Abbiamo coltivato per generazioni l’illusione che Israele fosse una democrazia, anzi, l’unica democrazia del Medio Oriente. Ora il Paese ha gettato anche l’ultimo, sottilissimo velo, con il quale, complice un’America sempre più subalterna, s’illudeva di nascondere, forse, pure a se stesso, la verità. Abbiamo voluto credere, dopo gli esiti disastrosi delle guerre infondate alla Serbia, all’Iraq, alla Libia, che la democrazia si potesse imporre dall’esterno e con la forza a culture di cui nulla sapevamo, pur avendole colonizzate, umiliate e sfruttate per secoli ed esserne stati, ogni tanto, ripagati con la stessa moneta. L’errore più grossolano sulla nuova crisi in Medio Oriente è dare per scontato che finirà bene, e ritenere che il fine, anzi la fine dell’inguardabile teocrazia sciita, giustifichi il mezzo non proprio ortodosso per realizzarla. Per accidia morale, abbiamo creduto che gli Stati Uniti fossero la democrazia inverata ai suoi massimi livelli. Abbagliati dalla forza straordinaria dei loro artisti, ci siamo illusi che gli americani fossero tutti Waldo Emerson, Walt Withman, Bob Dylan, Joan Baez, Philip Roth, i Kennedy, Luther King o Forster Wallace. Mentre gli Usa si sono ritrovati ad avere una tragica barzelletta come presidente


Walter (detto Walt) Whitman (1819-1892), poeta, scrittore e giornalista statunitense

◆ L’editoriale di MAURIZIO MENICUCCI 

La crisi globale di queste settimane punta il dito anche contro di noi: contro la visione assurdamente elementare e convenzionale che l’Occidente e, per quel che ci concerne e urge, gli Europei, hanno del restante ecumene. Una visione che l’ignoranza, immessa per copyright di pochi nel ventilatore dei social, e aspirata a piene nari da tutti con strabiliante autolesionismo, moltiplica a livelli drammatici (cito a memoria da ‘Infinite Jest’, capolavoro di David Foster Wallace: “Il vero problema non è la merda che c’è in giro, è perché io stia lì a guardarla”). L’elenco degli errori è lungo, e purtroppo è parte fondante della nostra attuale irrilevanza politica. Ne cito almeno quattro, i più madornali, ma sarebbero indispensabili e interessanti molti altri contributi.

La Nakba (la Catastrofe) del 1948, l’esodo dei palestinesi dalle loro case e dalla loro terra
Israele, una democrazia?

Abbiamo coltivato per generazioni l’illusione che Israele fosse una democrazia, anzi, l’unica democrazia del Medio Oriente. Ora il Paese ha gettato anche l’ultimo, sottilissimo velo, con il quale, complice un’America sempre più subalterna, s’illudeva di nascondere, forse, pure a se stesso, la verità. Dopo il massacro del 7 ottobre per mano dei terroristi di Hamas, le cui 1400 vittime, per lo più giovanissime, non meritavano neanche il sospetto di servire da alibi alla spropositata e finta vendetta del contumace Netanyahu; dopo i settantamila morti di Gaza desertificata per poterla trasformare in un immenso resort turistico; dopo le violenze sistematiche dei coloni della Cisgiordania sui villaggi arabi, una cosa è ormai chiara: tutto quel che gli israeliani hanno sempre cercato negli ultimi 150 anni, anche quando sembravano abbozzare allo scenario dei due stati, è la pulizia della Palestina dai loro storici abitanti, che, guarda caso, si chiamano palestinesi. Che ci riescano seminando e coltivando odio è talmente dubbio, che dal 2023 decine di migliaia di giovani laureati stanno lasciando quella che è una Terra Promessa a pochi per vivere in un paese normale. 

Esodo dal Kossovo nella guerra della Nato in Serbia nel 1999
Le nostre guerre infondate 

Abbiamo voluto credere, o per lo più abbiamo finto, perseverando diabolicamente dopo gli esiti disastrosi delle guerre infondate all’Iraq, alla Serbia, alla Libia, che la democrazia si potesse imporre dall’esterno e con la forza a culture come quella islamica, delle quali nulla sapevamo, pur avendole frequentate e più che altro colonizzate, umiliate e sfruttate per secoli ed esserne stati, ogni tanto, ripagati con la stessa moneta. E a riprova della nostra pochezza, oggi ci meravigliamo di nuovo se gli iraniani reagiscono bombardando a casaccio, fino a dove arriva la gittata dei loro missili, per dimostrare che l’attacco Israelo-americano non ha capo, ma ha la possibile coda di una guerra almeno regionale di tutti contro tutti. Sarebbe saggio, piuttosto, che noi Italiani ci meravigliassimo per lo stupore del sempre più imbambolato ministro degli Esteri ‘Tajani brava gente’, o per i kamasutra dialettici del titolare della Difesa, impegnato a giorni alterni a investire tutto il suo peso (!!!) sulla pace. Anche se ancora deve spiegare, Crosetto, in quale veste era a Dubai, ammesso che non fosse lì per motivi commerciali in un ben noto settore. Nel qual caso, sarebbe umanamente comprensibile, ma politicamente deprecabile, che il governo se ne dichiarasse, come fa, all’oscuro. 

Perché dovrebbe finire bene?

In ogni caso, l’errore più grossolano sulla nuova crisi in Medio Oriente è dare per scontato che finirà bene, usando come unico metro di giudizio sulla solidità del regime iraniano le proteste dei suoi cittadini; e ritenere che il fine, anzi la fine dell’inguardabile teocrazia sciita, giustifichi il mezzo non proprio ortodosso per realizzarla. È una realpolitik da quattro soldi: lasciamola a chi intende mascherare i veri obiettivi dell’attacco, che tutto sono tranne che umanitari, come infatti da qualche giorno nemmeno Trump e il suo suggeritore Bibi — l’uno braccato da sospetti pedopornografici di vasta portata, l’altro da pesanti condanne per corruzione — osano più affermare. Riflettiamo, invece, sul fatto che gli iraniani sono 90 milioni, almeno due terzi dei quali contadini devoti e zelanti mentre milioni di altri sono a libro paga dei Guardiani della Rivoluzione, come occhi e orecchie dello status quo. Se speriamo che l’intero Paese si solleverà, cantando “arrivano i nostri”, stiamo di nuovo prendendo una piccola parte del granchio per il tutto. Oltre a durare a lungo, e a frantumare in modo ancor più precario il quadro geopolitico come in un gigantesco domino, l’avventura contro i pasdaran potrebbe finire nel solito massacro di giovani, e avremo anche loro, come gli altri, sulla coscienza.  

Non parliamo, poi, dello strabismo filo-russo, strana malattia ideologica che, a destra come a sinistra, induce taluni, in nome di una presunta obiettività, ad attribuire a Mosca la parte dell’aggredito dalle minacce della Nato e perciò autorizzato alla ‘legittima offesa’ contro l’Ucraina. Dovremmo chiederci, invece, se Putin in veste di nuovo zar — altra ideologia, medesimi strumenti — non sia mosso, in realtà, dallo stesso terrore dei sovietici di avere ai confini, dunque a portata di mano e di confronto dei propri cittadini, un altro paese avviato, per quanto faticosamente, verso la democrazia, dove la libertà di opinione non equivale, come in Russia, a un ‘suicidio’.  

Stati Uniti e nostra accidia morale

Tra tutte, però, l’equivoco più grave è aver creduto per generazioni che gli Stati Uniti fossero la democrazia inverata ai suoi massimi livelli. L’abbiamo fatto per una forma di accidia morale, che mescolava la gratitudine per averci salvati dal nazismo e dal comunismo al sollievo di essere armati a spese altrui. Poi, certo, abbagliati dalla forza straordinaria della loro produzione artistica, ci siamo illusi che gli americani fossero tutti Waldo Emerson, Walt Withman, Bob Dylan, Joan Baez, Philip Roth, i Kennedy, Luther King. O, appunto, Forster Wallace che infatti, depresso per indole, ma anche disperato e disgustato dal proprio Paese, si tolse la vita nel 2008, a 46 anni. Ma ci siamo ingannati. Perché questa cultura poteva anche mitizzare i valori della frontiera ed esaltare la selvaggia libertà del rapporto tra l’individuo e le grandi foreste, ma in realtà restava un’invenzione intellettuale, borghese e per lo più metropolitana. A Capitol Hill abbiamo scoperto che c’era un’altra America, miserabile, bianca, spesso alcolizzata, razzista e incazzata con i democratici e con il loro narcisismo progressista. Eredi dell’intolleranza puritana dei Pilgrim Fathers, questi Americani erano pronti a rinunciare a una democrazia dei cui frutti non hanno mai goduto, anche perché il welfare a stelle & strisce è sempre stato una sbiadita fotocopia di quello europeo. Annichiliti dal capitalismo finanziario e annidati nelle ruggini industriali e agricole della provincia profonda, si preparavano da tempo ad acclamare per pura rivalsa qualsiasi profeta desse corpo al loro ‘cupio dissolvi’, meglio ancora se con lo stesso quoziente intellettivo e la stessa ostentata povertà espressiva dei suoi elettori.

Manifestazione di protesta in Minnesota per l’uccisione di Renee Nicole Good da parte delle milizie trumpiane

Così, gli Usa si sono ritrovati ad avere una tragica barzelletta come presidente, e il resto dell’umanità a vivere un incubo dal quale nessuno sa se ci risveglieremo, visto che intorno a Trump si è formata, pronta ad avvicendarlo, la più straordinaria corte di ricchissimi disturbati mentali dai tempi del nazismo, come dimostra la sceneggiata dell’Ultima Cena nello studio Ovale, plateale tentativo di chiamare la nazione a una sorta di Jihad anti-islamica. Non è facile rinunciare all’immagine dell’America delle libertà che avevamo sognato e milioni di italiani avevano trovato. Però, occorre essere realisti. Molte nazioni commettono atrocità, ma nessuno ammette di farlo, e pochissimi di averlo fatto. Perfino il regime nazista cercava di nasconderlo. Gli Usa, invece, lo dichiarano ai quattro venti, come dimostrano, scegliendo in una casistica ormai sterminata, la sparate amfetaminiche di Trump e di Hegset sulla guerra all’Iran, le stragi quotidiane da parte di cittadini qualsiasi armati come personaggi dei videogame, gli omicidi ‘dimostrativi’ dell’Ice, e in fondo anche la storiaccia di Epstein e dei suoi blasonati compagni di merende. L’America di oggi si compiace della propria brutalità ogni giorno di più e con meno pudore, in un’escalation di ferocia che si aggrappa a motivazioni talmente risibili da sembrare studiate non per nascondere, ma per gettare in faccia al resto del mondo che l’unica ragione per cui viene predicata ed esercitata è l’ebbrezza del violento che si guarda allo specchio. E purtroppo si piace. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Inviato speciale per il telegiornale scientifico e tecnologico Leonardo e per i programmi Ambiente Italia e Mediterraneo della Rai, ha firmato reportage in Italia e all’estero, e ha lavorato per La Stampa, L’Europeo, Panorama, spaziando tra tecnologia, ambiente, scienze naturali, medicina, archeologia e paleoantropologia. Appassionato di mare, ha realizzato numerosi servizi subacquei per la Rai e per altre testate.