La bestia fuori dalla gabbia: l’assalto a Capitol Hill e l’impeachment contro Trump

Nell’atto di accusa 13 minuti di filmati sconvolgenti: mancanza di sicurezza nel luogo simbolo del potere statuale, impreparazione e disorganizzazione delle forze di polizia. C’è poi la credulità dei seguaci trumpiani bombardati dal loro capo con informazioni false sulle elezioni, fantasiose tesi di complotti, di furti, di brogli, di tradimenti. Ma i senatori repubblicani non voteranno la condanna di Trump perché i loro elettori non sono convinti della sua colpevolezza. Invece di guidarli ne seguono gli umori e il 6 gennaio si sono scatenate antiche forze distruttrici presenti nelle società che si considerano civili


L’analisi di STEFANO RIZZO, americanista

¶¶¶ Chi ha potuto vedere il video di 13 minuti presentato mercoledì dai “manager” (i rappresentanti dell’accusa) democratici nel processo di impeachment contro Trump, non può non avere provato uno shock, come per l’improvviso ritorno del rimosso, di ciò che non ci si aspettava sarebbe ritornato. Avevamo già visto molte delle immagini e dei filmati dell’assalto al Campidoglio, ma questo video, montato utilizzando le registrazioni delle telecamere di sorveglianza assieme ad altri filmati immediatamente precedenti all’assalto, inframezzati con i tweet di Trump che incitano la folla, lascia davvero sgomenti.

Non è tanto la questione della mancanza di sicurezza di uno dei luoghi simbolo del potere statuale, della impreparazione e disorganizzazione delle forze di polizia, e neppure delle possibili connivenze o della − anche questa incredibile − debolezza nel respingere o anche solo contenere gli assalitori. Di questo si è parlato diffusamente, c’è un’inchiesta in corso, sono già stati licenziati o sospesi alcuni responsabili. Si vedrà.

No, la questione che solleva il filmato è un’altra e ben più complessa, sicuramente più grave. Diamo per scontata la passione politica e anche la credulità dei seguaci trumpiani bombardati dal loro capo (ma anche, non dimentichiamolo, comandante in capo di tutto il Paese) con informazioni false sulle elezioni, fantasiose tesi di complotti, di furti, di brogli, di tradimenti. Tutto questo è avvenuto nel corso di settimane, mesi, anni, fin dall’inizio del mandato, e in parte − solo in parte − si spiega con la propaganda accesa, la partigianeria estrema che da un ventennio almeno domina la politica americana (e non solo − basta guardarsi intorno). 

E neppure desta stupore, almeno non più di tanto, il fatto che, sotto la copertura di questa disinformazione avvelenata, i manifestanti agitassero non solo bandiere inneggianti a Trump, ma soprattutto bandiere americane, che si proclamassero patrioti e difensori della Costituzione contro i poteri occulti che l’avevano violata − loro sì! − con menzogne e sporchi trucchi. (Non dimentichiamo che nei suoi ultimi esagitati appelli Trump non si è limitato a dire che aveva perso perché gli erano stati sottratti alcune migliaia o decine di migliaia di voti. No, ha affermato di avere vinto alla grande, con un landslide, con un margine enorme di milioni di voti.)

Certo, è difficile spiegare la credulità spinta a questi estremi di negazione della realtà e della ragionevolezza. Ma c’è un ulteriore passaggio ancora più inspiegabile. Perché quella folla rabbiosa, violenta, omicida, che nel tempio della democrazia stracciava le carte e rovesciava le suppellettili, che fracassava le vetrate e sfondava le porte, che colpiva a sangue i pochi agenti che cercavano di contrastarla − tutti costoro esprimevano una rabbia, una violenza incontenibile, una furia che non era, non poteva essere, solo la conseguenza automatica delle falsità di cui si erano nutriti. 

Le abbiamo già viste queste folle, non ci sono sconosciute: è la massa omicida e distruttrice di Elias Canetti che si scatena e che ritorna ai suoi istinti primordiali. È la folla della strage di San Bartolomeo, del sacco di Roma, della Notte dei cristalli, degli assalitori del palazzo di Ceausescu, delle bande Huti che massacrano i Tutsi, delle stragi di Rohjinga: un elenco sterminato e senza fine di orrori dalla notte dei tempi fino ai giorni nostri.

Non ci stupiamo quindi, ma siamo sgomenti. Perché la democrazia, le istituzioni democratiche dovevano servire proprio e quasi esclusivamente a questo: a fermare il ciclo infinito di orrori, a togliere la violenza dalla politica, ad addomesticarla trasformandola in un “gioco” in cui sì si tagliano teste e si fanno fuori gli avversari, ma solo metaforicamente. E invece, dopo due secoli e mezzo in cui la politica è stata rinchiusa nella gabbia protettrice (protettrice per tutti noi) delle istituzioni e del diritto, facendoci credere, o almeno sperare, che la belva del potere fosse addomesticata, ecco che balza fuori desiderosa di fare a brani l’avversario, con la sua violenza primordiale, la sua irrefrenabile vitalità.

È molto probabile che al termine del processo Donald Trump verrà assolto perché non si troverà quel pugno di senatori repubblicani necessario per raggiungere la maggioranza di due terzi che ne sancisca la colpevolezza. Può sembrare incredibile che nonostante tutto quello che è stato detto, visto e vissuto dagli stessi senatori nelle ore dell’assalto non ve ne siano che 4 o 5 disposti a condannarlo. Incredibile ma non incomprensibile: lo shock anche per loro è stato grande, ma ora che è passato ritorna il calcolo meschino dell’interesse elettorale.

E arriviamo così all’ultima, più deprimente considerazione: i senatori repubblicani non voteranno la condanna di Trump, non perché non siano convinti della sua colpevolezza, ma perché i loro elettori non lo sono − o meglio, anche se lo sono, lo approvano ugualmente, o quantomeno lo scusano perché loro stessi avrebbero fatto lo stesso. Secondo vari sondaggi, poco più della maggioranza di tutti gli elettori è favorevole alla condanna dell’ex-presidente, ma tra questi la grande maggioranza dei democratici è favorevole, mentre una altrettanto grande maggioranza di repubblicani è contraria.

E così, dopo poco più di un mese da quell’evento che ha sconvolto le certezze democratiche del Paese, si ritorna alla normalità, alla politica come sempre. Ognuno fa i propri calcoli di opportunità e, invece di guidare i propri elettori, ne segue supinamente gli umori, ne coltiva i pregiudizi, ne alimenta la potenziale violenza. Il 6 gennaio abbiamo visto lo scatenarsi di antiche forze distruttrici tuttora presenti anche nelle società che pure si considerano civili. Il fatto che il peggio, in termini di morti e di distruzioni, non sia successo non vuol dire che non sarebbe potuto succedere o che non succederà. Come ha detto uno degli assalitori, colto nel filmato dell’assalto, ad un suo compagno che lamentava come non ci fossero abbastanza armi da fuoco: “Sarà per la prossima volta”. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Giornalista, docente universitario, romanziere, ha insegnato relazioni internazionali all’Università la Sapienza di Roma. Ha collaborato con svariate testate a stampa e online scrivendo prevalentemente di politica e istituzioni degli Stati Uniti. E’ autore di svariati volumi di politica internazionale: Ascesa e caduta del bushismo (Ediesse, 2006), La svolta americana (Ediesse, 2008), Teorie e pratiche delle relazioni internazionali (Nuova Cultura,2009), Le rivoluzioni della dignità (Ediesse, 2012), The Changing Faces of Populism (Feps, 2013). Ha pubblicato quattro volumi di narrativa; l’ultimo è Melencolia (Mincione, 2017)