapacità di comprendere a fondo la natura sistemica del razzismo più o meno dichiarato (o negato), la ritroviamo ovunque in Europa vi sia una forte popolazione di africani o di altri immigrati.

Conflitto tra l’idea di progresso attraverso la legge e cambiamento radicale dei parametrio sociali ed economici

È il conflitto tra l’idea di progresso attraverso la legge − la necessaria gradualità dell’intervento legislativo − da un lato, e quella del cambiamento radicale modificando i valori sociali e i parametri economici in profondità. Conflitto presente, ad esempio, nell’Ottocento prima della guerra Civile tra John Brown che predicava la lotta armata e Frederick Douglas che voleva la liberazione dell’“uomo nero” attraverso riforme legislative. Conflitto ben presente nel Novecento tra il movimento per i diritti civili di Martin Luther King e il separatismo armato di Malcom X e poi delle Pantere nere. Due visioni contrastanti: la prima, ottimistica, che vede nella schiavitù prima e nella discriminazione poi una “macchia” da cancellare che offusca il radioso messaggio della “città sulla collina”; l’altra, ben più pessimista, ma anche più realista, che interpreta la schiavitù e il razzismo come il lato oscuro (non una macchia, ma una parte) di una intera civiltà − quella bianca occidentale − che, calpestando i propri conclamati ideali di libertà, di uguaglianza, di fratellanza, ha preteso di dominare tutti gli altri popoli − per sfruttarli, schiavizzarli, usarli come merci. (E qui il richiamo, ben prima che alla Critical Race Theory, è a Franz Fanon.)

Ora che questa storia di infamia sembra essere giunta al termine, o almeno da più parti nel mondo si reclama a gran voce che vi si ponga fine, diventa necessario capire come sia stato possibile − per quali complessi meccanismi di autoconvinzione e di autoassoluzione − che nel cuore dell’Occidente (“Heart of Darkness”, scrisse Conrad) si sia potuto radicare un tale disprezzo dell’uomo verso i suoi simili. © RIPRODUZIONE RISERVATA

About Author

Giornalista, docente universitario, romanziere, ha insegnato relazioni internazionali all’Università la Sapienza di Roma. Ha collaborato con svariate testate a stampa e online scrivendo prevalentemente di politica e istituzioni degli Stati Uniti. E’ autore di svariati volumi di politica internazionale: Ascesa e caduta del bushismo (Ediesse, 2006), La svolta americana (Ediesse, 2008), Teorie e pratiche delle relazioni internazionali (Nuova Cultura,2009), Le rivoluzioni della dignità (Ediesse, 2012), The Changing Faces of Populism (Feps, 2013). Ha pubblicato quattro volumi di narrativa; l’ultimo è Melencolia (Mincione, 2017)